Maurizio de Giovanni.

Buio per i Bastardi di Pizzofalcone.

Einaudi.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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1.
Batman.
Baaatmaaan.
Il sussurro nel buio, nell'odore di umido, in mezzo alla polvere.
Batman.
Un fruscio del mantello, che fende l'aria davanti al viso di Dodo.
Batman.
Non lo vede, Dodo, perch buio. Buio pi della notte, pi del ripostiglio che ha nella sua stanzetta, quello la cui porta non si chiude bene e spesso si apre da sola, cigolando.
La stanzetta, calda. La stanzetta, col poster dei Vendicatori, con la raccolta degli album e quella dei pupazzi sulla mensola. Sistemati in ordine di grandezza e di storia, che quando la cameriera pulisce poi lui li deve rimettere a posto tutti. AZ pensiero della stanzetta, dei Vendicatori e dei pupazzi spuntano le lacrime e Dodo le ingoia.
Buio, qui dentro. Il buio  sempre pieno di rumori. Il buio non sta mai zitto.
Nella sua stanzetta lontana, Dodo aspetta ogni sera che la porta di mamma si chiuda e tira fuori la piccola luce di quando aveva tre anni. Non lo sa nessuno della piccola luce, di quelle che si infilano direttamente nella presa di corrente, che lasciano appena un chiarore, che nemmeno si pu chiamarla luce.

Come vorrei stare nella mia stanzetta, adesso. Anche se la porta del ripostiglio si apre da sola.
Dodo ricaccia indietro le lacrime, e sussulta a un fruscio nell'angolo infondo. Non saprebbe nemmeno dire quant' grande, quel posto. Di certo non si mette a esplorarlo.
Batman, invoca stringendo la manina sudata attorno al pupazzo. Fortuna che ti ho portato con me, stamattina, a scuola. Pure se mi rimproverano, pure se dicono che i giocattoli a scuola non si portano, che ormai sono grande, ho quasi dieci anni. Tu e io lo sappiamo, per, che tu non sei un giocattolo. Tu sei un eroe.
Con pap lo diciamo sempre, no? Che tu sei il pi grande di tutti i supereroi. Che sei il migliore di tutti, il pi forte. Pap me l'ha spiegato, quand'ero piccino e stavamo ancora insieme, quando mi prendeva a cavalluccio sulle spalle e mi diceva: tu sei il mio piccolo re, vedi, e io sono il tuo gigante, ti porto dove vuoi.
Pap me l'ha spiegato perch sei il migliore tra gli eroi:  perch non hai superpoteri.
Sono bravi tutti a vincere coi cattivi, se sanno volare, o hanno l'ultraforza, o gli occhi coi raggi verdi. E' facile, cos.
Invece tu, Batman, sei un uomo normale. Per sei coraggioso e intelligente. Gli altri volano? E tu inventi i razzi nella Batcintura, o lanci le corde sui tetti dei palazzi e ti arrampichi fino in cima. Gli altri corrono velocissimo? E tu hai la Batmobile, che corre ancora pi veloce. Tu sei un eroe tra gli eroi, Batman. Perch hai il superpotere pi superpotere che c': il coraggio. Tu sei come il mio pap.
Non l'ho detto a pap che di notte piglio la lucina dal cassetto. Non voglio che pensi che io non ho il coraggio. ll problema  che sono ancora un poco piccolino, ma tutti dicono che assomiglio al mio pap, e lui  forte.
Sai, Batman, anche se sei un eroe e sembra che tu non abbia paura di niente, io lo so che un poco di paura in questo stanzone buio, dove ci hanno gettato dopo averci presi, ce l'hai perfino tu. Io pure, un poco, poco per. Ma non ci dobbiamo preoccupare, perch il mio pap verr a tirarci fuori.
Vola, vola, Batman. Tu sei il cavaliere oscuro, il padrone della notte. Tu non hai paura del buio, e io volo aggrappato a te. Vola.
Un pugno sulla lamiera, un terribile rimbombo che assorda, acceca, ferma il sangue. Il pupazzo cade, la plastica resa scivolosa dalla mano sudata che non fa pi presa.
Dodo strilla di terrore, sobbalza e si ritrae; poi, disperato, tasta con i palmi il terreno, polvere, pietre aguzze, ghiaia, cartacce. Trova il pupazzo, lo raccoglie e lo accosta al viso, sulla guancia rigata dalle lacrime improvvise. Fuori risuona un ruggito, un comando in una lingua che non conosce.
Si rannicchia in un angolo, la schiena sotto la camicia graffiata dalla parete, il cuore che batte nelle orecchie come se volesse scappare via.
Batman, Batman, non ti preoccupare. Il mio pap verr a prenderci.
Perch lui  il mio gigante, e io sono il suo piccolo re.

2.

Appena affacciatosi alla porta della sala, l'espressione dell'agente scelto Marco Aragona cambi.
- Ecco, lo sapevo. Sono le otto e ventinove e gi state qua. Ma una vita non ce l'avete? Eppure tenete una casa, una famiglia, almeno alcuni di voi:  mai possibile che a qualsiasi ora uno entra la mattina, qua vi trova?
Stava diventando una gag pressoch quotidiana, quella di Aragona che anticipava l'arrivo in ufficio di non pi di un paio di minuti rispetto all'orario previsto e rilevava sconsolato la presenza di tutti gli altri componenti della squadra investigativa del commissariato di Pizzofalcone.
Il vicecommissario Giorgio Pisanelli interruppe la lettura di un verbale e gli lanci un'occhiata divertita al disopra delle lenti bifocali.
- Un altro minuto ed eri tu in ritardo, Arago'. E magari eravamo costretti anche a farti rapporto.
L'agente sedette alla scrivania e si tolse le lenti azzurrate con un gesto studiato:
- Preside', io se non parlavo non te ne accorgevi nemmeno che ero arrivato. L'et  una brutta bestia -. Il pi anziano e il pi giovane si punzecchiavano spesso, uno col tono del professore che parla a un allievo deficiente, l'altro battendo sul tasto del rimbambimento senile. - Che poi che sfizio ci trovate a stare qui dentro mentre fuori il tempo  tanto bello? Prima o poi me lo dovete spiegare.
Facendo capolino da dietro lo schermo del computer, Ottavia Calabrese replic:
- Ma se alle otto di mattina non c' ancora il morto ammazzato non vuol dire che possiamo andarcene a spasso, che dici, Aragona? E smettila di tormentare Pisanelli con 'sto fatto di chiamarlo Presidente... Gi non aspetta altro.
- Senti a me, Ottavia: la tua  invidia pura. Ti piacerebbe essere chiamata tu, Presidente. E invece no: tu sei e sarai per sempre la nostra Mammina. Ma l'hai guardato bene, Pisanelli? Non hai visto la somiglianza? E poi si chiama pure Giorgio e hanno pi o meno la stessa et -. Con un cenno del capo, Aragona indic il ritratto incorniciato sulla parete della sala agenti, unico elemento decorativo nel pallido verde di quell'ambiente approssimativo e desolato che conteneva quasi tutta la loro vita. Poi, grattandosi il torace rasato e lampadato messo in mostra dai tre bottoni slacciati della camicia a fiori, si rivolse teatralmente a Pisanelli. - E tu confessa, Preside', che per meglio servire il paese ti sei infiltrato fra i Bastardi di Pizzofalcone.
Ottavia rinunci a ogni diritto di replica e si ecliss dietro il computer. Nominando i Bastardi, Aragona aveva evocato l'origine dello sgradevole impiccio che aveva portato quel nucleo di difensori della legge a essere ci che erano oggi. Soprannomi compresi. Se l'intera polizia della citt si riferiva a loro con un insulto, una ragione c'era. Quattro colleghi di quel commissariato si erano fatti pescare a commerciare cocaina, e Ottavia, con Pisanelli, era stata testimone del fattaccio. Loro due erano rimasti, la commissione di sorveglianza interna li aveva rivoltati come calzini, e per convincere quelle belve inferocite che non c'entravano niente con i poliziotti infedeli, c'era voluta la mano di Dio. Avevano addirittura minacciato di chiudere il commissariato. I quattro dementi, che tutti ormai chiamavano i Bastardi di Pizzofalcone, erano stati sostituiti. Il marchio per era rimasto. E una volta chiusa l'inchiesta, avevano continuato a chiamare in quel modo pure il nuovo commissariato e i suoi rimpiazzi, e Ottavia ancora non se ne capacitava.
Per la nuova squadra, mista di scarti di ogni pezzatura provenienti dai quattro angoli della citt, di fronte al dilemma se sorbirsi l'insulto o reagire, aveva scelto di farne motivo di fierezza. Al soprannome collettivo avevano addirittura cominciato ad aggiungere i soprannomi individuali. Perch "quelli notevoli, che vengono in evidenza per qualsiasi motivo, sono sempre soprannominati", aveva sparato un giorno Aragona. A Ottavia era scappato da ridere. S, questo le piaceva. E nemmeno le dispiaceva quel Mammina fresco di conio, per quanto un po' sfottente. Aveva pensato di protestare, poi si era detta che lo era, in effetti, la loro Mammina. Non le sfuggiva nulla, pur nascosta dietro il suo amato computer, e ogni volta che ne avevano bisogno, tutti ricorrevano a lei. Come a una Mammina. E Mammina lo era poi davvero, per via del suo bambino. Era l'unica nella squadra ad averne uno.
- E il Cinese dov'? Almeno lui non  ancora arrivato, stamattina.
Stavolta Marco Aragona aveva preso di mira l'ispettore Giuseppe Lojacono, lo scopritore del Coccodrillo, ribattezzato il Cinese per via dei lineamenti da orientale.
Ottavia lo inform, pignola:
- Non solo  arrivato, ma sta gi lavorando. Hanno telefonato per un furto in appartamento, verso le sette e dieci, ed  uscito.
Aragona trasecol:
- Alle sette e dieci? Ma che fa, dorme in ufficio?
- Non dorme, semmai dormono. C'era anche Alex, sono andati insieme.
Alex Di Nardo, l'altra donna della squadra, sembrava una ragazzina sottile e aggraziata, ma aveva una mira che coglieva una mosca da trenta metri. Andava a sparare al poligono due volte alla settimana: come avrebbero dovuto chiamarla se non Calamity? " Cos lo sanno tutti che si devono mettere paura di lei", se ne era uscito una mattina Aragona, il quale ora aveva cominciato a pettinarsi con ostentazione, rimirandosi in uno specchietto. Aveva un ciuffo alla Elvis buono per alzare di un paio di centimetri una statura non certo da corazziere, e anche per nascondere una piazzola che si stava pericolosamente allargando sulla sommit del cranio.
- E il Capo, Otta'? Manco a dirlo, ci sta gi pure lui, no?
Aragona aveva indicato con lo sguardo la porta socchiusa che dava nell'ufficio di fianco: la stanza del commissario Gigi Palma. Poi si rivolse con aria di sfott a Francesco Romano, l'ultimo occupante della sala agenti, che per tutto il tempo era stato anche lui barricato dietro il computer, in silenzio. Era un uomo massiccio, dalle spalle larghe e dal collo taurino, l'espressione torva che sconsigliava dall'intraprendere discussioni pericolose. Sconsigliava a chiunque, ma non a Marco Aragona, che quella mattina era incontenibile:
- U, Hulk! A te invece il soprannome te l'hanno gi dato al commissariato di provenienza,  vero? Mo' si incazza, diventa verde bandiera e gli si strappa la camicia...
Romano brontol cupo:
- E se strappassi la tua, di camicia, che tra parentesi  orribile?
- Guarda che questa camicia costa quanto tutti i vostri stracci messi insieme. Sei tu che sei antiquato e tamarro, e non capisci la vera moda. E io, proprio perch vesto casual, non sembro un poliziotto, come voi che puzzate di sbirro a un chilometro. A proposito di soprannomi, se me ne dovessero dare uno dovrebbero per forza chiamarmi Serpico, perch sono uguale, dico uguale, ad Al Pacino. Romano sbuff:
- Al Cretino, ti dovrebbero chiamare. Fossi in te, applicherei la regola che meno parli, meno cazzate metti fuori. E vero, non sembri un poliziotto: sembri un cabarettista, di quelli scadenti.
Aragona lo fiss offeso:
- Non c' niente da fare, sei antiquato. Non capisci che questo mestiere sta evolvendo, e quelli come te saranno come i dinosauri: fossili estinti. Ma lo sai che...
Squill il telefono.

3.

Il commissario Luigi Palma sollev lo sguardo dall'incartamento che aveva davanti e cerc di cogliere le voci che arrivavano dallo spiraglio della porta.
La sua regola era di non chiudersi mai nell'ufficio, voleva che i collaboratori pensassero di poter andare da lui in ogni momento; per l, a Pizzofalcone, una delle due porte dava sull'ampia sala che aveva voluto trasformare da mensa a spazio comune, e temeva che qualcuno dei suoi credesse che voleva tenerli d'occhio. Avrebbe ottenuto l'effetto opposto: invece di un primus inter pares, una specie di fratello maggiore con il compito di coordinare l'attivit e non certo di comandare, sarebbe diventato un aguzzino malfidente che voleva spiare i loro dialoghi.
Qualsiasi atteggiamento poteva essere letto in modo sbagliato. Era cosciente che non sarebbe stato facile; lo stesso questore, nell'ultimo colloquio al termine del quale gli aveva assegnato l'incarico, aveva cercato quasi di dissuaderlo dall'accettare. Era uno in carriera, lui, prima o poi si sarebbe aperto uno spazio pi comodo e di prestigio, dove avrebbe fatto valere le sue indubbie capacit.
Ma le cose facili a Palma non erano mai piaciute, e in realt non aveva molto da perdere. Il questore, per, non poteva saperlo.
La carriera interessava a Palma assai meno di quanto si potesse immaginare guardando l'impegno assoluto che profondeva nel lavoro. La verit era semplice: non aveva niente altro.
I genitori se n'erano andati da qualche anno, a breve distanza l'uno dall'altra. Erano anziani; Palma si definiva "figlio di vecchi", essendo nato quando il pap aveva superato i cinquanta e la mamma i quaranta. Suo fratello maggiore aveva la sindrome di Down ed era morto a vent'anni, lasciando nel cuore dei famigliari un cratere di tranquillo dolore che li avrebbe accompagnati per sempre. Palma desiderava dei figli, ma la donna che aveva sposato non ne voleva, dedita com'era alla professione di medico che non le concedeva spazio per altro. Fra loro si era cos scavato, alla lunga e senza che lo volessero, un baratro profondo, ed era stato un sollievo per entrambi quando avevano deciso di separarsi per poi divorziare.
A quel punto, Palma si era guardato attorno. Un uomo dolce, affettuoso ed espansivo che non aveva pi una famiglia d'origine e nemmeno una propria. L'uomo propone, il destino dispone.
Siccome aveva la naturale propensione a dirigere un gruppo, alla fine la sua famiglia era diventata il lavoro. E inevitabilmente questo gli era stato riconosciuto, fino all'assegnazione del ruolo di vicecommissario in un tranquillo nucleo di una zona residenziale, dove di fatto, per una dolorosa malattia del superiore, si era posto in evidenza come il pi giovane e lanciato funzionario di polizia della citt.
Quando il commissario si era dimesso per combattere la sua ultima battaglia, Palma si aspettava di essere confermato con l'avanzamento; e cos avrebbero voluto i suoi uomini, molti dei quali pi anziani di lui, che ne avevano apprezzato la sincerit e l'umilt. Ma non  di questo mondo fare ci che  pi logico e giusto, e da un'altra citt era arrivata una signora con maggiori titoli e benevolenze a Roma.
Non era stato per rabbia o per invidia che aveva preferito andarsene. Semplicemente sapeva che sarebbe stato impossibile mantenere l'efficienza del commissariato. Era necessario che si facesse da parte: con lui presente, gli agenti avrebbero disconosciuto la nuova autorit continuando a rivolgersi per ogni cosa a chi conosceva bene la zona, gli uomini e gli equilibri del posto.
Fu allora che capit l'episodio dei Bastardi di Pizzofalcone, un'autentica spallata all'immagine della polizia locale. Come tanti suoi colleghi che dalla mattina alla sera, con fatica e dolore, combattevano contro la decomposizione delle strade e dei vicoli per mano dei loro stessi abitanti; si sent rivoltare dentro e prov una rabbia immensa. Perci, quando seppe che era intenzione del questore chiudere il commissariato ammettendo di fatto una sconfitta, si ribell.
E chiese di rilevare la posizione.
Un gesto d'impulso, certo. Un rischio, sicuramente. Ma anche la via d'uscita dallo stagno morto che era diventata la sua carriera e, per certi versi, la sua vita. Un posto nuovo, una realt nuova. E un nuovo gruppo. Una nuova parvenza di famiglia.
Le risorse che gli erano state destinate, sulla carta, non lasciavano sperare in un buon risultato. I quattro bastardi, rimossi per la brutta faccenda di droga di cui si erano resi protagonisti, erano stati sostituiti da altri Bastardi, figli di nessuno dei quali i commissariati d'origine si erano liberati in tutta fretta: il raccomandato e pasticcione Aragona, scorretto e rumoroso, invadente e maleducato; l'enigmatica Di Nardo, che aveva esploso un colpo di pistola all'interno dell'ufficio; il silenzioso Romano, soggetto a scoppi d'ira che lo inducevano a mettere le mani robuste al collo di sospettati e colleghi. E Lojacono? Il siciliano detto il Cinese per gli strani occhi a mandorla? Lui no, lui lo aveva scelto. Non che Di Vincenzo, il suo capo precedente, non fosse ben lieto di sbarazzarsene: il marchio che il Cinese portava addosso, quello di un trasferimento dalla sua terra per via delle affermazioni, mai provate, di un pentito circa una sua contiguit con la mafia, era di un'infamia imperdonabile nell'ambiente delle forze dell'ordine. Ma Palma aveva visto Lojacono in azione durante la caccia al Coccodrillo, un serial killer che aveva terrorizzato la citt mesi prima, e ne aveva riconosciuto il talento, la rabbia, la partecipazione emotiva: quello che cercava nei suoi collaboratori, quello che serviva per fare bene quel mestiere.
Anche i due elementi sopravvissuti al repulisti della commissione d'inchiesta si erano rivelati tutt'altro che un peso.
L'anziano vicecommissario Pisanelli sapeva tutto ci che c'era da sapere sul distretto in cui era nato e nel quale aveva sempre lavorato. Era un uomo pulito e sensibile, una fonte di notizie coerente e sconfinata che compensava il fatto che fossero tutti pi o meno nuovi del posto. Se non fosse stato per quella fissazione riguardo a una serie di suicidi sospetti, sarebbe stato l'aiuto perfetto.
Quanto a Ottavia, all'inizio si era chiesto se non fosse il caso di dislocarla alle indagini sul campo; poi si era reso conto di come fosse importante la sua funzione di supporto. L'intelligenza con cui si districava nel web valeva almeno quanto i movimenti nei vicoli e nelle strade dei suoi colleghi, se non di pi; faceva risparmiare ore di lavoro, reperendo all'istante una mole di informazioni che altrimenti sarebbero costate un'immensa fatica.
Certo, Palma doveva anche ammettere, mentre ascoltava le risate della donna alle sciocchezze di Aragona, che saperla di l, nella stanza accanto, gli riscaldava il cuore.
Era troppo navigato per non intuire il pericolo: non c'era da aspettarsi mai nulla di buono quando il semplice piacere di vedersi sul lavoro si coagulava in qualcosa di diverso. Lui era li per coordinare quel gruppo di agenti, per salvare il commissariato e renderlo efficiente; lei era l per assolvere compiti importanti. Sarebbe stato imperdonabile per entrambi associare ad altro il fatto di ritrovarsi la mattina. Inoltre, se lui era libero, lei era sposata e aveva un figlio, per giunta con problemi di autismo.
Poi magari si illudeva. Magari quei sorrisi, quella sollecitudine, quel tono di voce che si abbassava se si rivolgeva a lui, erano frutto della sua immaginazione: vedeva e sentiva ci che avrebbe voluto vedere e sentire. Forse era solo il suo desiderio. Troppe le notti trascorse sul divanetto dell'ufficio, per la poca voglia di tornare nel monolocale disordinato che non aveva il coraggio di chiamare casa; troppe le domeniche passate a bere birra davanti alla televisione, senza nemmeno guardarla; troppi i ricordi, ormai cos sbiaditi da fargli temere di esserseli creati apposta per colmare un vuoto immenso.
Non era il sesso a mancargli, aveva sempre pensato che fosse inutile senza sentimento. Quando incontrava i pochi amici, antichi compagni di scuola che con testardaggine si riunivano ogni paio di mesi, ne subiva stoico gli sfott; secondo loro era ormai diventato uguale a un vecchio professore di Religione che magnificava le gioie della vita meditativa a un gruppo di adolescenti foruncolosi e perennemente eccitati. Ma Palma non cercava compagnie facili. Lui avrebbe voluto riempire la solitudine, e non era certo la donna di un altro, con la sua famiglia, i suoi casini e la sua vita, a poterlo fare.
Quelle buone ragioni si scontravano per con il viso di Ottavia, che la mattina arrivava in ufficio prima di tutti gli altri. E perdeva miseramente, frantumandosi in mille granelli di sottile piacere. Che c' di male, gli diceva la sua parte incosciente, se poi non succede nulla? Se non sei esplicito, se non ci provi, se non lasci pensare che il tuo interesse vada al di l di quello professionale? Sapeva di mentire a s stesso, ma non aveva voglia di alzare eccessive difese attorno a s; e nemmeno avrebbe saputo come fare.
Ascolt la voce di lei rispondere al telefono, sorridendo per quel suono caldo al quale si stava abituando.
Poi smise di sorridere.

4.

I poliziotti la mattina vanno in giro per furti, pensava Lojacono mentre risaliva il vicolo tra garzoni rumorosi che mettevano la merce in strada, motorini selvatici che cercavano vie improbabili e ragazzini assonnati con lo zaino in spalla. I furti in appartamento vengono a galla con l'alba, portati dalla notte sulle rive della rinnovata coscienza, quando il derubato scopre di essere un derubato, e svegliandosi si ritrova in un incubo.
Il furto in casa, rifletteva Lojacono,  cosa particolare. E uno stupro della salvaguardia, la brusca rivelazione che non basta chiudere la porta per lasciare fuori la violenza di un mondo ribollente di dolore e di paure. E' la cronaca nera che ti arriva addosso, proprio a te che magari non facevi nulla di male, che credevi di essere esente dalle brutture e invulnerabile al crimine. E' la fine della tranquillit, l'evento che d una spallata definitiva all'ordine che con fatica hai costruito, alla, serenit di un'oasi che ritenevi inviolabile.
E' brutto essere un poliziotto che interviene in una casa dove c' stato un furto. Ti senti responsabile, quasi non fossi riuscito a proteggere qualcuno come gli sarebbe spettato. Nello sguardo della vittima c' un muto sottofondo di rimprovero. Io pago le tasse, sembra dirti quello sguardo; fatico onestamente, porto avanti tra mille difficolt una vita difficile, e parte di quello che guadagno finisce nel tuo stipendio. Ecco il risultato: una casa buttata per aria, mani criminali che rovistano tra le mie cose portandomi via, oltre ai valori, la pace domestica. Converrai che  anche colpa tua, poliziotto. Dov'eri mentre i ladri mi toglievano la quiete e la sicurezza? Magari dormivi tranquillo nel tuo letto, digerendo la cena pagata da me con le mie tasse.
Lojacono controll l'indirizzo che aveva appuntato su un foglietto. Quando era arrivata la telefonata, in ufficio c'erano solo Ottavia Calabrese, lui e la Di Nardo, apparsa in quel momento; gente mattiniera, i suoi colleghi del commissariato di Pizzofalcone: un buon segno, anche se sospettava che dipendesse pi da carenze esistenziali che da un vero e proprio attaccamento al lavoro. Un uomo aveva singhiozzato frasi spezzate in dialetto in un modo che gli era risultato pressoch incomprensibile, tanto che era stato costretto a passare la cornetta ad Alex.
Si volt verso la Di Nardo per indicare il portone. Lei annu, rilevando il solito capannello di curiosi che si formava pochi secondi dopo qualsiasi evento notevole; pochi metri pi in l era ferma la volante, con un poliziotto in divisa a braccia conserte appoggiato allo sportello. L'uomo fece un cenno di saluto.
Ragazza strana, la Di Nardo. Non che gli altri non lo fossero, e probabilmente il pi strano di tutti era proprio Lojacono. Ma Alex aveva qualcosa di enigmatico. Lineamenti sottili, aggraziata, silenziosa, emanava una sensazione di forza trattenuta, come fosse pronta a trasformarsi in qualcos'altro. Lojacono aveva sentito quel pettegolo di Aragona raccontare di un colpo esploso all'interno di un commissariato e di un agente sfiorato dal proiettile, ma non aveva voluto approfondire: in fondo non avevano tutti, li a Pizzofalcone, qualcosa di oscuro nel loro passato?
Il flusso dei pensieri gli riport a tradimento un'immagine di casa propria, la provincia siciliana di luce e di ombre,
l'odore improvviso del mare che arriva in un colpo di vento, i rami dei mandorli in fiore. E il ricordo della testimonianza di Di Fede, il mafioso che era stato suo compagno di scuola; le parole che gli avevano cambiato la vita.
Non tutto era stato negativo, pens mentre fendevano la folla per accedere al cortile da cui partiva la larga rampa di scale. Per esempio, era venuta a galla la vera natura di Sonia, la moglie che lo aveva mollato e che non perdeva occasione, nelle rare telefonate, di vomitargli addosso veleno e rancore. Aveva incontrato persone che altrimenti non avrebbe mai conosciuto, come i nuovi colleghi. E anche il rapporto con la figlia, Marinella, era cambiato. Per fortuna.
Per mesi non aveva nemmeno potuto parlarle, a causa della barriera che Sonia aveva eretto tra lui e lei. Il dolore fisico per la mancanza della ragazza, che non aveva ancora quattordici anni, era stato tra i pi acuti della sua vita, poi, pian piano, avevano ricominciato a sentirsi al telefono, e due mesi prima se l'era trovata davanti a casa sotto la pioggia, in fuga dall'ennesimo litigio con la madre e alla ricerca di un punto fermo che credeva di aver perduto per sempre.
Mica facile, riflett Lojacono. Aveva lasciato una bambina tenera e facile alla commozione, che con le amichette giocava alle signore che prendono il caff e fanno compere, che si provava i vestiti della madre scoppiando a ridere davanti allo specchio; e ora quella bambina si era trasformata in una ragazza silenziosa e riflessiva, sempre vestita di nero, con gli occhi a mandorla cos simili ai suoi, spesso persi dietro pensieri indecifrabili. Non sapeva se la sua visita si sarebbe prolungata, e aveva paura di chiederglielo. Non voleva che Marinella fosse anche solo sfiorata dall'idea di non essere gradita. Alla madre aveva comunicato che era da lui e che poteva stare tranquilla, sorbendosi un'infinita serie di recriminazioni. In realt, Lojacono non era certo di quale fosse la soluzione migliore per la figlia: se rimanere con un padre che per via del lavoro poteva stare pochissimo con lei, e confrontarsi con un ambiente nuovo, o tornare in un luogo dove era chiaro che non stava bene.
La voce bassa della Di Nardo lo riscosse:
- Si entra di l.
Al primo piano c'era un solo ingresso, con una porta di legno a battente unico, socchiusa. Il palazzo, come molti nei dintorni, in origine era stato padronale, poi aveva subito un secolare processo di degrado, mentre sul quartiere attorno calava un buio sociale pluridecennale. Negli ultimi due lustri, per, la crisi immobiliare e l'incremento della domanda di alloggi in centro avevano invertito la tendenza, e gli edifici della zona stavano lentamente ritrovando prestigio. Le scritte sui muri erano state raschiate via, gli intonaci erano stati ripresi, le aiuole negli antichi cortili erano state riportate da mani sapienti ai pregressi splendori con ortensie e rose, che in quel maggio tiepido sembravano brillare di luce propria.
L'appartamento in cui era avvenuto il furto si trovava al piano nobile. Diversamente dagli altri, non era stato suddiviso in abitazioni di metratura inferiore per facilitarne la vendita o l'affitto, quindi doveva essere davvero grande. Sopra la porta era piazzata una telecamera, anche Di Nardo la stava guardando. La ragazza indic a Lojacono la serratura dell'ingresso, che non recava alcun segno di scasso. Il pianerottolo era illuminato da un finestrone che pareva chiuso, con il saliscendi ben piantato nel marmo del davanzale. Lojacono, la mano avvolta in un fazzoletto, apr e vide che dava sul cortile interno. La targhetta in ottone sul battente recava la scritta" S. Parascandolo", sormontata da ghirigori.
Nell'ingresso c'era un agente in divisa, che li salut portando la mano alla visiera.
- Buongiorno, sono Rispo. Siamo qua da una ventina di minuti, abbiamo inoltrato noi la chiamata dal centro operativo.
Un ampio disimpegno si apriva su un corridoio, mentre a destra si accedeva a quello che poteva essere un salone. Gi nel corridoio si vedevano indumenti, borse e soprammobili sparsi sul pavimento. Di fianco all'uscio, una valigia e un trolley di pelle chiusi.
Rispo disse:
- Le valigie sono dei proprietari. Sono rientrati stamattina da Ischia e hanno trovato il patatrac. Stanno di l, nel salone.
Alex addit a Lojacono le discrete telecamere uguali a quella piazzata all'esterno, con i sensori del sistema d'allarme. Non si poteva certo dire che S. Parascandolo, chiunque fosse, desse poca importanza alla sicurezza. Anche se tanta attenzione non gli era servita a molto.
Dal salone giungeva un suono ritmato di singhiozzi. Qualcuno stava piangendo.
Lojacono si avvi, seguito da Alex.

5.

Non tutte le chiamate che arrivano in un commissariato sono uguali.
Il telefono squilla in continuazione, c' sempre qualcuno che risponde, che cerca di farsi sentire al disopra del frastuono prodotto da tante persone che parlano contemporaneamente. Nella sala agenti di un commissariato si scontrano sentimenti, passioni, emozioni forti: quindi si alza la voce, c' concitazione, c' agitazione. Nei commissariati la gente urla, come in un girone infernale.
Quando Ottavia Calabrese al secondo squillo rispose, stavano parlando tutti. Aragona chiedeva un caff a Guida, la guardia in servizio all'ingresso, gridando nella cornetta; Romano stava domandando a Pisanelli se aveva notizie di monolocali in affitto nei pressi del commissariato, e Pisanelli gli stava rispondendo col nome di un'agenzia immobiliare di un suo amico; Palma si era appena affacciato dal suo ufficio per dare il buongiorno a tutti.
Ma appena Ottavia, che si era portata una mano all'orecchio per escludere il rumore, disse: - Come? Hanno preso un bambino? - nella stanza piomb un silenzio raggelato. La Calabrese afferr una penna e cominci a pigliare appunti, il viso contratto, la voce fredda ed efficiente. Solo gli occhi tradivano emozione.
Palma fece un passo avanti e si accost alla sua scrivania, preoccupato. Un bambino. Un bambino preso.
Ottavia mise gi. Tutti la guardavano.
- Manca un bambino da una scolaresca in visita alla pinacoteca di Villa Rosenberg, qui vicino. Erano arrivati da poco, ed  subito sparito. Ha chiamato una delle maestre, una suora; una scuola privata di via Petrarca.
Il tono era basso, angosciato ma professionale. Gli occhi fissi in quelli di Palma, anche se parlava a tutti. Un bambino.
Palma chiese:
- Come sanno che  stato preso? Magari si  allontanato, magari si  nascosto, magari...
- Un compagno che era con lui. Dice che se n' andato con una donna. Una donna bionda.
Silenzio. Tensione, ansia. Palma sospir.
- Va bene, non perdiamo tempo. Romano, Aragona, andate subito l: pigliate la macchina. Pisanelli, procurati il nome del bambino, vedi se riesci a sapere qualcosa della famiglia e nel caso avvertili. Ottavia, richiama Villa Rosenberg, che nessuno si muova, nessuno entri e nessuno esca. Io informo il centro operativo e faccio mandare un paio di volanti dalla questura. Diamoci da fare.

Alla solita guida folle, Aragona aveva aggiunto un imbarazzato silenzio. Francesco Romano, detto Hulk, non gli piaceva. Qualcosa nel suo sguardo, spesso perduto nel vuoto con un'espressione di vaga sofferenza, gli faceva paura; e quei capelli tagliati cortissimi, il collo largo, la mascella marcata davano un'impressione di forza trattenuta e pronta a esplodere. Peraltro, ci che sapeva di lui non era certo rassicurante: un poliziotto in divisa suo amico gli aveva raccontato che questo Hulk aveva afferrato per il collo un sospettato che lo derideva e lo aveva mandato all'ospedale. "Marcu', - gli aveva detto, - io c'ero, ce ne sono voluti tre per staccarglielo dalle mani; altri cinque secondi e lo ammazzava".

Irrompendo senza nemmeno rallentare, a clacson spianato, in un gruppo di giapponesi che svolazzarono via come piccioni, Aragona pens che c'era da credergli: aveva proprio l'aria del violento. E poi quello strano senso dell'umorismo col quale rispondeva alle sue battute faceva s che poi tutti lo ritenessero un cretino. Gli lanci un rapido sguardo: si reggeva con la sinistra al sedile e con la destra alla maniglia; un muscolo gli guizzava minaccioso sulla mascella.
Quando, con uno stridore di freni, si fermarono davanti al museo, Romano ringhi come se Aragona non ci fosse:
- E pure da come guida si capisce che  un fesso.
Scesero dall'auto mentre arrivavano due volanti da direzioni diverse. All'ingresso dell'antica villa settecentesca che ospitava la pinacoteca regnava l'agitazione: un gruppetto di turisti che avrebbe voluto entrare si accalcava in prossimit della cassa, protestando in uno stentato italiano dal forte accento tedesco; una guardia giurata con le braccia alzate cercava di imporre la calma, urlando pi forte; una suora singhiozzava e un'altra pi anziana la redarguiva in modo brusco; alcuni ragazzini di una decina d'anni se ne stavano impauriti in un angolo del salone.
Appena li videro apparire, le due suore si avvicinarono. - Siete della polizia, vero?
- Romano. Lui  il mio collega Aragona. Mi dica che  successo, sorella.
La donna, sui sessana, aveva il viso tondo e gli occhi azzurri che spiccavano sotto il velo nero.
- Io sono suor Angela, dell'ordine di Maria della Carit. Lei, - e indic la suora pi giovane, che continuava a soffiarsi il naso, -  suor Beatrice. Quello che  successo ve l'abbiamo gi detto al telefono: un bambino  stato portato via. Da qui, da questo museo, meno di un'ora fa.
Aragona tossicchi, togliendosi gli occhiali:
- Qual  il nome del bambino? E com' andata, con precisione?
Suor Angela gli si indirizz sdegnosa:
- Non  un po' troppo giovane, lei, per occuparsi di una faccenda tanto grave?
Prima che Aragona potesse ribattere, Romano intervenne con tono fermo:
- Qui non  in discussione l'et del mio collega; oltretutto le assicuro che siamo entrambi qualificati. Mi pare che sia invece in discussione il fatto che un bambino, che se ho capito bene era affidato alla sua custodia e a quella della sua consorella,  sparito. Vuole rispondere alla domanda, per cortesia?
La donna sbatt le palpebre; non era abituata a essere contraddetta.
- Io sono la superiora del convento dove ha sede la scuola, , e non ero presente. I bambini erano con suor Beatrice, che mi ha avvertito all'istante quando Dodo... quando il bambino, Cerchia Edoardo,  scomparso. Mi sono precipitata qui e vi abbiamo avvertiti.
Aragona, ringalluzzito dall'insperata difesa di Romano, disse:
- Quindi, lei non c'era. E in pi non ci avete chiamato subito, siete state a parlare fra di voi perdendo tempo prezioso. Complimenti!
Romano si volt verso di lui, con una faccia che non prometteva niente di buono. Suor Angela arross.
-lo... io... Suor Beatrice  molto giovane, e certo non immaginava di trovarsi in una simile circostanza. In tanti anni, mai  accaduto che...
Romano si rivolse alla suora pi giovane.
- Sorella, per favore, ci dica come si sono svolti i fatti. Mi raccomando, cerchi di ricordare con precisione. Aragona, magari prendi qualche appunto.

Suor Angela cerc di riguadagnare terreno:
- Dunque, stamattina a scuola... Romano tagli l'aria con la mano, brusco:
- Madre, credo sia meglio se va a vedere come stanno i bambini. Ci lasci soli con suor Beatrice, grazie.
Di nuovo sbattendo le palpebre, la suora pi anziana arretr di un passo, quasi Romano l'avesse spinta via di forza. Poi si gir e, ostentando dignit offesa, si avvi verso il gruppo dei ragazzi.
Suor Beatrice si rattrapp, perdendo nell'intervenuta solitudine ulteriore coraggio, e balbett piangendo:
-lo... non lo so... era con me, nella sala degli acquerelli, poi... con tutti, tutti gli altri, io... non me ne sono accorta... Aragona, una penna e un notes in mano, la blocc:
- Calma, sorella, calma. Prenda un bel respiro e parli con calma, se no non capisco niente e che scrivo?
La suorina fece un respiro profondo, tir su col naso e si asciug gli occhi:
- Ha ragione, dottore. Mi scusi. Sono spaventata, mi potete capire. Tutto potevo immaginare, tranne che succedesse questa cosa. Ma il Signore  misericordioso e mi aiuter. Forse  meglio che mi chiediate una cosa alla volta, cos magari non mi dimentico niente.
Romano annu, lieto della proposta.
- Perfetto. Allora, cominciamo dal bambino. Cerchia Edoardo, avete detto?
- S, Dodo lo chiamiamo noi. La mia classe  una quinta, sono i pi grandi che abbiamo, l'anno prossimo saranno alle medie. Dodo  con me dalla prima, come quasi tutti gli altri che vedete; sono i suoi compagni. Dodo  dolce, un bambino tranquillissimo, eccellente nel profitto, perfetto nella condotta. Forse ha ancora qualche tratto infantile...  legatissimo ai suoi giocattoli, mi  capitato di rimproverarlo perch se li porta a scuola. Ma  socievole, educato, un po' introverso magari.
Aragona scalpitava:
- Vabbe', questa  la pagella, andiamo al dunque, sore'.
Che  successo, stamattina?
Suor Beatrice abbass gli occhi, sforzandosi di riordinare le idee mentre Romano fissava torvo il maleducato collega. - Avevamo organizzato questa visita da un paio di mesi.
Il museo apre la mattina presto apposta per le scolaresche.
Certo, per bambini di quest'et non  il massimo, preferirebbero qualche parco a tema, un posto dove giocare, adesso che  primavera e le giornate sono pi calde, ma la madre... suor Angela ci tiene che i pi grandi abbiano anche un'educazione artistica, quindi ogni anno portiamo la quinta qui. Aragona si guard attorno, perplesso. - Poverini. Sai che palle. Vabbe', sorella, andiamo avanti. Suor Beatrice parve non accorgersi della volgarit.
- Li riuniamo prima del solito orario, alle sette e quarantacinque, e li portiamo qui col pulmino che li prende e li riaccompagna a casa. Una volta verificato che ci sono tutti, partiamo.
Romano chiese:
- E' l'unica occasione in cui verificate che ci siano tutti? - Oh, no! Praticamente non faccio altro. I quadri li spiega la guida del museo, io mi occupo dei ragazzi.
- Quindi si  accorta subito che il piccolo Cerchia non c'era pi? Ci  stato detto che un suo compagno l'ha visto andarsene con una donna bionda: ce lo conferma? Come si chiama? E com' possibile che il bambino vi sia sfuggito se stavate cos attente?
La donna ricominci a piangere:
- Un suo compagno, s... Christian Datola. Era con lui quando... quando hanno preso Dodo, e io...

Suor Angela si era avvicinata di nuovo, non resistendo nel vedere quei due che mettevano sotto pressione suor Beatrice. Intervenne a muso duro:
- Sentite, se avete delle accuse da farci, ditelo chiaro e noi chiamiamo l'avvocato. Noi in questa storia siamo la parte lesa, non certo le colpevoli. Rispondiamo alle famiglie, e siamo una scuola famosa per l'attenzione e la cura verso gli alunni. D'altra parte, forse non lo sapete, le famiglie dei nostri ragazzi sono le pi importanti e facoltose della citt e...
Aragona si tolse gli occhiali:
- Sta dicendo che state attente perch le famiglie sono facoltose e che se invece erano povere i bambini si potevano pure ammazzare fra loro? Complimenti per la carit.
Suor Angela si appress minacciosa all'agente, puntandogli un dito in volto:
- Stia a sentire, lei: io non sto certo qui a farmi insultare. Adesso mi d grado, numero di matricola e nome completo e io la faccio...
La interruppe suor Beatrice, tirandole una manica e sbarrando gli occhi verso l'ingresso del museo. Dal portone stava entrando di corsa una donna, seguita da un uomo.
- Madre, la signora Cerchia. La mamma di Dodo.

6..
Anche il salone era sottosopra: lo spettacolo era davvero sconfortante.
Sembrava che fosse in atto un trasloco e che qualcuno si fosse dimenticato di mettere gli oggetti negli scatoloni. I ripiani, le mensole e i tavolini erano vuoti; in compenso in terra c'era una collezione, degna di un bazar di lusso, di soprammobili, libri, quadri, piatti, bicchieri e argenteria.
A Lojacono qualcosa suonava strano, e da principio non riusc bene a capire che cosa; la ridda di colori, tessuti e superfici lo distraeva. Poi si rese conto che, in qualche modo, tutto era stato fatto con grande attenzione e ordine. Nulla era rotto, nonostante fra gli oggetti appoggiati sul pavimento e sui tappeti ci fossero cristalli sottili e ceramiche. Era come se i ladri avessero preparato tutto e fossero poi stati interrotti sul pi bello prima di poter portare via la refurtiva.
In mezzo alla confusione, seduti in punta al divano occupato da due quadri e da un servizio da caff incongruamente disposto in ordine di grandezza delle tazze, come per un'esposizione, c'era una coppia.
La donna era notevole; Alex pens subito che non era possibile determinarne l'et. La pelle delle braccia scoperte e del collo tradiva un passaggio dei cinquant'anni avvenuto ormai da tempo, ma i robusti interventi del chirurgo avevano reso il viso e il corpo, fasciato in uno sgargiante vestito di un paio di misure inferiore a quello che sarebbe stato opportuno, qualcosa di sinteticamente giovanile per l'eternit. Piangeva a dirotto, asciugandosi con un fazzoletto zuppo gli occhi arrossati e ricostruiti dalle blefaroplastiche, e intanto girava la testa di qua e di l con fare teatrale, come stesse seguendo un incontro di tennis.
Lui, invece, con almeno tre menti, un ventre prominente e l'espressione arcigna di un bulldog, dimostrava tutti i suoi settanta e pi anni. Era sconvolto, le mani che si contorcevano stringendosi, quasi animate di vita propria, e le labbra tremanti. La scena perdeva per molta della sua drammaticit a causa della camicia a fiori rossi, bianchi e blu che l'uomo indossava.
Lojacono si present:
- Sono l'ispettore Lojacono, la collega  l'agente Di Nardo. Siamo del commissariato di Pizzofalcone. Siete i padroni di casa?
L'uomo rispose senza alzarsi dal divano. Aveva una voce curiosamente acuta, del tutto incoerente col corpo dal quale proveniva: sembrava quella di una bambina col mal di gola. - Di quello che rimane, s. Sono Salvatore Parascandolo. Non accenn a presentare la donna che aveva al fianco.
Alex lo fiss inespressiva, poi si rivolse a lei: - E lei  la signora?
La donna ferm con evidente sforzo il movimento della testa, interrompendo per un attimo sia i singhiozzi sia la partita di tennis:
- S, Susy Parascandolo. Che tragedia, signori'. Che tragedia.
Lojacono allarg un braccio per indicare lo scempio attorno:
- Ditemi, quando vi siete accorti di quello che  successo? Parascandolo rispose guardando in un punto imprecisato nel vuoto:
- Stamattina alle otto, quando siamo tornati da Ischia. Uno si va a fare un fine-settimana, crede di stare tranquillo, di riposarsi e di prendere un poco di aria di mare. Poi torna a casa sua, il posto che crede il pi sicuro del mondo, e trova... e trova questo.
La voce sottile che usciva da quella faccia torva sarebbe stata ridicola, se non ci fosse stato un intenso dolore a vibrare nelle parole.
Alex alz gli occhi verso la telecamera, nell'angolo del salone:
- Ma l'impianto di sorveglianza? Mi pare che il led sia spento. L'hanno disattivato?
La domanda provoc reazioni strane nei due coniugi. L'uomo si volt piano verso la moglie, come se la ladra fosse stata lei:
- No. La signora, qui, si  semplicemente dimenticata di attivarlo. Tanto chi se ne fotte della roba che ci sta in casa? E stata tutta comprata con la fatica mia, mica l'ha pagata lei. Quindi, perch attaccare l'allarme, quando si esce? Doveva solo inserire un codice, un cacchio di codice di quattro numeri, e non l'ha fatto.
La donna singhiozz ancora pi forte:
- Ma non mi posso ricordare tutto, io! E' nuovo, l'abbiamo messo da meno di un anno, non ci ho pensato. E poi ero in ritardo, tante cose da fare, la valigia, la roba da portare, tu che mi aspettavi al porto, il taxi gi che suonava il clacson perch non si poteva fermare troppo in mezzo alla strada. Non ci ho pensato, ecco.
Non bisognava essere esperti di fisiognomica per capire che i Parascandolo si odiavano cordialmente.
Lojacono chiese:
- Siete riusciti a capire come sono entrati?
L'uomo gli si indirizz malevolo:
- Non ce lo dovreste dire voi, da dove sono entrati? Io aspettavo questa deficiente al porto, aspettavo. Che ne so, magari si  pure dimenticata la porta aperta, scema com'. Le finestre sono sane e hanno i cancelli, li ho chiusi io. Quindi, siccome la porta non l'hanno forzata, devono avere aperto con una chiave.
Susy sibil, attraverso le labbra che ricordavano la bocca di un delfino:
- Mo' pure l'investigatore, fai. Prima il giudice, poi il poliziotto.
Alex cerc di riportare l'attenzione sul furto:
- Avete idea di quello che hanno preso? Almeno a un primo sguardo, riuscite a capire se manca qualcosa?
L'uomo si alz, dimostrando di non superare il metro e sessanta. Disse:
- Venite con me.
Alex e Lojacono lo seguirono lungo il corridoio, cercando di non calpestare indumenti e masserizie sparsi ovunque. Arrivarono all'ingresso della stanza da letto. Anche qui lo stesso disordine ordinato, con oggetti di ogni genere tirati fuori da armadi e cassettiere aperti e lasciati poi sul pavimento, impilati. Sul comodino, dal lato opposto rispetto alla finestra, addirittura un portafoglio in pelle, rosso, con carte di credito e biglietti da visita disposti a ventaglio come nella vetrina di un negozio. Sulla parete destra, a meno di un metro e mezzo da terra, c'era una cassaforte spalancata e vuota. Ai piedi, appoggiato accuratamente al muro, un quadro con un paesaggio. Lojacono si avvicin, rilevando che la cassaforte, con apertura a chiave e a combinazione, presentava il portello annerito e lesionato in pi punti. Fiamma ossidrica, pens.
Si volt verso Parascandolo:
- Che cosa c'era, nella cassaforte?
L'uomo esit.
- Poche cose: un orologio, qualche documento personale senza valore. Un po' di contante, forse un paio di migliaia di euro. Niente di che, insomma.
Alex e Lojacono si fissarono. L'uomo stava mentendo, e male per giunta. Perch?
La ragazza chiese:
- E nel resto della casa? Manca qualcosa?
La moglie, che li aveva raggiunti piagnucolando, rispose:
- No, per fortuna pare di no. Cio, con questo casino non si pu dire, ma mi pare che c' tutto quello che c'era prima. Nemmeno l'argenteria hanno preso.
Parascandolo squitt:
- Zitta, stupida. Come lo sai, che non hanno preso niente? Per quanto stai in casa, avrebbero potuto portare via chiss che e non te ne saresti accorta.
Intervenne Alex, a bruciapelo:
- Voi siete assicurati contro i furti, signor Parascandolo?
- No. Si presume che con un sistema d'allarme come questo, e con la cameriera in casa per la maggior parte del tempo, non ci siano motivi per pagare pure un'assicurazione. Se la polizia facesse il suo dovere, garantendo la sicurezza dei cittadini che pagano le tasse, quei vampiri delle assicurazioni morirebbero di fame.
Lojacono tagli corto:
- Va bene. Per ora non possiamo fare altro. Stanno arrivando i colleghi della scientifica, non toccate nulla, per favore. Il collega alla porta rimarr qui con voi. Ci risentiamo non appena avremo i risultati delle rilevazioni. Voi, signor Parascandolo, che attivit svolgete? Eventualmente vi possiamo trovare in ufficio, o...
- Ho una palestra con centro benessere, bar e ristorante. Ci sta pure una piscinetta, su in collina, a via Mastriani. Mi potete trovare l, se non sto qua.
- E la signora?
- Pure lei. Anzi, lei pi di me. Si occupa del fitness.
Lungo la strada del ritorno, Lojacono chiese ad Alex:
- Be'? Che te ne pare? Abbastanza strano, no? La ragazza camminava pensosa:
- Pi di una cosa,  strana. Prima di tutto, il fatto che non hanno preso niente. I quadri sono di valore, io un po' ne capisco perch mio padre  un appassionato: tutti acquerelli di fine Ottocento, piccoli e facili da smerciare. Anche l'argento, pezzi pesanti, e i gioielli di lei: li ho visti sul cassettone, allineati come se fossero stati passati in rassegna e scartati. L'ispettore annu:
- Infatti. E poi, l'ordine: quello strano ordine nel casino, gli oggetti sistemati a terra come se volessero mostrarli. Mai vista, una cosa cos. Senza contare che la porta non  stata forzata e che il sistema d'allarme non era attivato. Incomprensibile.
La Di Nardo serr le labbra:
- Guarda, io avevo quasi creduto che fossero stati loro stessi a mettere su un teatrino tanto maldestro, per questo ho chiesto dell'assicurazione. Ma visto come stanno le cose, non avrebbe senso.
- No, per niente. E poi  probabile lo avrebbero inscenato meglio il furto, anche se non mi sembrano due aquile. Mah.
Ormai erano nei pressi del commissariato. Alex disse:
- Sono andati a colpo sicuro, volevano la cassaforte. Ma non hanno trovato niente di particolare, almeno a quanto ha detto Parascandolo.
- Che per mentiva, non ci sono dubbi. Chiss cosa conteneva, in realt; e soprattutto, perch lui ci ha detto una balla. Converr attivare Ottavia e il Presidente, su questa storia. Magari scoprono qualcosa loro.
Alex ridacchi:
- Il Presidente... Ti ha contagiato Aragona, eh? I soprannomi dei Bastardi di Pizzofalcone. Allora io ti posso chiamare il Cinese?
- Sai che novit, pure a scuola mi ci chiamavano... Ascolta, segui tu la scientifica: appena hanno qualcosa ci andiamo a parlare, ho la sgradevole sensazione che il buon Parascandolo dalla camicia a fiori abbia perso molto di pi di quanto sia disposto ad ammettere.
Di Nardo sospir:
- Che brutta coppia, per. E che tristezza vedere due che vivono insieme e si odiano in quel modo.
La ragazza stava pensando che era bello tornare nella sala agenti, dove l'atmosfera, in fondo, era sempre allegra.
Questo, prima di varcarne la soglia.

7.

La donna che attravers a falcate l'androne del museo sembrava pi seccata che impaurita. Si era fermata sulla soglia, lasciando che gli occhi si abituassero alla semioscurit, poi aveva individuato il gruppo con le due suore e i poliziotti e si era avviata verso di loro.
Romano la osserv man mano che si avvicinava. Era elegante, molto sicura di s. La seguiva un uomo con una folta capigliatura grigia e la barba, che si teneva due passi indietro.
- Suor Angela, che cos' questa storia? Dov' Dodo?
La religiosa le rivolse un sorriso, lanciando un'occhiata in tralice ad Aragona, come se in qualche modo fosse lui il responsabile di tutto.
- Buongiorno, signora. Purtroppo  avvenuto questo incidente, stamattina, e abbiamo preferito chiamare i signori, qui, per farci dare una mano. A quanto pare, Dodo si ... allontanato, e non riusciamo a trovarlo. Sono sicura, per, che...
Romano la interruppe e si present, poi aggiunse:
- Io e il mio collega Aragona siamo appena arrivati. Ci hanno interessati perch il bambino  scomparso da oltre un'ora. Lei  la madre, immagino, la signora Cerchia.
La donna lo scrut. Era imponente e molto curata; indossava una giacca blu su un abito azzurro, intonato al colore delle pupille. I lineamenti erano regolari, con una bocca larga e un naso ridotto chirurgicamente che lasciava troppo spazio vuoto nel viso. Si gir verso suor Angela:
- Addirittura la polizia? Magari  qui fuori nel parco con qualche compagno, a giocare. Avete cercato bene? O sar rimasto indietro, lui a volte si distrae, vive in un mondo tutto suo. Nei bagni avete guardato? Forse si  addormentato.
Aragona sbuff:
- Signo', io non la farei cos semplice, abbia pazienza. Il collega le ha detto che  passata pi di un'ora, secondo lei non andavano a vedere nei bagni prima di chiamarci, le due monache, qui? Ci dica piuttosto se suo marito, una zia o chiunque altro pu essere venuto a prendere il bambino e le suore non lo sapevano. Se  cos, facciamo un paio di telefonate, la cosa si risolve e ce ne andiamo tutti a casa.
La donna aggrott le sopracciglia:
- Senta, lei, che cosa vuole insinuare? Che io non sia al corrente se qualcuno viene a prendere mio figlio prima della fine dell'orario di scuola? No, la risposta  assolutamente no. Nessuno doveva venirlo a prendere, nessuno  autorizzato a prenderlo tranne me o chi mando io.
- Signora Cerchia...
- E non mi chiami signora Cerchia, non sono pi la signora Cerchia da anni. Mi chiamo Borrelli, Eva Borrelli.
Romano cerc di riportare la calma:
- Va bene, signora Borrelli. Siamo tutti impegnati nella stessa direzione: proviamo a capire dov' il bambino e vediamo di farlo tornare qui.
La donna sibil:
- E allora fate il vostro lavoro, maledizione. Trovatelo!
L'uomo che accompagnava la signora mormor, senza avvicinarsi:
- Eva, tesoro, stai calma, ti prego. Tutto si risolver, vedrai.
Aragona lo squadr, soffermandosi sui pantaloni di velluto sformati:
- E lei chi ?
Rispose la donna:
- Lui non c'entra, in questa storia. Comunque  Manuel Scarano, il mio compagno. Manuel, per piacere, non ti immischiare.
Il cagnolino, non il compagno; questo pens Aragona, mentre l'uomo, quasi fosse stato colpito da un ceffone, arretrava di un passo. Al poliziotto sembr che fosse soddisfatto anche solo di essere stato presentato.
Romano cerc di uscire dalla situazione di stasi e si rivolse a suor Beatrice:
- Sorella, lei ha parlato di un bambino che era con Dodo, quando lo hanno portato via. Pu farlo venire qui, per cortesia?
La suora guard preoccupata la superiora, come a chiederle il permesso. A malincuore, l'altra annu, e lei si avvi incontro al gruppo degli scolari. Torn tenendo per mano un bambino grassottello e con le guance rosse, che lungo il tragitto si girava allegro verso i compagni per godersi il momento di gloria. Romano lo salut:
- Ciao, come ti chiami?
Suor Beatrice gli fece cenno di rispondere con un'occhiataccia:
- Datola Christian, - disse il bambino. Aveva la erre cos blesa da non pronunciarla affatto.
- Tu eri con Dodo, quando... quando se n' andato,  cos? Mi dici che  successo?
Christian annu, poi, a suor Beatrice: - Maestra, ma quando torna Dodo? Romano chiese:
- Perch, ti ha detto che ritornava? Cosa ti ha detto, esattamente? Raccontami tutto, dal momento in cui l'hai perso di vista. Tutto, mi raccomando.
- Stavamo guardando un quadro, nella prima stanza. C'era un guerriero a cavallo, e io dicevo a Dodo che il quadro era sbagliato, perch non c'era sangue sulla spada. Se ammazzi la gente, e c'era tanta gente morta a terra nel quadro, la spada deve essere per forza insanguinata, no? E allora, Dodo...
Suor Angela intervenne, secca:
- Datola, non divagare. Rispondi a quello che ti viene chiesto, e basta!
Aragona la rintuzz:
- Senta, suor come si chiama, lasci fare a noi le domande e lasci rispondere il bambino come vuole. Ogni particolare pu essere utile. Anzi, faccia una cosa, siccome con lei qua il piccolo non parla liberamente, vada a occuparsi dei suoi alunni e non intralci il nostro lavoro.
La suora arross fino all'inizio del velo, strinse le labbra e si allontan, offesa. Romano diede un'altra occhiataccia ad Aragona per i suoi modi troppo spicci, ma dentro di s gli accord un paio di punti; rimaneva sempre sotto lo zero, per era in risalita. Datola, subito sollevato dall'assenza della suora che, era chiaro, temeva, riprese:
- Dodo ha detto che secondo lui avevo ragione, sul quadro. Intanto suor Beatrice e i nostri compagni erano passati nell'altra stanza, e noi stavamo per raggiungerli; ma Dodo si  voltato verso l'ingresso e ha fatto ciao.
Romano chiese:
- Hai visto chi ha salutato?
Il bambino tir su col naso.
- L, dove si fanno i biglietti. C'era una signora.
- E dopo che  successo? - disse Aragona.
- Io sono andato da suor Beatrice.
- E Dodo? - chiese la madre.
Christian si gir verso di lei e fece spallucce.
- Non lo so. Non l'ho visto pi.
Romano insistette:
- Com'era, questa signora? Ti ricordi se ha detto qualcosa, com'era vestita o...
- Aveva una felpa, e dal cappuccio sulla testa le spuntava un ciuffo di capelli biondi. Ha fatto segno a Dodo di avvicinarsi. Non ho nemmeno visto se lui poi ci andava, perch sono uscito subito dalla stanza. Se suor Beatrice faceva la conta e non ci trovava, si arrabbiava e ci metteva una nota sul registro.
Romano si assicur che Aragona avesse appuntato il nome del bambino e, convintosi che da lui non avrebbe tratto fuori altre informazioni, gli diede il permesso di tornare dai compagni.
La madre di Dodo cominciava a preoccuparsi. Si guardava attorno, quasi si aspettasse di veder spuntare il figlio da un istante all'altro; ogni tanto confabulava col capelluto fidanzato. Poi disse:
- Che intendete fare? Che succede, adesso? Aragona allarg le braccia:
- Signo', mica ci sta un copione. Non ha idea di chi possa essere questa bionda, ammesso che abbia preso lei il bambino?
La donna guard un attimo nel vuoto, cercando di fare mente locale, poi mormor:
- No. Potrebbe essere chiunque, un'amica, una conoscente, la madre di qualche compagno. Non lo so. Romano intervenne:
- Va bene, ora ci lasci i suoi dati e vada a casa, magari il bambino  gi rientrato con qualcuno. Il padre lo avvisa lei? Se vuole possiamo...
- No, lui... non vive qui, sta al Nord. Ci penso io, lo chiamo io. Tocca a me, no? Immagino di s.
Dopo che se ne fu andata, Aragona disse a Romano: - Che si fa, ora?
Romano riflett:
- Facciamo pure noi una passata del museo a pettine stretto; avverti i due in divisa che stanno fuori. E visto che ci sono delle telecamere, chiamiamo in commissariato e facciamoci dare il permesso di acquisire le registrazioni. Aragona annu:
- E poi?
- E poi, speriamo bene.

8.

Lojacono e Di Nardo si ritrovarono in una sala agenti in cui tirava un'aria ben diversa da quella che si aspettavano. Romano e Aragona non c'erano; Pisanelli e Palma, in piedi davanti alla scrivania di Ottavia, attendevano in silenzio che la collega finisse di parlare al telefono.
La Calabrese ascoltava pallida, concentrata, qualche parola di assenso ogni tanto nella cornetta. Perfino Guida aveva lasciato la guardiola all'ingresso, era salito al primo piano e se ne stava afflitto sulla soglia, come a non voler disturbare.
Lojacono disse:
- Che succede?
Palma gli fece cenno di attendere finch Ottavia non avesse finito di parlare. La donna interruppe la conversazione e fiss il commissario:
- Niente. Nel parco e nel museo non ci sono tracce. E nessuno degli impiegati, n la guardia alla porta n gli addetti alle informazioni e alla biglietteria, ricordano di averlo visto passare. Romano dice che se il bambino fosse uscito da solo qualcuno se ne sarebbe accorto; non c' movimento particolare, a quell'ora. Lui e Aragona pensano che si sia davvero allontanato con qualcuno.
Palma annu, teso.
- E le telecamere?
Alex chiese, guardando i colleghi: - Qualcuno ci spiega?
Ottavia rispose a Palma:
- Due su quattro sono fuori servizio. Hanno gi sollecitato tre volte la ditta che deve ripararle; sono rotte da Natale per un corto circuito. Delle due funzionanti, una sta nella sala dove il bambino non  mai arrivato, l'altra  piazzata nell'atrio, e forse da quella ricaviamo qualcosa. Ho mandato un'email in procura per ottenere l'ordine di acquisizione, appena ho la risposta la giro al museo, cos magari Romano e Aragona portano le cassette qua. Gli ho detto di aspettare, comunque.
Pisanelli intervenne, calmo:
- Scusa, Otta', il nome del bambino e dei genitori te l'hanno dato?
La domanda cadde in un silenzio teso. Per la prima volta, attraverso il leggibilissimo processo mentale dell'anziano vicecommissario, era resa esplicita la possibilit che il bambino fosse stato rapito.
Palma prov a riportare un po' di serenit:
- E ancora presto, magari  passato a prenderlo una parente, o  andato a pranzo da un amico. I bambini le fanno, 'ste cose. Aspettiamo, non sono passate nemmeno tre ore...
Pisanelli obiett a voce bassa:
- Lo sai anche tu che il tempo gioca a sfavore, no? Meglio prepararsi. Se poi tutto si risolve in una bolla di sapone, come speriamo, avremo solo fatto qualche ricerca inutile. Allora, Ottavia: chi sono i genitori?
La Calabrese consult un foglietto che aveva scarabocchiato durante la conversazione telefonica:
- Il bambino si chiama Cerchia Edoardo, detto Dodo. Il padre, Alberto,  residente al Nord, a quanto dice la madre, Borrelli Eva, che abita col bambino in via Petrarca 51B.
- Cazzo, - mormor Pisanelli. La parola rimbomb nella sala, anche se era stata appena sussurrata: il vicecommissario non diceva mai parolacce. - La figlia di Borrelli. Mamma mia, speriamo che... la figlia di Borrelli.
- Ges! - comment Guida.
Tutti fissavano il vicecommissario con aria interrogativa. Pisanelli se ne accorse, e disse a Palma:
- Edoardo Borrelli  uno degli uomini pi ricchi della citt. Eva  la sua unica figlia e il bambino il suo unico nipote. Credimi, meglio muoversi. E in fretta, pure.
Ottavia chiuse gli occhi, Palma si pass una mano tra i capelli spettinati, con aria sconsolata.
Alex ripet:
- Qualcuno ci vuole dire che sta succedendo, per favore?
Seduti l'uno di fronte all'altro nell'ufficio del commissario, Palma e Lojacono fissavano il ripiano della scrivania ingombra di carte.
- Come vedi, per ora non ci sono certezze. Foste stati tutti qui, avrei mandato te; ma tu non c'eri. Sei il pi esperto, lo sai tu e lo so io, e anche se spero ancora che tutto si risolva in una fesseria, questo caso minaccia di essere molto, molto spinoso.
Lojacono era fermo, inespressivo. Quell'atteggiamento, tipico di quando rifletteva, accentuava l'impressione di avere di fronte un orientale.
- Scusa, capo, ma se fosse davvero un rapimento, non pensi che la questura avocherebbe a s l'indagine? Mica la lasciano a noi, 'sta cosa.
Palma fece una smorfia:
- No, li ho gi sentiti. E' un periodo che tengono i giornalisti addosso, ci dev'essere qualcuno che al di l dei comunicati stampa gli passa le informazioni dall'interno, a quegli sciacalli. Lo spostamento dell'indagine arriverebbe subito ai media, e sarebbe peggio per tutti. Preferiscono che per ora la seguiamo noi e li informiamo dei progressi. Sperando che ce ne siano.
- Capisco. E allora?
- E allora sto pensando che, quando tornano Romano e Aragona, ti faccio dare tutte le informazioni e rilevi tu l'indagine. Anzi, magari ti affianco Romano stesso, cos non perdiamo tempo.
Lojacono riflett.
- Senti, capo, non mi pare una buona idea.
Palma lo fiss interrogativo.
- Perch?
- Noi, lo sai, siamo un gruppo strano. Ognuno qui ha le sue magagne. Ci sentiamo nel mirino, sotto esame, diciamo. E in un mestiere come il nostro il gioco di squadra  fondamentale.
Palma intrecci le mani sotto il mento.
Lojacono continu:
- Se Romano o Aragona, che per inciso sono due ottimi elementi, si vedono sfilare l'indagine da sotto, che devono pensare? Che tu, e quindi noi, non ci fidiamo di loro. Che li riteniamo inadatti a continuare un lavoro solo perch si tratta di una cosa pi grossa. Li perdi, insomma. E non li .,
recuperi pi.
Il commissario si gratt la testa.
- Capisco, e hai ragione. Per io non posso permettermi di portare avanti un'indagine come questa affidandola a due come Romano e Aragona: il primo che ha avuto, e forse ha ancora, gravi problemi personali, il secondo che fa il poliziotto per hobby e ha un'enorme raccomandazione alle spalle. Lo capisci, no?
- Romano  uno in gamba, e sono sicuro che riesce a tenere fuori i suoi problemi dal lavoro; quanto ad Aragona, credimi,  molto meglio di quel che sembra.
- Non che ci voglia molto, per la verit.
Lojacono pens alle volgarit e alle scorrettezze verbali di Aragona, e soprattutto alla sua maniera di guidare:
- No, non ci vuole molto. Ma, capo, tutto questo commissariato  una follia, no? Ascoltami, lasciamo le cose come stanno. Al limite ne parleremo insieme, e ognuno ci metter del suo. Stai tranquillo, Romano e Aragona non faranno n vedranno niente di diverso da quello che faremmo e vedremmo noi.
Palma stette zitto per un po', poi soggiunse:
- Va bene. E poi, magari, il bambino  gi tornato a casa.

9.

- S.
- Sono io.
- Lo so. Sei in ritardo di mezz'ora. - Ho aspettato che lui dorme. - Perch, lei non c'era?
- Lei  tornata tardi da lavoro. Deve andare, se no signora cerca.
- Capisco. Dille di stare attenta. Di non farsi vedere da... da nessuno.
- S, detto. Tutto bene, comunque. Nessun problema, come tu detto.
- S, lo so. Ho saputo.
- Io pensavo, se posto ha telecamera e riprende faccia...
- No, tranquillo. Non ci saranno problemi. Ho verificato.
Dimmi com' andata.
- Io aspettato fuori con macchina. Lei entra, con testa coperta come tu detto. Visto da salone ingresso e chiamato. Lui venuto, contento. Tutto come tu detto.
- E lui... come sta, adesso?
- Lui bene. In magazzino, porto acqua e mangiare. Tu non preoccupa di niente. Invece, quando noi telefona?
- Come abbiamo concordato: la prima telefonata domani pomeriggio. Breve, solo la notizia. Poi l'altra, dopo ventiquattr'ore. Sempre tu, mi raccomando.
- S, io sa. E se... se qualche problema con bambino?
- Che genere di problema? Non ci devono essere problemi! Ricorda che i soldi...
- S, io sa: soldi anticipo prima, saldo dopo. Ma se bambino, per esempio, non sta bene, o fa rumore, o...
- Devo ripeterlo ancora? Preoccupati che il bambino non faccia rumore. E mi raccomando, non tenerlo completamente al buio. Soprattutto, o tu o lei dovete esserci sempre, non lasciatelo mai da solo: se passasse qualcuno e lui chiamasse, sareste nei guai. Capito?
- Capito, capito. Io sa. Ma qui nessuno passa. Nessuno mai. C' cancello con catena, io rotta e cambiato lucchetto con chiave, e solo io e lei ha. Ma soldi? Tu promesso che noi non fa niente di difficile, solo tenere bambino, e tu d soldi presto.
- I primi li avete gi avuti, no? Al momento giusto avrete anche gli altri. Stai calmo. Adesso non bisogna commettere errori: le telefonate saranno fondamentali. Se sbagliate, se sbagliamo, non ci saranno soldi per nessuno, ma molti guai. Hai capito bene?
- Tu non preoccupa, noi non sbaglia. Non sbagliare tu, per. Ricorda: noi facciamo nostra parte, tu tua. E se sbagliamo noi, tutti nei guai, se sbagli tu, nei guai tu. E bambino, pure.
- Lo so, lo so! Adesso devo andare. Tu spegni il cellulare, e accendilo ogni quattro ore. Se vedi che ti ho cercato, mi richiami.
- Va bene. Io sa.
- E... stai attento al bambino. Non fategli del male. - No. Se tu non sbaglia.

10.

Affacciata al balcone, Marinella Lojacono osservava affascinata il pezzo di citt che brulicava ai suoi piedi. Era simile a Palermo eppure diversa, anche se non avrebbe saputo spiegare perch. Di certo, entrambe erano diverse da Agrigento, diverse come il mondo.
Ad Agrigento aveva vissuto fino ai tredici anni: giusto il tempo di finire la terza media. Aveva gli amici con cui era cresciuta; una in particolare, Irene, con la quale divideva la vita. Erano ancora in contatto su facebook, ma si scrivevano sempre meno; lei era fidanzata... Angelo di qua, Angelo di l, che palle.
Dopo i guai di pap, lei e la mamma si erano trasferite a Palermo. Ora, mentre guardava la gente che si affollava, che correva, che si spintonava, Marinella ricord i primi tempi in quella nuova citt. La disposizione non era quella giusta, n la sua n quella di sua madre, e questo non aveva facilitato le cose. L'assenza di pap, poi, era stata un peso insopportabile. Lui aveva sempre fatto da cuscinetto tra loro, che si beccavano in continuazione. Marinella silenziosa, riservatissima e soggetta a lunghi momenti di introversione, Sonia, sua madre, esuberante e invadente, pronta ogni istante a intrufolarsi nelle sue cose.
Non che le sue cose fossero granch, per la verit. Aveva stentato ad ambientarsi; i compagni di scuola erano troppo differenti da lei, e il profitto, che era sempre stato ottimo, era calato ai livelli di guardia. Quando, con fatica estrema, era riuscita a farsi un'amica, a metterla in fuga ci aveva pensato la madre con un'orribile irruzione in camera sua e una lunga, penosa predica sul fatto che la sua amica stesse fumando.
Era stata la goccia che aveva fatto traboccare il vaso. Con fredda determinazione, Marinella aveva consultato gli orari dei traghetti; in tre giorni aveva concluso l'ultimo giro di interrogazioni, salvaguardando l'anno scolastico; aveva ravvolto poche cose in uno zaino ed era partita.
Uno scooter percorse la via in controsenso, e un'auto si ferm per lasciarlo passare. Il ragazzo sul motorino ringrazi con un cenno della mano, ricevendo in risposta un breve squillo di clacson. Le venne da ridere: certo che era strana, la gente, da quelle parti. Strana ma simpatica. I palermitani le erano sembrati pi guardinghi, meno facili al contatto; ma forse era lei che era maldisposta. Qui invece, quando andava a fare compere o a passeggio, riceveva sorrisi non sollecitati, e addirittura qualche ragazzo l'aveva salutata come se la conoscesse.
Le piaceva occuparsi della casa. Lojacono aveva scelto l'appartamento senza criterio, credendo di doverci stare poco e da solo; era disordinato e pigro, e Marinella, che al contrario era precisissima, aveva trovato, in pratica, un luogo da bonificare. Il padre le aveva detto di lasciar perdere, di godersi quei giorni l come una vacanza. Per lei, per, non era una fatica. E forse non era nemmeno una vacanza.
Rientr, lasciando a malincuore l'aria dolce della primavera e quel piacevole caos che dalla strada arrivava al quarto piano.
Un paio di sere prima il padre le aveva detto che all'inizio aveva odiato la citt, ma che a poco a poco ci aveva fatto l'abitudine. Lei, invece, si era sentita da subito a proprio agio. Per pap era stato catapultato li da un luogo dal quale non si era mai mosso, lei no. Forse era questo il motivo della diversa reazione. Perch di solito Marinella era d'accordo con suo padre. Era sempre stato cos: avevano un'intesa speciale, si capivano con uno sguardo di quegli occhi tanto strani e simili, un tratto inconfondibile che li univa come il carattere. Il distacco da lui era stato traumatico, e il fatto che la madre ne parlasse sempre male aveva avuto come conseguenza che gli mancasse ancora di pi.
Quindi, rifletteva Marinella, la soluzione era ovvia: sarebbe rimasta a vivere in un posto che preferiva, con la persona che preferiva. Per occuparsi di lui.
Mentre riordinava la biancheria nei cassetti, la mente and alla donna che aveva visto rientrare col padre la sera in cui era arrivata. Sul momento erano tali l'emozione, la voglia di abbracciarlo e il timore per la reazione di fronte alla sua fuga, che a stento l'aveva vista. Inoltre, quella si era allontanata quasi subito, con discrezione. Ma non  che ci volesse molto a capire: un magistrato, una collega di lavoro, che andava a casa di un uomo che viveva da solo, dopo mezzanotte. Poteva significare una cosa soltanto.
Certo, il padre le aveva assicurato che dovevano finire di discutere di un'indagine appena conclusa e che lui doveva consegnarle un documento, che si trattava solo di un rapporto professionale. Ma Marinella e Laura, cos si chiamava quella stronza, si erano scambiate una rapida occhiata, e alle donne un'occhiata  pi che sufficiente per capirsi. Sarebbe stata contenta, la stronza, se Marinella le avesse lasciato campo libero. Mi dispiace per te, si disse la ragazza: non ne ho la minima intenzione.
Per davvero quella donna non doveva mai essere stata prima a casa del padre, perch nell'appartamento non c'erano tracce del suo passaggio: un capo di biancheria, uno spazzolino, un pacchetto di assorbenti. Marinella sapeva bene che le femmine marcano il territorio, piazzano bandierine per testimoniare la propria presenza, e non ne aveva trovate. Giusto in tempo, pens diabolica.
Da qualche parte qualcuno accese una radio a volume alto, e una canzone neomelodica invase l'aria. Anche questo le piaceva, di quel posto: c'era sempre musica. C'era chi suonava, o cantava, o ascoltava un Cd, o la radio, o la televisione; oppure passava un carretto che vendeva qualcosa. La musica non mancava mai.
Marinella and davanti allo specchio, a mettersi a posto. Forse non era tipicamente bella, ma si avviava a diventarlo in modo speciale, peculiare. Gli occhi a fessura, gli zigomi alti e i capelli corvini e lisci li aveva presi dal padre; le gambe lunghe, le labbra piene e la tonicit erano della madre, che ancora faceva girare gli uomini per strada.
Aveva preso l'abitudine di truccarsi un po', tanto per fare la femmina, come diceva la mamma, ma senza esagerare. Aveva anche una motivazione in pi, che non avrebbe ammesso nemmeno sotto tortura.
Stir le labbra per passare il rossetto, mascherando un sorriso. Per ben tre occasioni, lungo le scale, aveva incrociato un tipo.
Pi grande di lei, avr avuto almeno diciott'anni, forse venti; alto, atletico, una borsa con dei libri, scendeva fischiettando. La prima volta aveva smesso di fischiare, come sorpreso dalla visione; la seconda l'aveva fissata a lungo; la terza aveva addirittura sussurrato un ciao. Lei non aveva risposto, aveva abbassato lo sguardo e affrettato il passo; ma il cuore le aveva fatto una capriola in petto.
L'orario era sempre lo stesso, la borsa coi libri e l'et apparente raccontavano di corsi universitari da seguire, la velocit di discesa di un piano superiore al suo, cio il quinto o al massimo il sesto; ed escludendo la signorina Parisi, che viveva da sola coi gatti e i cani, e i Gargiulo, che erano un'anziana coppia senza figli, il campo si restringeva ai D'Amato e ai Rossini. Era pur sempre la figlia di un poliziotto.
Cos, affilando le armi di cui la natura l'aveva dotata, stava per avviarsi presso la prima delle due famiglie con la fiera richiesta di due uova: aveva aspettato il gioved pomeriggio, giorno di chiusura dei negozi di alimentari, proprio per questo. Sapeva che pi o meno a quell'ora il fischiettatore misterioso era pronto per uscire, magari le avrebbe aperto lui.
L'aria della primavera portava le note dello sconosciuto neomelodico insieme al disordinato fracasso della strada trafficata. Un bambino cominci a piangere e una donna esasperata gli url contro. L'imminenza dell'ora di cena cominci a diffondere ovunque l'odore dell'aglio tritato.
Dio, come le piaceva quella citt.

11.

Chi fosse entrato in quel momento nella sala agenti del commissariato di Pizzofalcone si sarebbe trovato di fronte a uno spettacolo curioso. Tutti i poliziotti pi il commissario Palma, e perfino la guardia Guida, che aveva magicamente intuito il momento per farsi sostituire all'ingresso, si accalcavano dietro la scrivania di Ottavia Calabrese, che aveva convertito le registrazioni delle telecamere di Villa Rosenberg in modo da renderle visibili sul monitor.
Romano e Aragona avevano l'aria stropicciata di chi ha faticato molto senza risultato. La pinacoteca, il parco, i dintorni e perfino gli androni dei palazzi dall'altro lato della piazza erano stati passati al setaccio senza alcun risultato. Avevano interrogato il personale, i commercianti dei paraggi, i vigili urbani della zona e anche qualche vecchietto che pensava di godersi l'aria della primavera e invece respirava smog sulle panchine. Niente. Nessuno aveva visto un bambino, n solo n accompagnato, uscire dal museo e avviarsi altrove. Era come se Dodo - che schifo di soprannome, aveva pensato Aragona - si fosse dissolto nell'aria, polverizzato e soffiato via dalla brezza fino al mare.
Per togliersi ogni dubbio, avevano fatto un centinaio di domande alle due suore. Ricordavano se il bambino avesse avuto un comportamento diverso, nell'ultimo periodo? Aveva forse detto qualcosa di strano, di inconsueto? Il suo andamento scolastico aveva avuto qualche cambiamento? E il
suo umore? Niente di niente. Se Dodo aveva avuto qualche disagio, se aveva deciso di scappare di casa, di fare qualche sciocchezza, non aveva dato alcun preavviso. Tutto era perfettamente normale, tutto andava come al solito, tutto era tranquillo.
Tranne che Dodo era sparito nel nulla.
Le immagini originali, in bianco e nero, erano abbastanza sgranate; d'altra parte la loro funzione era quella di cogliere sul fatto un eventuale asportatore di tele non autorizzato, non dei rapitori di bambini. Ottavia aveva smanettato un po' ed era riuscita a ottenere una risoluzione appena pi decente, cos ora stavano assistendo alla ripresa di un sonnacchioso mattino museale come se fosse un thriller adrenalinico.
Prima di inforcare gli occhiali per vedere qualcosa dalla posizione defilata in cui era stato relegato, Pisanelli aveva chiuso le imposte, anticipando la sera che cadeva.
- Guida, renditi utile, - aveva detto Lojacono, in tono secco, - spegni la luce.
Era diventato una specie di gioco sadico prendersela con Guida, uno sciatto e pigro agente in divisa cacciato dalla strada per manifesta incapacit e messo in servizio all'ingresso del commissariato. Il giorno del suo arrivo a Pizzofalcone, Lojacono lo aveva aspramente redarguito per l'uniforme in disordine e l'informalit del saluto, e da quel momento lui aveva sviluppato un sacro terrore nei confronti dell'ispettore, unito alla determinazione assoluta di riaffermare la propria dignit professionale. Il Cinese era riuscito con un unico, secco rimprovero nell'impresa che aveva visto fallire decine di superiori: rendere Guida l'agente perfetto e tirato a lucido, dal saluto puntuale e deciso. La cosa gli aveva attirato gli sfott di molti colleghi e l'approvazione di Palma, Pisanelli e Ottavia, che lo conoscevano da tempo: solo Lojacono fingeva di non accorgersi del cambiamento, con grande dolore di Guida e grandissimo divertimento di tutti gli altri.
Al comando dell'ispettore, dunque, scatt come un fulmine, per poi trotterellare di nuovo nella posizione precedente da cui, allungando il collo, riusciva a vedere il monitor.
Ottavia attiv l'avanzamento rapido, e per quasi un minuto l'immagine rimase identica, senza che alcuna presenza umana la movimentasse, finch apparve un custode che sfrecci come un razzo attraverso la sala. Riportato il film a velocit normale, la Calabrese disse:
- Ecco. Adesso hanno aperto.
Il custode-flash ridivent umano, assonnato e lento. Attiv le luci, controll i quadri alle pareti, si infil la mano nei pantaloni e si gratt sbadigliando. Aragona disse amaro:
- Credo pure di avergli stretto la mano, quando ce ne siamo andati, a 'sta merda.
Guida ridacchi, subito fulminato dallo sguardo di Pisanelli. La scena ritorn vuota, poi, dopo cinque minuti ridotti a pochi secondi dalla tecnologia, fu riempita da suor Beatrice con la scolaresca.
La maestra si soffermava davanti a ogni tela ad ascoltare le spiegazioni. I ragazzini la seguivano piuttosto annoiati; alcuni si tenevano in fondo al gruppo e si scambiavano figurine. Quando stavano per passare nella sala successiva, si vide entrare dall'alto la sagoma di Christian Datola, l'amico di Dodo.
- Ecco, ferma qui, - disse Romano. - Questo  il bambino che era rimasto indietro con il nostro. Sono passati esattamente... - osserv il timer del video, - sette minuti. Il piccolo, Christian si chiama, ha detto che quando lo ha visto per l'ultima volta Dodo stava ancora salutando da lontano la famosa donna bionda. Quindi, a questo punto, la telecamera all'ingresso, dovrebbe aver registrato qualcosa.
Ottavia attese che la scolaresca guidata da suor Beatrice defluisse, per assicurarsi che nessuno entrasse nel campo visivo nei minuti successivi; poi avvi l'altro video.
La tensione divenne palpabile: il piccolo pubblico improvvisato stava per fare la conoscenza visiva del bambino che forse era stato rapito. In modo impercettibile, tutti avanzarono di qualche centimetro verso lo schermo e Ottavia sent sul braccio il contatto col corpo di Palma, che era al suo fianco. Prov un brivido, o meglio, una scossa elettrica. Si concentr sui comandi del video.
La telecamera offriva una prospettiva parziale dell'atrio, dalla porta che dava sul parco a quella che conduceva alla prima sala della pinacoteca. Ma chiunque fosse entrato o uscito, sarebbe stato inquadrato.
C'erano alcuni turisti con macchine fotografiche al collo, una ragazza che mangiava qualcosa, un uomo che faceva saltellare sulle spalle un bambino. Come la precedente, anche questa ripresa era in bianco e nero e piuttosto sgranata. Qualcuno entr, qualcuno usc. A un tratto apparve una figura con una felpa grigia; aveva il cappuccio sollevato.
Aragona fece un verso:
- Il cappuccio in testa, con 'sto caldo? Chi , quello?
Alex, al suo fianco, strinse gli occhi per mettere a fuoco e disse:
- E una donna.
- Come fai a esserne sicura?
La ragazza allung l'indice:
- Si intravede il seno, guarda. E le scarpe con un po' di tacco, pure. E' una donna.
La seguirono con lo sguardo, mentre percorreva l'atrio e si fermava subito prima dell'ingresso vero e proprio e dell'impiegato che staccava i biglietti. Teneva le mani in tasca e sbirciava l'interno. Rimase cos, immobile, per quasi due minuti; poi sollev il palmo destro e cominci a salutare. L'impiegato,  che era a non pi di un metro, chiacchierava amabilmente con la ragazza che mangiava, il busto piegato in avanti nella mimica del corteggiatore.
Romano ringhi:
- Guardate quel deficiente. A un centimetro da lui c' una tizia che si sbraccia per salutare un bambino all'interno e 'sto cretino pensa a fare la corte alla ragazza.
Lojacono, concentrato al massimo sul video, rispose:
- Non  mica un sorvegliante.
La figura sgranata fece un ultimo cenno, come se invitasse qualcuno a venire, poi rimise la mano in tasca. Dopo un attimo, comparve Dodo.
Eccolo l.
Un bambino di statura non alta, che dimostrava meno dei suoi anni. Era vestito di scuro, con un paio di pantaloni lunghi, forse dei jeans, scarpe da tennis e un giubbotto leggero. I capelli mossi, l'aria appena smarrita. Si avvicin alla figura con la felpa, che gli diede una breve carezza sulla guancia, lo prese per mano e si avvi con lui verso l'uscita.
Attraversarono lentamente l'atrio, tranquilli, neanche fossero invisibili. Attorno a loro, tutti continuavano a camminare, a chiacchierare, a fotografare e a mangiucchiare, con assoluta indifferenza.
- Fermateli, cazzo! - sussurr Guida, come se ancora si potesse fare. Invece i due si avviarono senza intoppi. Subito prima di oltrepassare la porta e scomparire dall'inquadratura, il bambino, senza alcun motivo apparente, si gir verso la telecamera, quasi volesse salutare con uno sguardo i suoi cari amici del commissariato di Pizzofalcone.
Il gesto inaspettato provoc un vuoto allo stomaco nei presenti. Ottavia mormor: - Madonna santa! - Guida inspir in modo rumoroso, Lojacono si strinse la testa con le mani.
Il volto di Dodo era inespressivo; non tradiva paura, inquietudine o dolore nell'attimo in cui guard in direzione della telecamera. Sembrava sereno. Poi spar dalla vista. Aragona chiese a Ottavia di tornare indietro e di fermare l'immagine nel momento in cui i due erano pi vicini alla telecamera.
- Puoi zumare sulla mano del bambino? Ottavia fece una smorfia:
- S, ma l'immagine  gi a bassissima risoluzione. Non vedrai niente, solo una serie di punti bianchi e neri. Ci prov lo stesso. Dodo teneva qualcosa in mano. - Che cos'? - domand Aragona. Nessuno disse niente. Poi Alex mormor: - Un pupazzo. E un pupazzo di plastica.

12.

Notte. Adesso  notte.
Dodo se ne accorge dallo spiraglio.
Una delle pareti del posto dove l'hanno rinchiuso  di lamiera, proprio quella su cui lui batte il pugno; il rumore lo fa sobbalzare, cos non si avvicina. Dalle sconnessioni dovrebbe filtrare un po' di luce, ma adesso non ne arriva. Quindi  notte.
Dodo non lo capisce bene che cosa sta succedendo. Sa che lo hanno preso, e sa che gli conviene stare zitto e non cercare di scappare o di chiamare aiuto, perch lui  orribile, enorme, con quei baffoni e i capelli lunghi.
Dodo si ricorda di un film che vedeva da piccolo, una versione di Pinocchio in cui Mangiafuoco era interpretato da un attore uguale uguale. Gli faceva paura e lo affascinava: metteva il Dvd in continuazione, per vederlo sconfitto. Chiss come sarebbe finita, stavolta.
Lena era andata a prenderlo. Lui a Lena voleva bene, gli era dispiaciuto non vederla pi. Quando l'aveva riconosciuta, che lo salutava da lontano, c'era andato: cosa avrebbe dovuto fare? Lei gli sorrideva, era gentile. Poi erano usciti dal parco, e in macchina c'era Mangiafuoco. Lena gli aveva fatto segno con gli occhi, come a dire: stai attento, non facciamolo arrabbiare. E lui parlava quella lingua strana, con una voce profonda, dura.
Si erano seduti insieme sul sedile di dietro, lui e Lena. Chiss, forse Mangiafuoco aveva preso anche lei. E se ha paura Lena, che  grande e forte, allora conviene starsene buoni buoni.
Gli aveva portato da mangiare.
Sofficini. Freddi.
I sofficini piacciono a Dodo; ma non freddi. Ne ha mangiato uno e mezzo. Ha male allo stomaco, non gli va tanto di mangiare. E poi  notte. Peccato, perch col passare delle ore gli occhi si erano abituati, e non sembrava pi tanto buio.
La parete di lamiera gli fa paura, ma ancora pi paura gli fa la parete dove c' la porta da cui  entrato Mangiafuoco con l'acqua e i sofficini. Dio, quant' grosso. Quasi non ci passava, dalla porta. Ha stretto gli occhi nel buio, si  guardato attorno. Ha urlato: tu dove?
Dodo, rannicchiato nell'angolo opposto, ha detto: qui.
Allora Mangiafuoco, ha messo in terra il piatto e la bottiglia e ha chiuso di nuovo a chiave.
Batman, mormora Dodo al pupazzo. Batman, non aver paura. E' questione di poco tempo. E poi se ci voleva fare del male mica ci portava da mangiare, no? Basta starsene qui, tranquilli, zitti.
Facciamo che il buio  quello della Batcaverna. Facciamo che siamo i padroni della notte, che il buio  la nostra casa e non abbiamo paura. Facciamo che stiamo vicini, stretti stretti, e che aspettiamo il giorno.
Facciamo che con le onde della mente lanciamo il segnale al mio pap e che lui viene a prenderci subito, e sconfigge Mangiafuoco in una lotta terribile a mani nude. Anzi, meglio se pap arriva con le guardie con le pistole, perch Mangiafuoco  forte, fortissimo.
Chiss dov' Lena, Batman. Chiss Mangiafuoco dove l'ha gettata. E' furbo, lui, lo sa che se ci tiene insieme magari escogitiamo una fuga.
Povera Lena, speriamo che non le faccia del male. Mi sarebbe piaciuto che fosse qui, io ci stavo bene con lei. Ricordo le favole strane che mi raccontava quando non riuscivo a prendere sonno e mamma e pap erano usciti per andare a teatro.

Che bello che era, Batman, te lo ricordi? Quando la domenica pap era a casa e giocava con me tutto il tempo. E facevamo il gioco dei Vendicatori, e io ero sempre te, Batman. Tu sei il pi vecchio dei miei pupazzi, sei con me da allora, da quando c'era il mio pap in casa, da prima che cominciassero a litigare, lui e mamma. Sei con me da allora. E io non mi separer mai da te. Mai.
Magari avessimo la nostra lucina, eh, Batman. Magari avessimo almeno un poco di luce, in questo stanzone enorme.
E anche un cuscino, per metterci sopra e stare comodi.
Dormire no, per. Dormire  impossibile. C' troppo buio, per dormire.
Per tenere lontani i brutti sogni, c' troppo buio.

13.

La visione del filmato aveva lasciato la sala avvolta in un'atmosfera gelida.
- Scusate, - aveva tentato di dire Aragona, - ma che cosa  cambiato? Potrebbe ancora essere un'amica, la madre di qualche compagno.
Interpretando il pensiero dei presenti, e forse dello stesso Aragona, Romano aveva mormorato:
- S, eh? E il cappuccio in testa, in una bella mattina di maggio, come te lo spieghi? Il tenersi contro il muro, camminando in fretta per non essere fermati da qualcuno? Lo stare vicino alla porta ma attenta a non attirare l'attenzione di quello che stacca i biglietti?
Ci fu un doloroso silenzio, che Ottavia spezz:
- Credo sia ora di chiamare la madre, aspettava notizie. Strano che non l'abbia fatto lei, ancora.
Palma si pass una mano tra i capelli, come sempre quando era preoccupato:
- L'ho sentita io dal mio ufficio. Ha fatto un giro di telefonate, ha chiamato tutti, parenti, amici, nessuno sa niente. Le ho raccomandato di stare molto attenta a non lasciar pensare che ci sia qualcosa che non va. E importante che non si sappia nulla dell'ipotetico rapimento.
Alex lo fiss:
- Per lei non  la prima volta, vero capo? Mi pare che sappia bene come muoversi.
Palma assunse un'aria triste.
- S, ci sono gi passato, in effetti. E' anche questo il motivo per cui in questura, per ora, hanno deciso di lasciarci il caso, non solo perch non trapeli niente su giornali e televisioni. Anni fa ho condotto un'indagine su una ragazza che era scomparsa in Puglia, aveva sedici anni. Era scappata con un ragazzo, poi aveva cambiato idea e voleva tornare, e quello l'aveva sequestrata. Era ricca, o almeno benestante, il padre commerciava carne.
- E come and a finire? - chiese Pisanelli.
- Dipende dai punti di vista. L'abbiamo trovata dopo venti giorni. Lui l'aveva violentata e seviziata, ma era viva. Sotto shock, ma ancora viva. Ci hanno fatto un sacco di complimenti, per se ripenso alla faccia della... Mi sono chiesto spesso se non sarebbe stato meglio... Insomma, lui  stato sbattuto in galera, e spero sia ancora li.
- Bastardo, - mormor Alex.
Romano riport l'attenzione sulla madre di Dodo.
- In ogni caso bisogna richiamarla. Dobbiamo farle vedere il filmato, non si sa mai che riconosca la tizia, anche se mi pare difficile, dato che non si vede quasi niente. E poi non ha nessuna caratteristica particolare.
Aragona annu, pensoso, dimenticandosi perfino di togliersi gli occhiali col solito gesto cinematografico:
- Gi. Non zoppica, altezza media, corporatura media, felpa sformata e pantaloni. Potrebbe essere chiunque. Come cacchio la riconosce, la signora?
Lojacono si strinse nelle spalle:
- Chiss, forse le viene in mente qualcosa, un dettaglio. Non si pu mai dire.
Ottavia diede voce a quello che gli altri non osavano dire: - Anche se le daremo un dolore insopportabile. Vedere il figlio... in mani altrui. A me si spaccherebbe il cuore.
Palma disse:
- Lo so, ma non si pu fare altrimenti. Chiamo il magistrato per l'autorizzazione a mostrare il video. Giorgio, magari poi telefoni tu alla signora. Chiedile se pu venire coi suoi mezzi, che sarebbe meglio cos non diamo nell'occhio, o se preferisce che mandiamo una macchina a prenderla.

Mezz'ora dopo, Laura Piras, il magistrato in servizio, entr in commissariato. Nessuno se n'era andato a casa, nonostante fossero quasi le dieci di sera. Come aveva detto a Palma al telefono, in realt la sua presenza non sarebbe stata necessaria, ma preferiva esserci: un rapimento, ammesso che l'ipotesi fosse confermata, era una cosa seria, serissima. Un crimine che si prestava alle manipolazioni dei media, e questi si erano fatti parecchio aggressivi per via di una talpa in questura. Andava osservato un riserbo assoluto. E poi voleva studiare di persona le reazioni della donna, magari potevano aiutare a capire di pi su quanto era accaduto.
Fin qui era una questione professionale. Non poteva per negare a s stessa che aveva voglia di rivedere Lojacono, con cui negli ultimi tempi si era scambiata solo qualche fugace telefonata. Aveva l'impressione che la presenza inattesa della figlia in citt avesse interrotto qualcosa che stava evolvendo, e voleva accertarsi che non finisse cos.
Appena entrava in una stanza, Laura Piras la riempiva, pur essendo di statura minuta. Il viso regolare, i grandi occhi neri e soprattutto le forme, che il tailleur scuro non riusciva a contenere, suscitavano l'attenzione di tutti i maschi e l'allarme di ogni donna presente: reazioni istintive di cui lei avrebbe volentieri fatto a meno, ma che aveva imparato a ignorare.
- Allora, - disse, sedendosi in sala agenti dopo aver salutato l'intera squadra con un cenno del capo, - sappiamo qualcosa della famiglia? - Il suo forte accento sardo diventava ancora pi aspro, quando era concentrata.
Tipico di Laura, pens Lojacono, mascherando una gioia che gli stava affiorando sul viso a dispetto delle circostanze: va diritta al punto e si informa su personaggi e interpreti prima ancora che ci sia la certezza del reato.
Rispose Pisanelli, inforcando le lenti da lettura e rimestando fra gli appunti:
- S, dottoressa, me ne sono occupato io. Il bambino si chiama Edoardo Cerchia, ha dieci anni ed  figlio unico. I genitori sono separati da quattro anni e divorziati da uno. Il padre, Alberto Cerchia,  originario del bergamasco, imprenditore. Risulta pi che benestante, si occupa di commercio di rottami di ferro: rifornisce di materia prima le industrie del Nord. Dopo la separazione se n' tornato a casa sua. Non so se ha una nuova famiglia, ma sto aspettando qualche informazione dai colleghi della Lombardia. Eva, la madre,  la figlia di Edoardo Borrelli, il bambino porta il nome del nonno. E laureata in Economia e commercio, e pure lei  figlia unica. Non lavora, d'altra parte  appunto la figlia di Edoardo Borrelli...
La Piras lo fissava, attenta:
- Cio?
- Be', dottoressa, Borrelli  uno degli uomini pi ricchi della citt. Ha gi passato i settant'anni e da una quindicina si  ritirato a vita privata, ma ai tempi d'oro  stato uno dei principali palazzinari dell'hinterland. Alcuni comuni li ha costruiti integralmente lui. Ci sono due magistrati, mi scusi, che sono tuttora indagati con l'accusa di aver aggiustato sentenze in processi per concussione e corruzione di funzionari pubblici.
Laura sentenzi inespressiva:
- Mica sono parenti miei. Se hanno sbagliato si faranno la galera, come tutti. Vada avanti.
Pisanelli cambi foglio:
- Borrelli  vedovo e vive con un badante cingalese e una segretaria che risale ai tempi dell'impresa; continua a occuparsi lei di tutto quello che riguarda il vecchio. Ha una casa enorme su due piani, a via Petrarca, dalla quale non esce mai. E lui che mantiene la figlia nel lusso, ma si vedono poco perch non ne sopporta il compagno, come ai tempi non ne sopportava il marito.
Aragona era colpito:
- Ne', Preside', ma tu tutti questi fatti come li sai?
- Ho i miei informatori. Nella fattispecie, la portinaia del palazzo di Borrelli  la sorella della mia fruttivendola. Tutto sta ad avere gli agganci giusti.
La Piras fulmin Aragona:
- Sei ancora a piede libero, tu? Ricordami di farti togliere la patente uno di questi giorni, cos cauteliamo la sicurezza pubblica.
Il poliziotto si sfil gli occhiali, con l'intenzione di affascinare il magistrato:
- Dottore', lei  ingiusta con me. Cercavo solo, quando l'accompagnavo nei sopralluoghi, di non farle perdere tempo.
- E io ancora ringrazio il destino e la tua raccomandazione che ti hanno spedito qua. Quindi, Pisanelli, i soldi ce li hanno sia il padre sia il nonno del bambino. Dovremo provvedere subito al blocco dei beni.
Il vicecommissario comment:
- Certo, sembrerebbe che abbiano preso il bambino giusto. Oltretutto, pur non andando d'accordo con la figlia, il vecchio Borrelli adora il nipote. La portinaia dice che  la sua unica debolezza.
Palma fece una smorfia:
- Mi scusi, dottoressa, parlo per esperienza diretta. Il blocco dei beni, come dicono a Roma,  una fregnaccia. Pagare il riscatto non  reato, basta farsi prestare i soldi da qualcuno, oppure ce l'hai all'estero e aggiri l'ostacolo. Capisco che si debba fare, ma non  che serva a molto.
Laura stava per rispondergli quando Guida si affacci alla porta:
- E' arrivata la signora Borrelli. La faccio salire?


14.

Eva Borrelli entr nella sala con fare incerto. Era accompagnata da Manuel, il fidanzato, che come al solito se ne stava un passo dietro.
A Romano e Aragona, che l'avevano vista solo poche ore prima, sembr un'altra persona. La sicurezza, l'aggressivit, la forza che aveva esibito al museo si erano smarrite nel corso di una giornata passata nell'abisso della disperazione. Il volto era segnato, gli occhi, come si tolse le lenti scure, apparvero gonfi e arrossati; le mani torcevano un fazzoletto zuppo, le labbra le tremavano senza sosta. Fu evidente a tutti che Eva era ormai certa del rapimento del figlio.
Si rivel confusa dalla presenza di tanta gente. Romano le and incontro:
- Signora, le presento il commissario Palma, il nostro dirigente.
Eva rispose, con voce malferma:
- Ma... perch tutte queste persone? Voi non. .. non l'avete trovato, vero? Non... il mio bambino non ...
Palma cap che la donna temeva un annuncio tragico:
- No, no, signora. Non abbiamo notizie, o meglio, stiamo lavorando, come vede. Tutti gli agenti in servizio, anche quelli assegnati ad altri casi, sono qui per dare il loro apporto. La dottoressa Piras, il magistrato che segue la vicenda,  qui anche lei. Ma mi dica, ha qualche novit?
Eva si sent rassicurata:
- No. Ho chiamato il mondo intero, chiunque conosciamo e conosca Dodo. Ma nessuno lo ha pi visto dopo stamattina, quando l'autista l'ha accompagnato a scuola. Io... io non so che pensare. Mi sembra tutto cos assurdo: chi pu avere preso mio figlio?
La donna si soffi il naso. Palma fiss per un attimo l'uomo che l'accompagnava.
- Signora, devo chiederle... noi non siamo autorizzati a parlare della questione davanti a persone non coinvolte in modo diretto. Il signore, qui, che l'accompagna dovrebbe attendere fuori, per piacere.
Eva ebbe uno scatto, in cui Romano e Aragona riconobbero il piglio della mattina.
- Il signore che mi accompagna, commissario,  il mio fidanzato. Vive con me e con Dodo, lo conosce benissimo e gli vuole bene. Si chiama Manuel Scarano,  un artista, non un criminale. La prego di non offendere lui e me allontanandolo adesso.
Palma scambi un'occhiata con la Piras, che annu con un movimento quasi impercettibile della testa.
- Come desidera... Per dovr firmarmi una liberatoria in cui autorizza il signor Scarano alla visione del materiale. - Materiale? Quale materiale?
Palma la invit ad avvicinarsi al monitor di Ottavia, che fece partire il video.
Il filmato cominci a scorrere e, fotogramma dopo fotogramma, sul viso della madre di Dodo pass una girandola di emozioni. Quando gli indicarono la donna col cappuccio corrug la fronte; quando vide comparire il figlio si port una mano alla bocca trattenendo il respiro e sbarrando gli occhi. E quando, prima di uscire dall'inquadratura, il bambino alz gli occhi verso la telecamera, ebbe un sussulto, impallid e si accasci su una sedia, sostenuta da Manuel che sembrava anche lui sconvolto. Il silenzio che segu, rotto dai singhiozzi della donna, fu penoso per tutti.
La Piras si alz e le and vicino:
- Signora, capisco come deve sentirsi, e le assicuro che anche noi siamo angosciati per quello che  successo, ma ora non  il momento di arrendersi al dolore. Ogni singolo minuto  fondamentale. La prego, cerchi di rispondere a qualche domanda.
Eva sembr apprezzare il breve discorso del magistrato. Si sfior il viso con le dita tremanti e disse:
- Prego, dottoressa. Faccia pure.
La Piras indirizz un cenno a Palma, che chiese:
- Non riconosce la persona che ha preso Dodo? Ci pensi con attenzione. Un particolare, qualche caratteristica: non le ricorda nessuno? Tenga presente che il compagno di suo figlio, Christian, ha parlato di una donna bionda. Dalla sua prospettiva, che era la stessa di Dodo, deve averla vista meglio di noi, quindi l'indicazione sui capelli potrebbe essere giusta.
La donna riflett, cercando di combattere la profonda emozione che le stringeva la gola. Toss, poi disse:
- No, dottore. Non la riconosco,  coperta, non si vede niente. Ma chi ? E perch ha preso Dodo? Dio mio, Dio mio,  un incubo. Un incubo.
In piedi dietro di lei, Scarano le pos una mano sulla spalla, accarezzandola con un tocco lieve. Palma si rivolse a lui:
- E lei, signor Scarano? Non ha riconosciuto nessuno, in quella figura?
L'uomo alz lo sguardo. Il casco di foltissimi capelli sale e pepe, la barba dello stesso colore e la corporatura massiccia lo facevano sembrare un vecchio gorilla, ma gli occhi acquosi dietro le lenti spesse e la voce bassa erano in deciso contrasto con quest'immagine.
- No, commissario. Nemmeno a me dice niente. Per di una cosa sono sicuro: Dodo, anche se  un bambino molto dolce, non avrebbe seguito cos facilmente una persona mai vista prima. Avrebbe chiesto il permesso a suor Beatrice, almeno. Quindi  probabile che la conoscesse, e pure bene.
Il concetto, pressoch sussurrato, ebbe l'effetto di una bomba. Eva si volt e disse:
- Hai ragione, Manuel. Hai ragione! Dodo non sarebbe andato via con una sconosciuta, senza avvertire nessuno. Quindi dobbiamo cercare fra i nostri... fra...
Lojacono intervenne:
- Non  cos semplice, temo. Questa donna potrebbe anche avergli detto che c'era lei ad attenderlo fuori in macchina. O che aveva qualcosa da dargli e che sarebbe subito rientrato. Non abbiamo riprese dell'esterno, non possiamo sapere come sia andato via suo figlio.
Aragona conferm:
- Infatti. Non ci sono videocamere di sorveglianza, in quel tratto. Nessuna banca, nessuna gioielleria. Solo un bar scalcinato, un'edicola e un fioraio, e nessuno ha visto niente. Devono essere stati molto veloci,  probabile che ci fosse una macchina pronta. Lo hanno buttato dentro e sono partiti.
Eva ricominci a singhiozzare, mentre Alex, Ottavia e la Piras incenerivano Aragona con lo sguardo.
Il magistrato riprese in mano la situazione:
- Signora, ha avvisato il padre del bambino? E suo diritto sapere di... di questa cosa.
Eva alz il viso, recuperando un po' di fierezza.
- Dottoressa, ho atteso di essere sicura di quella che purtroppo si sta dimostrando la realt. Non  facile dire una cosa del genere a un uomo col quale non si parla da anni, se non per questioni pratiche.
La Piras, che non era celebre per la delicatezza dei modi, rispose brusca:
- Se non se la sente, lo informeremo noi.
- No, lasci stare. Immagino che tocchi a me. Lo chiamer da casa. Che devo fare, nel frattempo?
Fu Palma a parlare, con tono dolce:
- Dovrebbe cercare di riposare, ma so che  troppo chiederglielo, capisco il suo stato d'animo. Intanto tenga liberi e attivi i telefoni, sia quello fisso sia il cellulare, e avverta tutti quelli che potrebbero essere contattati dagli eventuali sequestratori, quindi, oltre al suo ex marito, anche suo padre.
- Perch mio padre?
- Perch a quanto ci risulta  molto legato al bambino, ed  un uomo importante. Potrebbero ritenere che sia il pi sensibile a un'eventuale richiesta.
- Dio mio, pensate gi a... a un riscatto,  cos?
- Dobbiamo prendere in considerazione ogni eventualit, signora. E farci trovare preparati. Le lascio un biglietto col mio numero personale, chiami pure a qualsiasi ora. E la prego di riflettere su chi possa godere della fiducia di Dodo al punto da portarlo via con tanta facilit. Anche qui, se le venisse qualche idea...
- L'avverto subito, certo. E avvertir anche mio padre, domattina: ora sar gi a dormire,  malato, sta su una sedia a rotelle.

Quando Eva e Scarano furono usciti, nella sala nessuno osava pi aprire bocca.
La Piras parl a tutti:
- Qual  la vostra impressione? Non mi sembra che abbia la minima idea di chi possa essere stato. Palma assent:
- Sono d'accordo. Ma mi sembra importante quello che ha detto il fidanzato: se Dodo non ha un carattere particolarmente socievole, e non  un ragazzino incline alle marachelle,  molto difficile che sia andato via cos.
La Piras sospir.
- Va bene. Disporr che sia i telefoni della Borrelli sia quelli del nonno di Dodo vengano messi sotto controllo stretto. Nel frattempo, Palma, mi tenga informata. Certo che questo commissariato, nella sua seconda vita,  messo alla prova per bene. Ci aggiorniamo domani mattina.
Rivolta un'occhiata a Lojacono, usc a passo svelto.

15.

Ci sono notti.
Notti alle quali si arriva come in cima a una montagna, con gli occhi che si chiudono per la stanchezza.
Notti piene di niente, che si vorrebbe solo dormire a pancia in gi, in mezzo agli odori noti e stantii di casa.
Notti che il mondo va chiuso fuori, col peso enorme che non ti fa respirare, tentando di non fare entrare le dita buie dalle fessure delle finestre fino all'anima. Ci sono notti.

L'agente semplice Guida Giovanni, prima di andare a letto, fa un giro di perlustrazione.
Gli piace cos, per assicurarsi che tutto sia a posto: porte chiuse, finestre aperte un filo se c' da far passare aria, gas, acqua. Lo fa, in genere, dopo che la moglie si  coricata, quando spegne il televisore dopo un passaggio finale a volo d'uccello sui canali dall'1 al 6, per vedere se all'ultimo momento  successo qualcosa di grosso.
L'agente semplice Guida Giovanni  un poliziotto. Se n' ricordato tardi, magari, e magari per troppo tempo ha pensato di essere diventato un impiegato, senza gloria n infamia, un impiegato che, in quanto tale, si poteva permettere un bottone slacciato e un poco di dolore al nervo sciatico. E aveva messo su pure un poco di pancia, l'agente semplice Guida Giovanni, tanto per sottolineare la propria posizione lavorativa. I capelli, invece, non li ha pi da molto tempo, fortuna che ora si porta la testa rasata a zero, che fa tanto uomo forte, raffinato e senza et.
Poi arriva un ispettore dalla Sicilia, che dopo ha saputo, l'agente semplice Guida Giovanni, che  pure uno chiacchierato perch un collaboratore di giustizia delle sue parti lo accusava di passare informazioni alla mafia, nientemeno, e insomma arriva questo tizio, lo guarda con quegli occhi da cinese, che cos lo chiamano, il Cinese, e con quattro parole gli ricorda che lui, proprio lui, l'agente semplice Guida Giovanni, mandato a Pizzofalcone perch  il posto che nessuno ci vuole andare, che  dov' successo quel casino dei Bastardi, lui,  un poliziotto.
E allora l'agente semplice ridiventa un poliziotto, e si va a leggere i regolamenti, si mette a lavorare sul serio perch, alla fine, pure alla porta e a rispondere al telefono, e a parlare con la gente che viene a denunciare e a chiedere informazioni, pure l serve un poliziotto.
Percorrendo il corridoio al buio, godendosi il silenzio della casa sicura, l'agente semplice Guida Giovanni si avvicina alla stanza dei figli.
Ha tre figli, Guida: una signorina di tredici anni, una di sette e un piccolo mascalzone di quattro. Le femminucce in un letto a castello, il delinquente in un lettino, sulla parete di fronte. La prima sta faccia al muro e rannicchiata: dorme sempre cos. La seconda  a bocca aperta e supina, lui le porta il lenzuolo fino al collo: si scopre sempre, e poi ha mal di gola. Il minuscolo criminale sta a pancia in gi e braccia spalancate: prende il doppio dello spazio anche nel sonno, come nel cuore del suo pap. Lo guarda, l'agente Guida. Come si diventa presto angeli da diavoletti, pensa: basta addormentarsi.
Dalla memoria balza agli occhi assonnati dell'agente Guida Giovanni un volto sgranato e in bianco e nero. Dove andavi, Dodo? Dove ti portava il diavolo col cappuccio della felpa sulla testa? Perch non sei nel tuo lettino, a diventare angelo da diavoletto pure tu?
L'agente semplice Guida Giovanni prende, senza far rumore, la sedia del tavolino dei compiti, l'avvicina al letto del piccolo diavolo e si siede.
Ha uno spettacolo da godersi, mentre dagli occhi gli scendono impreviste due lacrime lente.

Ci sono notti.
Notti che tradiscono, avvicinandosi come se fossero pacifiche e invece sono piene di guerra e dolore.
Notti che ti incantano con una gioia finta, che ti adescano morbide con un abbraccio, e a tradimento ti accoltellano il cuore come buie assassine, senza un perch.
Notti disperate che sembravano placide, magari con un'aria nuova e illusoria, con una musica sottile che non si riconosce finch  troppo tardi, e allora ci sei dentro, senza pi speranza.
Ci sono notti.

Ottavia ha ricevuto un calcio in faccia.
Questo  stato l'effetto dell'immagine del bambino nel video del museo.
Un calcio in faccia.
Perch Ottavia, fuori sul balcone di casa a guardare la notte che rotola per strada, non ha dubbi: il bambino nello schermo si  voltato per guardare lei.
E del resto, perch avrebbe dovuto voltarsi e guardare la telecamera, l'unica funzionante dello scalcinato sistema di sicurezza? Perch voltarsi, se non c'era niente da vedere, se camminava spedito verso l'uscita, tranquillo, andando incontro a chiss quale destino mano nella mano con la sua rapitrice? Perch, se non per ricordare a lei, Ottavia, che merda di madre fosse, che merda di moglie fosse, che merda di donna fosse?
Quei minuscoli occhi sgranati, in bianco e nero, quei due puntini sfarfallanti tra altri puntini, a stento riconoscibili, guardavano in una muta accusa proprio lei, il vicesovrintendente Calabrese Ottavia, per avvertirla di non illudersi: si vedeva chiaramente cosa aveva nella mente e nel cuore. Per cui non fingesse di essere perfetta, amorevole e materna, perch lui, il bambino nello schermo, lo sapeva bene chi era in realt.
La strada del quartiere residenziale, sette piani sotto di lei, aspettava deserta l'alba per ricominciare a pulsare. Il marito, Gaetano, dormiva sereno cullato da una coscienza adamantina, dalla purezza dei propri sentimenti e dall'inconsapevolezza assoluta di quello che lei sentiva. Maledetto. Tu e la tua perfezione. Tu e il tuo puntuale rispetto dei ruoli. Tu e le tue certezze incontrovertibili da ingegnere con quindici dipendenti. Maledetto. E maledetta io, per non amarti pi, e forse per non averti mai amato.
Con un brivido, Ottavia si stringe intorno al collo il giacchettino che ha infilato sopra il pigiama quando  uscita sul balcone, in un'improvvisa fame d'aria.
Sai, bambino nello schermo, mi succede sempre pi spesso di sentirmi soffocare. Chiss, magari  un'anomalia cardiaca, su internet ho letto che si pu manifestare cos. E magari  solo il senso di colpa.
Quanti anni hai, bambino nello schermo? Dieci, o forse cento. Forse sai tutto, forse sai che mi puoi arrivare nell'anima di soppiatto attraverso il monitor. Forse hai tre anni in meno di Riccardo.
Riccardo, che dorme come un sasso nel suo letto, pi alto, pi robusto, pi forte di quelli della sua et. Riccardo, ritardato, con la testa di un bambino di tre anni. Riccardo, che forse non dir mai altro che la sua unica, ottusa parola: mamma, mamma, mamma. Ripetuta all'infinito.
Mamma.
Che mamma sei, Ottavia Calabrese? Che accidenti di mamma sei in realt, tu che ricevi da tutti i complimenti tristi perch lo lavi, lo vesti, lo porti in piscina e assisti alla lezione, gli di da mangiare e gli pulisci la bocca, a lui che si siede in terra fuori dalla porta del bagno quando ti chiudi dentro per piangere di nascosto. Che mamma sei, in mezzo a tutti questi complimenti, tu che vorresti essere dovunque tranne che nelle grinfie di una famiglia che  la tua prigione, il tuo ergastolo?
La mente di Ottavia attraversa la notte fino a Palma, il commissario al quale non riesce nemmeno a dare del tu. A quel sorriso stropicciato, a quei capelli in disordine. Un uomo, n pi e n meno. Uno come tanti.
forse l'unico.
forse una scialuppa di salvataggio.
forse l'ultimo treno, alla fine della notte.
Guarda pure, bambino nello schermo. Guardami pure dentro. Scopri i miei pensieri pi nascosti, e aiutami a portarli a galla. Aiutami a vedere, a capire chi sono. Chi ero e chi sono diventata.
Con un ultimo sguardo attraverso il buio, Ottavia rientra in casa.

Ci sono notti.
Notti piene di fili luminosi come fari in autostrada, che seguendo strani percorsi si riannodano.
Notti sospese tra un giorno e un altro, inconsapevoli di quello che precede e che seguir.
Notti capaci di abbattere i ricordi e costruire nuovi sogni, con sapori bastardi che tuttavia hanno nuovi sensi.
Notti che ti fanno pensare di poter portare il passato fino al futuro, come un carico che non ti schiacci ma che possa diventare un motore.
Ci sono notti.

Lojacono, le mani intrecciate dietro la testa, osserva il soffitto mentre dallo spiraglio aperto di finestra entra il suono di un pianoforte.
Non capisce per quale accidenti di motivo in quella citt, di riffa o di raffa, c' sempre una musica. Bella o brutta, mal registrata o metallica da una radio, sotto la cacofonia delle urla e del traffico, a ben cercare c' sempre una musica.
All'inizio, quando era stato catapultato li dalle macerie della sua vita, aveva odiato questa cosa. Aveva odiato tutto, a dire il vero. Poi si era abituato, e adesso, a intervalli, se l'andava a cercare, la musica, ed era felice quando la trovava, celata sotto un rumore, ripiegata in fondo a un motore scoppiettante o a un litigio domestico. Stavolta era uno che si esercitava al piano, in piena notte; altrove avrebbe rischiato la pelle, sbranato da qualche vicino distrutto dalla stanchezza, ma li no. Tutto si poteva dire, di quella citt, tranne che fosse intollerante.
Dal divano letto del salotto veniva il respiro pesante di Marinella. Gli sembrava ancora incredibile che fosse con lui. Dopo tutto il tempo passato a desiderare di sentirne la voce, anche solo per un breve saluto al telefono, ora l'aveva addirittura a tiro di abbraccio, di bacio.
Il suo cuore di padre era, al solito, a met del guado tra la felicit e la preoccupazione. Meraviglioso ritrovare la dimensione di loro due, meraviglioso non aver pi paura di non vederla, non doversi chiedere come e dove stava, non doverla pensare in eterna lotta con la madre. Ansia per l'incertezza sulla scelta che avrebbe compiuto.
Conosceva Marinella quanto conosceva s stesso; sapeva quanto era risoluta, che possedeva l'equilibrio e la serenit di una giovanissima vecchietta, e che avrebbe deciso per il meglio. Tanto valeva adattarsi e cercare di facilitarle il cammino.
Sebbene non ne avessero mai parlato in modo esplicito, Lojacono aveva capito che Marinella non voleva pi tornare a Palermo. Un capo di biancheria al giorno, un paio di libri, i trucchi, una cassettiera all'Ikea, come una formica si stava costruendo una nuova vita. Si era informato: nonostante le assenze, l'anno scolastico si era concluso senza conseguenze; c'era tutta l'estate per riflettere su come organizzarsi.
Mentre uno stanco ma solido blues arrivava dal pianoforte sconosciuto, l'ispettore pens che sarebbe stato necessario cercare una nuova casa con una stanza in pi e un letto vero per la figlia. Certo, Sonia avrebbe di sicuro fatto storie, ma lo sapeva pure lei che di fronte alla determinazione della figlia non c'era niente da fare.
A Marinella la citt piaceva. Non che glielo avesse detto, loro due si intendevano con gli occhi, senza parlare. Qualche fugace risata, l'inclinazione della testa, i sospiri di fronte ai panorami improvvisi dopo una curva gli dicevano tutto quello che doveva sapere. Stava bene. Era serena. E anche il pensiero di occuparsi di lui le serviva.
Due erano lui e Marinella, due erano Marinella e la madre; ma per qualche strano motivo, la prima combinazione dava vita a una famiglia, la seconda no. Forse perch Sonia, a differenza sua, era autosufficiente, o almeno cos pareva alla figlia; o forse per il carattere e i gusti tanto simili, e per quella straordinaria somiglianza fisica che faceva gioire la gente quando li vedeva insieme.
Certo, si disse Lojacono, osservando luci d'automobile percorrergli il soffitto, non sarebbe stato facile. Ma che cosa lo era? Seguendo un percorso subdolo, la mente and a Laura e allo sguardo che gli aveva lanciato quella sera, uscendo col solito passo spedito dalla sala agenti. Laura e il profilo delicato stagliato contro la pioggia sul finestrino. Laura e la linea piena del seno. Laura e il calore tremante della mano nella sua mentre correvano verso il portone.
Laura e Marinella.
Voleva andare avanti, con Laura. Non voleva perdere il senso di qualcosa di diverso e di noto. Aveva voglia di lei, voglia di una donna che fosse la sua donna. Voleva scoprirne il mistero, assaggiarne il gusto e vedere se poteva ancora costruire qualcosa.
Per non voleva perdere Marinella; non voleva perdersi il suo crescere, il suo diventare donna, il parlare con lei senza parlarsi, nel pomeriggio sotto un sole nuovo, mangiando una pizza vicino al mare.
Forse, riflett nella notte che andava a piccoli passi verso l'alba, le due cose non erano nemiche. Forse le due donne potevano avere entrambe quello che volevano senza invadersi il campo l'un l'altra. Forse, per lui, c'era ancora una speranza di vita. E di famiglia. Chi l'avrebbe mai detto.
Il pensiero, annebbiato dai sogni e dal sonno, scivol verso quel piccolo volto in bianco e nero che si alzava verso la telecamera di sorveglianza.
Chiss dove sei, bambino. Chiss se hai paura, stanotte. Chiss se stai sognando, o tremando. Chiss se pensi a qualcuno. Chiss se quel qualcuno  il tuo pap.
Chiudendo infine gli occhi, Lojacono sent sull'onda del pianoforte tutta l'angoscia di un padre amputato del figlio, e tutto il terrore di un figlio che cerca aiuto nel buio. Ci sono notti, pens cadendo in un breve sonno agitato, che non dovrebbero mai arrivare.
Ci sono notti.

16.

La mattina dopo perfino Aragona aveva l'aria stropicciata. Si lasci cadere sulla sedia:
- Ragazzi, mi sono svegliato ogni due ore. 'Sto fatto del bambino mi ha proprio colpito assai; e sapete che cosa, soprattutto? La sua faccia quando ha fissato la telecamera. Pareva che sapesse che noi, poi, l'avremmo guardato. Io so' troppo sensibile per fare questo mestiere, secondo me... Oh, ma ci sono novit?
Romano, che stava in piedi vicino alla finestra con un bicchiere di plastica in mano, scosse il capo:
- Niente. Ha telefonato la madre alle sette e mezzo; ha risposto Ottavia, le ha solo detto che fino a quell'ora non c'erano state notizie.
Alex si stava versando il caff:
- Pare che poi l'abbia avvertito, il padre del bambino. L'ha chiamato stanotte e gli ha detto solo che  scomparso. E stamattina informava anche il nonno, appena si faceva un'ora pi possibile perch non gli pigliasse un colpo. Cos ha detto.
Aragona sospir:
- Alle sette e mezzo, e ha risposto Ottavia? E gi sapete tutte 'ste cose? Ma se sono le otto e un quarto! Capisco il Presidente, qua, ch le persone anziane dormono poco, ma voi com' che gi stavate in ufficio?
Pisanelli non si scompose:
- Guarda, te lo dico per esperienza: tu arriverai per ultimo pure da vecchio. Passi troppo tempo davanti allo specchio cercando di sembrare qualcun altro.
Aragona si tolse gli occhiali azzurrati:
- Come, qualcun altro? Ma se io sono naturale al cento per cento!
Lojacono alz lo sguardo dallo schermo, sul quale stava passando per l'ennesima volta il filmato del bambino:
- S, certo, cowboy. Prenditi il caff, va', che il buon Guida almeno questo lo sa fare.
Fu in quel momento che entr un uomo, e disse:
- E qui che vi occupate del bambino scomparso? Sono Alberto Cerchia, il padre.

Lo fecero accomodare davanti alla scrivania di Ottavia, dove c'era la sedia meno traballante della sala, e andarono a chiamare Palma, che era al telefono con la questura per il primo aggiornamento.
Alberto Cerchia era un bell'uomo di poco pi di quarant'anni, piuttosto alto, con il fisico asciutto e la pelle abbronzata. L'et era tradita da qualche ruga attorno agli occhi e dalle tempie appena ingrigite, ma per il resto potevi dargli dieci anni di meno. Indossava un abito sportivo blu e una camicia azzurra aperta sul collo. Era agitato, e stanco, con un filo di barba appena visibile e alcune pieghe sulla stoffa della giacca che contrastavano con l'impressione di una abituale cura dell'aspetto.
- Ho saputo stanotte, - disse come per giustificarsi, - e mi sono messo subito in viaggio; ero al confine con la Svizzera. Ho trovato un sacco di pioggia, sull'autostrada... ma non potevo certo fermarmi. Mi ha detto... mi sono fatto dire chi se ne stava occupando. Cos sono passato prima di qui. Insomma, che  successo?
La voce, dall'accento settentrionale, tradiva un carattere pratico e sbrigativo, e una certa attitudine al comando.
Palma rispose per tutti, presentandosi:
- Sono il commissario Palma, abbiamo ricevuto noi la chiamata. Suo figlio era in visita con la scuola a un museo, Villa Rosenberg, ed  andato via con una persona che non  stata identificata. Da allora, ieri mattina alle otto e mezzo, non abbiamo pi sue notizie.
L'uomo ascoltava con attenzione, la fronte corrugata, le labbra strette.
- Cio lei mi sta dicendo che il mio bambino, Dodo,  stato rapito? Mi sta dicendo questo?
Palma toss, a disagio:
- Non ne siamo ancora sicuri. Di certo non  stato preso con la forza, ha seguito questa persona di sua volont, quindi...
Cerchia lo interruppe alzando la mano; sembrava non credere alle proprie orecchie.
- Scusi, ma lei come lo sa questo?
Intervenne Ottavia, con voce dolce; capiva il dramma di quell'uomo, e cerc di tranquillizzarlo.
- Abbiamo un video girato dalla telecamera di sorveglianza del museo. Si tratta di un piccolo frammento, non pi di qualche secondo, ma...
L'uomo si alz di scatto dalla sedia:
- Un video? Un video di mio figlio? E si vede la persona che lo ha preso? Allora si pu capire...
Palma lo invit a sedersi:
- No, purtroppo la persona non si distingue, porta un cappuccio sulla testa, e la qualit delle immagini non  granch; in ogni caso glielo mostreremo, tra poco. Intanto mi dica, quando l'hanno avvertita?

Cerchia si pass una mano tra i capelli; sembrava disorientato, come se non gli fosse chiaro il motivo per cui si trovava li.
- Sar stata l'una. Ero fuori per affari, in albergo. Era... era la madre di Dodo. Appena ho visto il numero sul display mi sono spaventato. Per chiamarmi a quell'ora... anzi, per chiamarmi, doveva per forza essere successo qualcosa di grave. Di molto grave. Vede, io e questa donna non abbiamo rapporti di alcun genere. La legge, che purtroppo in questo paese  cieca, le ha affidato il mio bambino, che invece avrebbe preferito stare con me, e che io avrei voluto con tutte le forze perch lui... lui...
Fece uno sforzo visibile per non lasciarsi vincere dall'emozione. Lojacono, a disagio, si gir a guardare il panorama dalla finestra; essere testimone di un dolore simile era troppo anche per un poliziotto scafato come lui. Ricordava bene l'angoscia per la lontananza di Marinella, e nel suo caso non si trattava di un rapimento. Ringrazi il cielo, in un fugace pensiero, che adesso fosse con lui.
Cerchia riprese:
- E tutta la mia vita. Nulla, nessuna ricchezza o agio, nessun lusso, nessuna donna vale un solo attimo di quando siamo insieme. E lei invece se ne frega, presa com' dal quel suo ridicolo amante, dalle amiche, dal circolo e da tutto il resto della sua inutile vita. E adesso nessuno sa dov' il bambino. E' comprensibile che non abbia avuto il coraggio di dirmelo subito.
Palma intervenne:
- A essere sinceri le abbiamo suggerito noi di non procurare un allarme che poteva rivelarsi falso. Le ripeto, il bambino  andato via spontaneamente. Poteva trattarsi di un incontro normale, che so, un'amica di famiglia o...
Cerchia si sporse in avanti:
- Un'amica? Allora  una donna?
Palma si strinse nelle spalle:
- Non si vede bene, gliel'ho detto. Per sembrerebbe una donna, s.
Cerchia si batt una mano sulla coscia:
- Lo sapevo,  colpa sua, quella troia maledetta. Sar qualcuna che ha deciso di vendicarsi giocandole un brutto scherzo, magari la moglie di uno che si  fatta. E adesso voglio proprio vedere, quando lo trovo, perch io lo trovo, mio figlio, ve lo garantisco, se il giudice glielo lascia ancora. Puttana, maledetta puttana.
Alex gli parl in tono freddo:
- Guardi che la signora  stata qui fino a tarda sera. E stamattina presto, quando ha chiamato, era chiaro che non aveva chiuso occhio. Le garantisco che  preoccupata almeno quanto lei, quindi non sarei cos duro, al suo posto.
Romano annu:
- Sono Romano, dottore, e sto seguendo il caso di suo figlio. Le confermo quanto detto dalla collega: sua moglie non ha la minima idea di chi possa aver preso il bambino.
Cerchia sibil ostile:
- Non  mia moglie. Non pi. E se non sa chi  stato,  solo per l'imbarazzo del dubbio. Lei e quel vecchio bastardo di suo padre catalizzano pi odio di quanto possiate immaginare. Ora vorrei visionare il filmato, se non vi dispiace.
Palma lo fece spostare davanti al monitor di Ottavia.
Cerchia osserv le immagini con la massima attenzione. Quando vide il figlio entrare nell'inquadratura, percorrere la sala e, prima di uscire, alzare gli occhi alla telecamera, offr uno spettacolo penoso. La faccia si scompose per la contrazione di tutti i muscoli, lacrime gli sgorgarono incontrollate, le mani si serrarono intorno alla gola, passarono tra i capelli, coprirono la bocca. Prese a singhiozzare, le spalle che sussultavano.

Romano e Aragona fissavano il pavimento, desiderando essere ovunque tranne che li. Ottavia si commosse e gli strinse il braccio per confortarlo. Pisanelli diede un colpo di tosse.
Palma disse:
- Dottor Cerchia, la prego. Non  cos che possiamo aiutare suo figlio, ammesso che abbia bisogno di aiuto. Ha visto anche lei, ha seguito quella persona tranquillamente: magari sapeva che non aveva nulla da temere.
Alberto Cerchia si copri il volto e aspett qualche secondo:
- Ha ragione, commissario. Bisogna sapere dov' Dodo e andare a riprenderlo. E davanti a Dio giuro che quando lo ritrovo me lo tengo vicino, e non gli succeder mai pi niente di male -. La voce, arrochita dal dolore, era gracchiante e appena udibile; eppure vibrava di un'enorme determinazione. - E una donna, si. Mi pare evidente da come si muove e dalla corporatura. Che altri elementi ci sono?
Aragona fece un gesto vago:
- Un amichetto, quello che stava con lui in quel momento, ha parlato di una bionda. Ma era lontano, ed  pur sempre un bambino.
- Una bionda. Be',  qualcosa, no? Lei, la madre, l'ha visto il filmato?
Palma rispose:
- S, certo. Ma non ha riconosciuto nessuno. Cerchia fece una smorfia:
- Non riconoscerebbe nemmeno s stessa in uno specchio, quella deficiente. E il vecchio bastardo, che ha detto? - Se si riferisce al nonno, la signora ha detto che l'avrebbe avvertito in mattinata.
Cerchia comment amaro, tra s:
- E gi, lui dev'essere cautelato. Invece a me mi si avverte in piena notte, col rischio di farmi ammazzare sull'autostrada. Tipico -. Poi si rivolse di nuovo a Palma: - Io ho casa qui, vicino a dove abitano loro. L'ho presa per stare con Dodo quando lo vedo ogni due settimane. Vi lascio l'indirizzo e il mio numero di telefono, cos potete rintracciarmi in ogni momento. Adesso vado da lei e cerchiamo di chiarire quello che  successo. Lo trovo io, mio figlio. Lo trovo io.
Lojacono si intromise:
- Cerchia, se posso permettermi un consiglio, non da poliziotto ma da padre, in questo momento siete sulla stessa barca: lei, la sua ex moglie, il suo ex suocero e tutti quelli che vogliono bene al bambino. Se non vuole renderci difficile il lavoro, non costringa la signora Borrelli sulla difensiva; si sforzi di collaborare con lei, e con noi. Se il bambino  stato rapito, e come le ha detto il commissario non ne abbiamo ancora la certezza, i primi contatti coi rapitori sono fondamentali per le indagini. Quindi, la prego, ci aiuti ad aiutarvi.
Cerchia lo ascolt in silenzio. Poi assent:
- S, adesso l'unica cosa che conta  che Dodo stia bene e torni sano e salvo. Del resto parleremo dopo.
Palma ribad il concetto:
- Quindi mi promette, dottor Cerchia, di stare tranquillo e di tenerci al corrente di ogni novit? Abbiamo chiesto la stessa cosa alla signora. L'ispettore Lojacono ha detto bene: non  questo il momento dei rancori, siamo tutti sulla stessa barca.
Cerchia si alz dalla sedia:
- La ringrazio, commissario, ma non siamo tutti sulla stessa barca, no. Io sono il padre. Il padre. E quando succede qualcosa a un figlio, mi creda, sulla barca del dolore c' solo il padre. Buona giornata.
E usc.

17.

Giorgio Pisanelli se ne stava appoggiato a un pilastro all'angolo della strada, col giornale in mano. Cercava di tenere sotto controllo lo stimolo a orinare.
Subito prima di uscire dall'ufficio era stato al bagno, nella speranza di avere pace almeno per un'oretta, ma la natura aveva disposto in maniera diversa.
Era diventato fatalista, Pisanelli, per soltanto verso la natura. Contro il resto era abituato a combattere, e ancora combatteva nel suo modo signorile e silenzioso, mai rinunciatario. Contro quasi tutto si poteva combattere, contro la cattiveria, la stupidit, l'ignoranza, e a volte si vinceva pure, ma contro la natura si poteva fare davvero poco.
La natura aveva disposto per lui un cancro alla prostata.
Chiss per quanto tempo si era preparata, la natura. Aveva tramato a lungo, nell'ombra, magari fin dall'incontro di un suo antenato con una sua antenata, perch lui potesse godersi quell'acuto bisogno di fare pip anche se l'aveva appena fatta. Una bomba a orologeria genetica che sarebbe detonata a distanza di decenni, forse di secoli, con assoluta precisione. Come si combatte contro questo?
Palma aveva dato il rompete le righe; del resto, in assenza di telefonate dei supposti rapitori, c'era poco da fare. Poi, magari, come continuavano a ripetersi tra loro, alla fine si sarebbe presentata una zia e avrebbe detto alla madre: ma come, non ti ricordi? Avevamo deciso che Dodo avrebbe
passato con noi il fine-settimana a Euro Disney. L'altra sera, mentre tu bevevi il quarto cocktail al circolo.
In ogni caso, al di l di approfondire le informazioni sulla famiglia Borrelli, Pisanelli non avrebbe potuto fare altro. Quindi aveva chiesto il permesso di allontanarsi e, dopo la terza sosta al bagno in due ore, era uscito. Tanto anche i suoi colleghi avevano delle cose da sbrigare: Lojacono e Di Nardo erano andati alla scientifica per il loro furto in appartamento, Romano e Aragona prima alla scuola e poi a casa della madre del ragazzino.
Fingendo di leggere il giornale ma senza distogliere lo sguardo dal portone di fronte, ripens con una fitta di dolore a Dodo, che prima di sparire alzava la testa verso la telecamera. Gli aveva ricordato il figlio Lorenzo da piccolo: la stessa seriet, l'identica profonda limpidezza degli occhi scuri. Quanto tempo era che non si sentivano? Una settimana, pi o meno. Doveva chiamarlo. Carmen si sarebbe arrabbiata, se avesse saputo che lasciava passare tanto tempo fra una telefonata e l'altra.
Cerc un angolino in ombra dove orinare senza essere visto: tanto erano al massimo due gocce. Come al solito. S, poteva entrare in un bar, pagare un caff che a stento avrebbe assaggiato e chiedere della toilette; ma se proprio in quel momento lei fosse uscita? Non voleva correre il rischio.
Carmen era la moglie di Pisanelli. Era dolce, gentile, bellissima. L'aveva conosciuta a vent'anni, una vita fa, e si era innamorato di lei salutandola, stringendole compitamente la mano dopo la frettolosa presentazione di un amico comune. Si era innamorato quando l'aveva fissato con quelle pupille nere, piegando la testa di lato; lo faceva sempre quand'era incuriosita. Si era innamorato quando ne aveva sentito la voce, profonda e ampia quanto l'accordo di un organo. Si era innamorato. E non aveva pi smesso di parlarle, da allora, e ancora le parlava, in continuazione, e lei gli rispondeva.
Anche se era morta.
La sua bomba a orologeria era regolata per esplodere quasi tre anni prima di quella innescata dentro di lui, e aveva funzionato alla perfezione. Non che Giorgio avesse rinunciato a combattere, allora, ma tra le lacrime aveva promesso alla moglie che non l'avrebbe lasciata morire tra i tormenti disperati della malattia, tormenti di cui lei aveva tanta paura. Non aveva pensato che sarebbe stata proprio Carmen a non reggere di fronte alla prospettiva del dolore.
Leonardo, il frate che era diventato il miglior amico di Pisanelli, diceva che poteva succedere; di fronte all'abisso della sofferenza, gli esseri umani mostrano forza o debolezza, e a volte scelgono di andarsene prima. Scelgono di fare un balzo al di l del male che li consuma, e vanno incontro alla luce prima del tempo. Cos gli diceva Leonardo, quando insieme ricordavano Carmen senza malinconia: Giorgio perch ancora la vedeva ogni singolo istante della giornata e nei sogni; il frate perch l'aveva assistita e confortata, sostenendone la fede fino all'ultimo. Si erano conosciuti al suo capezzale, e avevano stretto il rapporto che ancora li univa: l'ultimo regalo che la moglie gli aveva fatto prima di ingoiare un intero flacone di antidolorifici e di addormentarsi per sempre.
Leonardo aveva ragione, il dolore pu fare cos paura da toglierti il desiderio di respirare, anche se hai attorno l'amore di un marito e di un figlio. Lui stesso avrebbe messo fine alla vita di Carmen, se il dolore fosse diventato eccessivo. Era pronto. Ma lei lo aveva anticipato.
Not del movimento nell'androne e si mise all'erta; un falso allarme, il garzone della macelleria che chiacchierava col portinaio.
Era li proprio per questo, perch sapeva che si poteva avere la tentazione di scappare, di fronte al dolore. E lui, Pisanelli Giorgio, vicecommissario della polizia di stato, combatteva ogni giorno contro il desiderio di levarsi dalla faccia della Terra senza attendere il tempo stabilito da Nemica Natura. Non poteva. Non per ora. Prima aveva una pratica da chiudere. Prima aveva un assassino da trovare.
All'indomani della morte di Carmen, quando era rimasto solo in una casa enorme ancora piena della sua voce, del suo profumo, quando aveva detto di no alla richiesta di Lorenzo di mettersi in pensione e di raggiungerlo al Nord, si era domandato: perch uno decide di uccidersi? Dove trova la forza di farlo?
Conosceva come le proprie tasche il distretto in cui lavorava, c'era nato, ci aveva vissuto per tutta la vita, e i suoi genitori e i suoi nonni prima di lui. Sapeva delle anomale normalit, delle consuete stranezze che ne erano la caratteristica: nulla poteva sorprenderlo, perch conosceva il respiro del quartiere come quello di un noto e caro animale, un'immensa belva che qualche volta si svegliava, ma che per il grosso del tempo dormiva con intervalli di sussulti incoscienti. E sapeva, per questo, che quei suicidi erano qualcosa di diverso.
Li aveva scoperti una mattina sonnacchiosa, prima della storiaccia della droga in cui erano caduti quei quattro deficienti dei suoi colleghi ai quali, ancora adesso, non riusciva a pensare senza una vena d'affetto. Con Carmen e la sua allora recente fine che pesavano nel cuore e nella mente, si era messo a scartabellare i dossier e aveva notato che da una decina d'anni c'erano stati troppi casi, nel quartiere. Per carit, tutti trattati come si doveva, tutti oggetto di attenta indagine e corretta archiviazione. Biglietti d'addio, modalit differenti, sempre ottimi motivi alla base del gesto: tutto nella norma.

Eppure lui non aveva avuto dubbi. Quelli non erano stati suicidi.
Aveva tentato di spiegarlo al commissario, un anziano funzionario scafato e pratico, indurito dall'esperienza e poco desideroso di ascoltare ipotesi strampalate, con tutto quello che c'era da fare. Poi era sopraggiunta la faccenda dei Bastardi, figurarsi se qualcuno si dava la pena di correre dietro alle fantasie di un vecchio. Neanche il nuovo capo, Palma, che gli sembrava davvero una brava persona, mostrava di crederci granch, anche se per rispetto e cortesia lo lasciava libero di indagare su ci che voleva. Ma lui era certo, certissimo che quelle persone erano state ammazzate. E ne era certo proprio a causa di Carmen.
Lui ragionava cos: per voler morire si deve avere paura. La depressione, il lento cadere nelle braccia di una vita che non  pi vita, la solitudine, l'indigenza, una pensione infima non potevano essere facilmente il motivo di un suicidio. Per avere tanta paura da voler morire ci vuole coraggio. Un gran coraggio.
Leonardo, quando lui si era confidato, aveva lasciato trasparire una pena infinita dai suoi limpidi occhi azzurri. Gli aveva detto che non era cos, purtroppo, che anzi la solitudine era la principale nemica della vita, che tanta povera gente sceglieva di mettere fine alla propria esistenza appunto per non dover pi sopportare il silenzio che l'attorniava. Che gli anni passano in fretta, anche troppo in fretta, ma che le giornate da soli con s stessi non passano mai e possono generare un'angoscia intollerabile. Gli diceva, Leonardo, che sperava che Dio, nella sua infinita eccetera eccetera, avrebbe perdonato quegli sventurati eccetera eccetera, e che li avrebbe accolti in paradiso eccetera. Ma Giorgio era pi che convinto che la mano di qualcuno li avesse aiutati un bel po' a trovarsi al suo cospetto.
Allora aveva cominciato a mettere insieme i pezzi, con la sua attenzione maniacale da vecchio poliziotto: dichiarazioni, testimonianze, storie di negozi costretti a chiudere dalla crisi, sguardi casuali, particolari all'apparenza ininfluenti. Aveva tappezzato le pareti di casa con ritagli di giornale, lettere, fotocopie di biglietti scarabocchiati a mano, foto di cadaveri. E lo stesso aveva fatto in ufficio, attirandosi commiserazione e ironia. Aveva scavato, scomposto e ricomposto, con testardaggine e precisione. Sapeva che i colleghi lo consideravano un po' rimbambito, ma a lui andava bene: almeno lo lasciavano in pace. A parte Aragona, ovvio.
Quel giovane collega era il ritratto del cattivo poliziotto cafone ed egocentrico, spaccone e politicamente scorretto: eppure proprio a lui, con la sua mania dei soprannomi e dei telefilm, Giorgio sentiva di essersi affezionato in modo speciale. Sotto quella pelle abbronzata dalle lampade e quegli inaccettabili occhiali a goccia, intravedeva una grezza capacit, un'intelligenza non governata che potevano trasformarlo in un ottimo investigatore; a patto che la smettesse di voler assomigliare a Serpico.
Eccola. Usc dal portone, si ferm strizzando gli occhi nel sole. Dio, sembrava una vecchia, invece dai documenti risultava avere meno di sessant'anni. Capelli sporchi, maglia sformata, una borsa consunta. Il portinaio le rivolse uno sguardo distratto, nemmeno la salut. Lei si avvi verso la piazza, trascinando i piedi.
La novit, nell'indagine di Pisanelli, era questa. Dopo anni passati a lavorare sui morti, ricostruendone le vite sbagliate, le sopravvenute sfortune e infine i decessi incongruenti, aveva deciso di rompere lo schema e di individuare le possibili vittime. Negli ultimi mesi si era dedicato a una mappatura dei suicidi, in cerca di un filo rosso che li unisse; aveva insomma provato a restringere il campo. Poi aveva battuto
le farmacie del quartiere per scoprire chi faceva uso di psicofarmaci e chi ne aveva aumentato il dosaggio. Certo, non era un metodo ortodosso, ma era un metodo.
E alla fine era arrivato a lei, Musella Maria di anni cinquantotto, in possesso di una pensione di reversibilit miserabile con cui campava in un quartino ereditato dal marito scomparso dieci anni prima. Musella Maria, che implorava ricette dal medico curante per riuscire a dormire. Musella Maria, che non aveva un amico, che non andava al Bingo, che faceva la spesa due volte alla settimana al mercato per risparmiare, e quello era il giorno, e Pisanelli l'aspettava al varco per vederla da vicino. Musella Maria, che viaggiava verso una vecchiaia solitaria fatta di niente e di nessuno.
Musella Maria, la vittima perfetta.
Pisanelli attese un attimo, poi ripieg il giornale, se lo mise sottobraccio e si avvi nella stessa direzione della donna, controllando l'andatura per tenere la giusta distanza, anche se sospettava che Musella Maria non si sarebbe accorta di lui nemmeno se l'avesse calpestata.
Il poliziotto aspettava che qualcuno l'avvicinasse. Per ammazzare una persona, pensava, ci si deve per forza avvicinare. E siccome Musella Maria non incontrava mai nessuno, se qualcuno l'avesse avvicinata avrebbe potuto essere l'assassino. S, ci sarebbe stato da indagare ancora, da approfondire, da confrontare gli indizi, ma era una base, no? Una base. Qualcosa da cui cominciare.
Avrebbe orinato in un bar quando la donna fosse rientrata a casa, dopo la spesa. Ora doveva seguirla. La natura e la sua bomba a orologeria potevano aspettare.
Pregust il piacere di raccontare a Leonardo gli ultimi sviluppi. Pi tardi sarebbe andato magari a trovarlo in parrocchia, a meno che non ci fossero novit sul bambino; aveva pregato Ottavia di chiamarlo subito al cellulare, nel caso.
Allora avrebbe rimandato. In fondo non c'era urgenza. Per due chiacchiere con lui, Leonardo era sempre disponibile. E poi tra due giorni avevano il loro pranzo settimanale alla trattoria del Gobbo.
Musella Maria si ferm davanti alla merce variopinta di un fruttivendolo. Picchiandoci sopra, il sole di maggio, spudorato e indiscreto, la trasformava in un caleidoscopio abbagliante che metteva felicit. Quattro ragazzini in canottiera inseguivano un pallone all'interno di un ideale campo di gioco il cui tracciato comprendeva negozi, cassette di ortaggi, cassonetti dell'immondizia, motorini parcheggiati e in movimento. Una signora grassa sbucciava piselli freschi all'esterno di un'abitazione a pianterreno, dalla quale esplodeva una radio neomelodica. La vita pulsava, violenta, colorata e puzzolente in ogni angolo della piazza.
Non vuoi morire, Musella Maria. Se vai a fare la spesa, se cucini, se mangi, se ti svegli la mattina, non vuoi morire. Forse non vuoi pi vivere, in certi momenti, ma non vuoi morire. E la differenza  tutta qui.
Senza un perch, la mente di Pisanelli and a Dodo. Chiss dove sei, pens. Speriamo che non ti succeda niente.
E' troppo bello il mondo, nel mese di maggio.

18.

Non fidatevi, di maggio.
Maggio vi frega in un niente. Basta un attimo di distrazione, un'idea cambiata, una risata in pi e vi frega.
Perch maggio sa prendervi alle spalle, in questa citt. Arriva di soppiatto e in un lampo vi fa credere di essere altrove, o in un altro tempo.
Vi abbraccia coi suoi tentacoli soffici e vi fa pensare che tutto sia a posto, che tutto sia come prima. E invece.

Tiziana  in ritardo, stamattina. Ieri, come una scema,  rimasta a vedere un inutile film alla televisione, e si  addormentata un'ora dopo rispetto al solito.
Figurarsi, quelli in ufficio l'aspettano col fucile puntato;  l'ultima arrivata, non le perdonano niente. Cos si fa, con gli ultimi arrivati: i lavori pi duri e noiosi, e nessuna considerazione.
Ma a Tiziana il lavoro serve. Quello stronzo non le passa gli alimenti da un anno e nemmeno risponde al telefono, mo' ha capito pure quando lei rende anonimo il numero, quant' furbo, il figlio di troia. E Francesca ha sempre bisogno di qualcosa, cambia misura di scarpe ogni tre mesi, e ogni stagione le si deve rifare il guardaroba. Ha quattro anni, del resto. A quell'et  normale.
Passa di corsa accanto al lettino, per una carezza. Un rapido pensiero di madre: da qualche giorno la vede svagata e silenziosa. Ma forse sta solo covando un'influenza.
Va in cucina. Ha tre secondi per il caff, se pap l'ha preparato. Dall'odore sembrerebbe di s. Il padre  l, premuroso: figlia mia, mangia pure un biscotto, metti qualcosa in pancia, se no poi ti viene mal di testa. Tiziana annuisce. Fortuna che ci sei, pap, fortuna che almeno io e Francesca abbiamo te, che ci hai ripreso in casa, che mi aiuti.
Tesoro, dice lui, questa sar casa tua e del mio piccolo amore. Lo sai che da quando tua madre... Tiziana si avvicina e gli bacia la guancia ispida; ogni volta che la memoria della mamma passa leggera tra loro, i suoi occhi diventano liquidi.
Non ci pensare, pap. Adesso stiamo insieme. Vedi, cominciano le belle giornate: tra un po' andiamo al mare, tutti e tre. E passiamo qualche ora felice, ce la meritiamo, no? Adesso scusami, devo proprio volare in ufficio. Ho lasciato un vestitino stirato, cos magari se non cambia il tempo la porti ai giardinetti, ti va?
Un altro bacio, sulla punta delle dita, e Tiziana  fuori dalla porta e poi in strada; il padre la guarda svoltare l'angolo, il soprabito che le svolazza dietro. Sospira, scuote il capo. Povera figlia, pensa. Che vita, fa. Fortuna che ci sono io, a prendermi cura di loro.
Attento a non fare rumore, va a vedere se Francesca dorme ancora. Tesoro? Dormi? Fai finta, vero? Perch vuoi giocare.
E avvicinandosi al letto, si sbottona i pantaloni.

Non bisogna fidarsi, di maggio.
E' un mese che sa fingere, cos sospeso tra la coda dell'inverno e la punta del naso dell'estate. Sa mascherarsi, magari dietro un pensiero o un falso desiderio, e vi pianta nella schiena il coltello di una fantasia disperata.
Vi avvolge in un profumo sottile, tanto leggero da non accorgervi che state sorridendo se non quando  ormai tardi.
Maggio  una minaccia affilata, che penetra troppo a fondo per un singolo respiro.

Ciro  un bravo ragazzo. Ma il quartiere in cui vive  tosto.
Per lui si  tenuto alla larga da certe compagnie, cercando di non lasciarsi incastrare. Il padre fa il tranviere e per portare a casa qualcosa in pi accetta turni assurdi, e Ciro si sentirebbe uno schifo se, in cambio, gli desse altri pensieri. Gli ha sempre detto, il padre, in tre parole, perch non  uno che parla tanto, che quelli come loro non hanno chi li difende; se li mettono in mezzo, finiscono dentro e non escono pi. Meglio rigare dritto, meglio faticare, pure se per pochi soldi.
Ciro lo sa, lo vede che basterebbe poco per arraffare quello che serve a girare con moto, scarpe di lusso e bei vestiti. Ma sa anche che quelli che arraffano non durano poi tanto. E' pi sicuro fare il garzone in un bar, come lui, e svegliarsi all'alba e andare sopra e sotto per le scale degli uffici col vassoio del caff, ch magari cos si campa un po' di pi. Cos dice pap, in tre parole, e lui  d'accordo.
Ciro  un bravo ragazzo.
Ha conosciuto una ragazza, Ciro. Fa la commessa in un negozio di vestiti da donna, nella grande strada centrale dove lui porta un sacco di caff. All'inizio si sorridevano ogni volta che passava davanti alla vetrina. Poi, una volta, per sorridere gli  caduto il vassoio, e tutto per l'aria caff, acqua, scontrino: una tragedia. Lei  corsa a dargli una mano a raccogliere le cose fra i piedi della gente. Era maggio. Un anno fa. E bello parlarsi per la prima volta a maggio. E bello il mondo, a maggio.
E passato giusto un anno che escono insieme, e Ciro vorrebbe festeggiare. Gli amici alle loro femmine gli regalano un sacco di cose: gioielli, vestiti. Facile, coi soldi che girano veloci. Ciro per  un bravo ragazzo, e soldi assai non ne ha e non ne avr mai.
Ma non vuole che passi maggio, senza farle un regalo che le mozzi il fiato. Maggio  il loro mese, si sa, e lei  la cosa pi bella del mondo, l'unica cosa bella che gli  capitata, a Ciro, l'unica fortuna che abbia mai avuto.
Non ci vuole niente, gli hanno detto ieri sera al pub. Sta fuori mano, la gioielleria, vicino al vicolo che porta nel quartiere nostro, dieci metri e nessuno ti piglia pi, pure a piedi. Nell'ultimo anno ce la siamo fatta cinque volte, la gioielleria,  come un bancomat, ci vanno perfino i ragazzini di dodici anni. E poi tu non  che la svaligi proprio, ti pigli un paio di cose e te ne vai, quelli non ti inseguono nemmeno, ci sta un fesso dentro, il figlio del proprietario, ha l'et nostra: si mette paura e si nasconde dietro il bancone.
Ciro  un bravo ragazzo, e vuole un sorriso speciale di lei nel mese di maggio. Maggio  il loro mese, e lui non ce li avr mai i soldi per farle un anello. Una volta, una volta sola. Senza rischio e senza paura, cinque minuti e lei sar contenta. Durer per tutta la vita, il sorriso di lei. Cinque minuti.
Marco  un bravo ragazzo. Non ha tanto coraggio,  vero, ma lui fa il gioielliere, mica il poliziotto o il domatore di tigri. Non ci vuole il coraggio, per fare il gioielliere. Non ci vorrebbe, almeno. A lui poi non piace nemmeno, quel lavoro, solo che pap ha il cancro e nel negozio non ci pu scendere pi, e allora tocca a lui.
Marco  un bravo ragazzo, e forse lo capiscono pure i rapinatori che non vorrebbe stare l, cos ha subito cinque rapine in meno di un anno. Una con le mazze, quando hanno scassato la vetrina, una col rasoio, tre con le pistole, che magari erano finte, ma vorrei vedere voi, con uno bendato e una cosa nera in mano che te la agita sotto il naso. Lui si butta a terra come gli hanno detto di fare, per salvare almeno la pelle. Stai attento, Marco, gli ha detto il padre, quelli stanno pieni di droga. Una volta gli  sembrato che si mettessero a ridere, quei figli di puttana.
Marco  un bravo ragazzo, per stavolta si  attrezzato. Appena il tizio entra e urla: attento, non fare stronzate,  una rapina, e arraffa un anello dal banco, che poi dev'essere pure un fesso, perch con tanta roba di valore prende proprio un anello con un minuscolo brillantino da due lire e in mano ha un coltello da cucina, incredibile, lui si butta a terra sotto il banco, come sempre. Solo che stavolta sotto il banco c' un fucile, regolarmente detenuto con tanto di porto d'armi, bello carico, il colpo in canna, e Marco, che  un bravo ragazzo per adesso basta, lo impugna e gli spara in petto, a quello stronzo di rapinatore, e Ciro, che  un bravo ragazzo ma siccome  maggio vuole un sorriso speciale, vola via dalla vetrina con la pancia aperta come un'anguria.
Ciro e Marco sono due bravi ragazzi. Ma nel mese di maggio tutto  possibile, in questa citt.

Maggio  un traditore.
Un simpatico, bastardo traditore, con un viso ribaldo che incanta e fa innamorare. Un maledetto sinuoso serpente, cos bello a vedersi che vi fa desiderare che duri per sempre.
Maggio risuona di dolci canzoni, e vi avvolge nelle sue spire con una musica sconosciuta che sembra nuova, ma  sempre la solita vecchia canzone.
Maggio vi fa scivolare piano verso l'abisso.

Peppe ha sonno.
Ha sempre sonno. C' chi si abitua, anzi, si abituano quasi tutti, quelli che per guadagnare qualcosa in pi scelgono il turno di notte. Di questi tempi, con la crisi che galoppa come un cavallo nella prateria, si fa la lotta per qualche euro, e c' la fila alla porta del capo: per favore, mettimi nel turno di notte.
Pure Peppe la fa, la fila. Gli servono quegli euro, non bastano mai i soldi a casa. Per lui non si abitua, non ci riesce proprio. E dopo il turno di notte cammina come uno zombi per tutta la giornata, il mal di testa sullo sfondo di ogni pensiero.
Che manco la voleva fare, lui, la guardia giurata. Con tutti i rischi che si corrono. Ci sarebbe arrivato, con le scuole serali, a essere ragioniere, e sarebbe entrato nell'azienda dello zio, lavorando di giorno e dormendo di notte, come tutti. Ma la sua bella moglie, Lucia detta Lucy, che allora non era nemmeno la moglie, solo la fidanzata, aveva pensato bene di sbagliare i conticini ed era rimasta incinta. Di due gemelli, addirittura. E allora addio ai sogni di gloria, che poi sai che gloria, il ragioniere in una ditta che adesso sta pure in cattive acque.
Peppe dev'essere contento, di aver trovato quel posto. Il lavoro  duro, per quando torna a casa ci trova due piccole pesti che lo adorano e una moglie, Lucia detta Lucy, che la gente si volta a guardarla per strada tanto  bella e formosa. Pure gli uomini, anzi, soprattutto gli uomini, e pensano che lui, Peppe, non se ne accorga. Guardate, guardate e sognate, ch stanotte mi ci corico io, nel letto, con tutto questo ben di dio.
Magari non tutte le notti, per via dei turni. Anzi, piuttosto di rado, per la verit. Ma almeno si guadagna qualcosa per portarla a mangiare una pizza, o al cinema, se la nonna si tiene i gemelli. Non di solo pane vive l'uomo, no? E anche la donna.
Per poi arriva maggio. E maggio, certe sere, ha un odore strepitoso che arriva dal mare e si fonde con quello della campagna, e sgombra l'aria dallo smog e dalle infinite immondizie, e ti mette una voglia sotto la pelle che non si pu curare.
Allora Peppe chiede un aiuto a Salvatore, e si fa sostituire solo per qualche ora, il tempo di tornare a casa a dare un colpettino a Lucia detta Lucy, che  una settimana che non riesce a vederla con quella sottoveste leggera che lo fa impazzire. Certo, dovr dare qualche euro a Salvatore per la sostituzione, figuriamoci, quello tiene un figlio all'universit e va pure per i centesimi, ma vale la pena, in una notte di maggio in cui i fiori e le canzoni si dnno appuntamento nell'aria, come se non fosse passato un secolo dall'epoca delle serenate.

Peppe entra in casa in punta di piedi, ch se si svegliano i gemelli addio sorpresa, per farli addormentare ci vorr tutta la notte e niente Lucia detta Lucy, nella loro bella camera da letto tappezzata di rosa proprio come l'ha voluta lei; un paio di mesi e finisce pure la rata dei mobili, finalmente. Peppe spera che Lucia detta Lucy sia ancora sveglia, perch se no si spaventa a vederlo cos all'improvviso.
S, Lucia detta Lucy  sveglia. Se ne sta seduta sull'arnese di Luigi, il ragioniere del piano di sotto che  divorziato e lavora di giorno e quindi la notte ce l'ha libera. Mentre estrae la pistola, Peppe pensa che lo vedi, faceva bene a frequentare la scuola serale, proprio bene, perch i ragionieri non devono fare turni e hanno il tempo di coltivare i rapporti di buon vicinato.
Peccato solo per la sottoveste. Quella bella sottoveste di pizzo che costa un sacco di soldi e che le stava cos bene a Lucia detta Lucy. Ma adesso, bucata e insanguinata com', non serve pi. Come la testa di Luigi, voglio vedere come ragioni, ragionie', con un bel buco in fronte.
A Peppe viene d'un tratto un sonno terribile. Mamma mia, che sonno.
Dev'essere l'aria di maggio.

Fate attenzione a maggio.
Soprattutto perch non ve lo aspettate, abituati come siete ai velenosi residui dell'inverno, agli ultimi freddi testardi. Non fidatevi, perch quell'aria dolce fa danni ancora peggiori.

Silvana ha quindici anni, si  appena fatta i capelli. E' venerd, stasera si esce e si deve essere bellissime.
E' bionda, Silvana, proprio un bel colore di capelli, con una sfumatura ramata che d risalto ai suoi occhi verdi. Solo che sono appena appena ricci, e tenerli a bada  un casino, soprattutto quando  umido: dopo tre secondi ridiventano mossi. Invece si portano lisci, e i ragazzi la guardano felici quando ha questa massa colore dell'oro che le arriva fino al sedere.
Silvana esce dal parrucchiere salutando le ragazze che ci lavorano, ciao ciao, vi faccio sapere. Tra una manicure e uno shampoo, ha raccontato che c' uno che si sta avvicinando e che le piace cos tanto; oggi fatemeli bene i capelli, ragazze, sono agguerrita, se non si presenta lui me lo faccio presentare io da un'amica, basta, non mi sfugge pi.
Maggio non ammette repliche: maggio  il momento perfetto per cominciare o per finire.
Silvana monta in motorino, il casco appeso al braccio; non se ne parla di rovinare i capelli, e poi senti che aria che c' oggi, meravigliosa. Tanto sono pochi metri, per casa. E tardi, pensa Silvana: mi preparo e scendo.
Devo essere bellissima, stasera.
Matteo tiene i finestrini aperti, tutti e due: facciamo circolare l'aria, senti che profumo, che bellezza. Tutto si pu dire, di questa citt, tranne che a maggio non sia uno spettacolo.
Matteo ha voglia di un po' di musica, che gli faccia compagnia mentre va a incontrare gli amici allo chalet, vicino al mare. Anche se sono pochi metri, gli va proprio un po' di musica.
Guida e cerca un bel Cd, in mezzo a tutti quelli che tiene nel cassettino dell'auto. Questo no, questo  vecchio, questo non  adatto all'aria di maggio. Ecco, questo.
Questo va proprio bene.
Matteo scende, Silvana sale. Matteo devia verso l'interno, sta leggendo l'etichetta del Cd; Silvana devia verso l'interno, i capelli al vento, per evitare una buca.
Matteo e Silvana.
Perch di maggio, sapete, non vi dovete fidare. Nemmeno un po'.

19.

Il pensiero di dover andare al gabinetto interregionale della polizia scientifica non era piacevole, per Lojacono. La precedente esperienza non gli aveva lasciato un bel ricordo: l'ostilit di qualche collega, appena sentita la provenienza sua e di Aragona che lo accompagnava, era stata palpabile.
Il nome del commissariato di Pizzofalcone, per il corpo di polizia della citt, era un marchio d'infamia difficile da cancellare. La botta che aveva dato all'immagine dell'intera struttura era stata forte, e per molto tempo quelli che non perdevano mai l'occasione di parlar male delle forze dell'ordine avevano avuto uno splendido argomento da sbattere sui giornali o nei notiziari. Era quindi ovvio che pure chi, senza colpe, si era trovato a sostituire quanti avevano provocato il casino fosse guardato con fastidio e sospetto.
In quella circostanza, per avere adeguato supporto, Lojacono era stato costretto a far intervenire a muso duro la Piras; non gli piaceva sfruttare l'amicizia col magistrato, ma se era per ottenere risultati sul lavoro metteva da parte gli scrupoli. E le porte si erano spalancate. In ogni caso, l'ispettore riteneva che la dirigente Rosaria Martone fosse una persona seria e preparata, e che la segnalazione fosse servita solo ad arrivare a lei, non a renderla pi malleabile.
Lungo la strada raccont l'episodio ad Alex; erano entrambi contenti di avere un caso di cui occuparsi che li distogliesse dal pensiero del bambino scomparso.
La ragazza ascolt con attenzione, poi disse:
- Certo, questa storia dei Bastardi di Pizzofalcone  una bella scocciatura. Peraltro Ottavia e Giorgio, che c'erano pure allora, non riescono a parlare male di quei quattro colleghi, lo hai notato? Dicono sempre che ognuno di loro, per un motivo o per un altro,  stato quasi costretto a fare questa cosa della droga. Come se si potesse giustificarli. A me fanno schifo e basta.
Lojacono guidava piano, a finestrino aperto, godendosi l'aria della primavera:
- Non lo so. In fondo, se guardi le storie singole, ognuno di noi, in qualche modo,  un po' un bastardo. Io, per esempio, sarei addirittura un colluso con la mafia, pensa te. E Romano: uno che picchia i sospettati. E che a guardarle dal di fuori le cose sembrano diverse. Tutto qui.
- Apprezzo che non hai fatto riferimento al colpo partito nel commissariato da cui vengo. Sei gentile. E forse hai ragione, le cose non sono mai come sembrano, almeno non tutte. Pure 'sto furto in appartamento: quella coppia  strana, e lui non me la conta giusta. Se davvero nella cassaforte c'erano cose senza valore, mi spieghi perch hanno preso solo quelle e perch lui era cos disperato?
- S, quei due sono strani. E magari erano strani pure senza il furto, chiss. Adesso sentiamo che ci dicono i colleghi della scientifica, sperando che la Martone ci riceva e non capitiamo in mano allo stesso stronzo dell'altra volta.
Erano arrivati nella vecchia caserma che faceva da sede alla scientifica. Parcheggiarono in uno dei posti riservati, sfidando lo sguardo dell'uomo al cancello e appoggiando con ostentazione il contrassegno sul cruscotto.
Al solito, il posto trasudava efficienza. Uomini e donne in borghese, in divisa o in camice bianco uscivano ed entravano dalle stanze che davano sull'ampio corridoio, portando documenti, reperti cartellinati e provette; non si vedevano, come invece accadeva in qualsiasi altro ufficio, persone che si intrattenevano in chiacchiere o a prendere il caff, o che ciondolavano con le mani in tasca. L si lavorava, e si lavorava sul serio.
Lojacono and a identificarsi con una collega in piedi dietro un bancone, che verificato il nome in un elenco disse:
- Prego, ispettore, accomodatevi, la dottoressa Martone vi aspetta. L'ultima porta in fondo.
La lezione impartita dalla Piras era servita. Ricevuti direttamente dal primo dirigente.
Lojacono, che conosceva la strada, percorse il corridoio fino alla porta accostata di un ufficio e buss chiedendo permesso. Una voce femminile li invit a entrare.
Alex, in futuro, avrebbe ricordato spesso quel giorno, e ogni volta le sarebbe venuta in mente una frase letta in chiss quale libro: che gli incontri importanti della vita sono sempre imprevisti, e in genere passano inosservati. Da allora in poi avrebbe avuto qualcosa da dire, in proposito.
Nel ricordo, avrebbe visto Lojacono aprire e fare qualche passo all'interno, lo avrebbe visto, di spalle, piegare il capo in un cenno di saluto, e lo avrebbe sentito dire: buongiorno, dottoressa. Poi lo avrebbe visto farsi da parte per consentirle di passare, introducendola: la mia collega, Di Nardo; siamo qui per il furto in casa Parascandolo.
Avrebbe ricordato una stanza ampia, bianca, con una grande finestra che dava sul cortile interno. Avrebbe ricordato di come gli occhi le fossero scivolati sul divano, il tavolino e le due poltrone disposti in un angolo, quasi un piccolo salotto civettuolo che poco c'entrava con la marzialit dell'ambiente. Di quando, terminata la carrellata, i suoi occhi si erano posati sulla persona seduta dietro la grande scrivania, con una penna in mano e un taccuino davanti, e di come il suo cuore avesse accelerato i battiti, confutando l'asserto che non si ha percezione degli incontri davvero importanti nella vita.
Perch Alex Di Nardo seppe subito che Rosaria Martone, primo dirigente del gabinetto interregionale della polizia scientifica, massima autorit del suo settore in un'area che andava da Roma alla Sicilia, sarebbe stata importante per sempre nella sua vita. Anche se non l'avesse rivista mai pi.
Mentre con l'animo in tumulto Alex si bloccava sulla porta, dietro Lojacono, la Martone alz lo sguardo dagli appunti togliendosi le lenti con un gesto aggraziato, che ferm a met quando la vide.
Rosaria era giovane per il suo grado, e ancora pi giovane appariva per i lineamenti sottili, la statura minuta, i folti capelli lisci di un biondo scuro che si intonava alla carnagione abbronzata, frutto della naturale propensione a vivere all'aria aperta. L'aspetto da ragazzina aveva ingannato pi di una persona, che aveva pagato cara quella superficialit: il carattere della dirigente era infatti molto forte, supportato da un'intelligenza acuta e da una propensione al sarcasmo che la rendeva parecchio temuta e non molto amata.
Gli occhi delle due donne si incatenarono. Rosaria, come protendendosi verso Alex, si alz dalla scrivania. Lojacono percep la tensione:
- Vi conoscete?
La Martone si avvicin, curiosa:
- Non di persona, ma di nome s. Non capita tutti i giorni di dover fare una perizia su un colpo d'arma da fuoco sparato nel commissariato del Decumano. Dunque sei tu la ragazza con la pistola.
Alex arross, odiandosi per questo. Per rispose tagliente:
- Possono esserci un sacco di ragioni per sparare, dottoressa. E difficile da capire per chi fa il poliziotto in un laboratorio.
La risposta a tono doveva aver confermato alla Martone un'idea che si era gi fatta. Tese la mano:
- Giusto. Diciamo che ci completiamo, allora. Io sono Rosaria.
- Alessandra Di Nardo, agente assistente.
Lojacono rimase sorpreso da quel tono di confidenza; di solito la dirigente era piuttosto formale.
Rosaria trattenne la mano di Alex per una frazione di secondo di troppo; la ragazza avvert una pelle calda e asciutta, la forza delicata delle dita, e prov un brivido dietro la nuca. Rosaria indic il divano e le poltrone:
- Accomodatevi, prego. Prendo i rapporti. Parascandolo, avete detto, vero? - Sia Lojacono sia Alex fecero scivolare gli occhi sul nervoso e rotondo fondoschiena della Martone, che guizzava sotto il camice. - Il furto strano. L'abbiamo chiamato cos, coi collaboratori che ci hanno lavorato. Davvero curioso.
Lojacono chiese:
- Davvero? E come mai?
La Martone si sedette su una delle poltrone, tenendo in mano un fascio di documenti.
- Dunque. Portone e portineria: nessun segno. E fin qui ci pu stare. Un primo piano. Chiunque scenda a piedi, cosa probabile perch l'ascensore  fuori servizio da un mese e mezzo, come scritto sull'avviso con la data, noterebbe uno o pi sconosciuti armeggiare per entrare. Nessun segno di effrazione. A quanto dichiarato dai Parascandolo, la porta  stata ritrovata aperta: cosa che, in caso di furto con le chiavi e senza scasso, accade di rado.
Alex lottava contro la gola secca. Tossicchi:
- E se avessero avuto le braccia impegnate dalla refurtiva? - S, ma quale refurtiva? Perch la cosa davvero interessante  che il ladro, o i ladri, hanno messo l'appartamento sottosopra, svuotando con cura armadi, credenze, cassettiere e riponendo tutto sul pavimento, eppure, stando all'inventario provvisorio stilato dai due coniugi, non sarebbe stato asportato nulla salvo il contenuto della cassaforte, che  di piccole dimensioni.
Al solito Lojacono era concentrato a modo suo, riproponendo l'immagine del tibetano addormentato. Ma tanto la Martone non distoglieva lo sguardo dal viso di Alex.
- Quindi gli oggetti di valore non sono stati asportati. Come gi era sembrato a noi durante primo sopralluogo.
- Proprio cos. E a quanto mi hanno riferito i colleghi che sono stati sul posto, e a quanto si evince dal rapporto fotografico, la cosa curiosa  che gli armadi e gli altri mobili sono stati svuotati ma non rovistati. Viene da pensare che non stessero cercando qualcosa, ma che in modo maldestro volessero farlo credere. Avrete notato, per esempio, il portafoglio aperto sul comodino: pareva disposto cos solo per far vedere cosa conteneva. Di questi tempi, con le truffe sul web, una serie di carte di credito come quelle vale oro.
Lojacono annu.
- E della cassaforte che ci dice?
- Una Mottura cinquanta per cinquanta, a chiave e combinazione. Una buona cassaforte, non di ultimissimo modello ma solida e ben costruita. Il sistema di ancoraggio  forte, con staffe cementate: difficile da estrarre e da portar via, e infatti l'hanno aperta con l'ossido di acetilene.
- L'ossido di acetilene? - chiese Alex.
- Fiamma ossidrica, - spieg Lojacono. - Ci vuole tempo, con la fiamma ossidrica.
La Martone conferm.
- Proprio cos. Il ladro o i ladri sapevano di poter contare sulla tranquillit necessaria.
- Impronte, tracce organiche?
- Niente di niente. Abbiamo rilevato solo le impronte dei coniugi, della cameriera. Quelle di quest'ultima, peraltro, risalgono tutte a un tempo precedente al furto. Le pi recenti sono della signora.
Le parole della dirigente lasciarono per un attimo il campo a un silenzio pensieroso. Non quadrava nulla, in quella faccenda.
Rosaria riprese:
- Fossi in voi, scaverei nella coppia. Mi pare una di quelle pantomime organizzate per truffare le assicurazioni. Lojacono non era d'accordo:
- Ci avevamo pensato anche noi, ma non sono assicurati. Hanno un impianto d'allarme all'avanguardia che si erano dimenticati di inserire.
La Martone fece una smorfia:
- Ma guarda. Ripeto, io indagherei su quei due. Non vorrei che ci fosse qualcos'altro sotto. Lojacono si alz.
- Grazie, dottoressa. E' stata davvero gentile, e complimenti per la velocit.
Rosaria, si alz a sua volta:
- Grazie a voi. Di Nardo, lasciami il tuo numero -. Alex e Lojacono si guardarono. La Martone precis: - Stiamo facendo altre analisi, forse mander i ragazzi per un ulteriore sopralluogo. Potrei avere qualcosa di urgente da comunicarvi, e lei, ispettore, credo abbia anche altre cose di cui occuparsi, non vorrei disturbarla. E prassi che ci mettiamo in contatto con l'inferiore in grado, in questi casi.
Arrossendo, Alex mormor il proprio numero, che la Martone annot sul fascicolo del furto.
- Grazie. Ti assicuro che ne far l'uso migliore.

20.

Una cameriera di colore, il cui viso tradiva una grande pena, introdusse Romano e Aragona nel salone dove Eva era in attesa. Nessuna faccia di circostanza, nessun saluto particolare; la donna in grembiule e crestina, come si conveniva nel quartiere pi esclusivo della citt, era compresa del momento di dolore che si viveva in casa.
Pur nel rispetto della discrezione e della consegna del silenzio che doveva essere stata ribadita al personale di servizio, gli agenti avevano letto la stessa preoccupazione per la sorte di Dodo anche negli occhi della portinaia e della guardia giurata alla sbarra d'ingresso del parco. Le brutte notizie si spargono come un cattivo odore, e non vanno pi via.
L'appartamento della famiglia Borrelli ex Cerchia si trovava in una zona di difficile accesso. Dalla strada si entrava in un cancello stretto, poi un viale immerso nel verde si inerpicava fino a met collina, sboccando in uno spazio fiancheggiato da alti pini marittimi sul quale affacciavano tre palazzine, ognuna di tre piani: al secondo di quella centrale c'era la casa di Dodo.
I due poliziotti avevano percorso il tragitto senza parlare.
La visita alla scuola non aveva aggiunto niente al poco che sapevano. Una sempre pi acida suor Angela e una sempre pi afflitta suor Beatrice li avevano condotti in giro per l'edificio, una civettuola palazzina residenziale degli anni Sessanta ristrutturata di recente, con cortile, palestra e refettorio. La scolaresca, circa duecento bambini tra i cinque e i dieci anni, pareva disciplinata e sotto il pieno controllo delle insegnanti: una normale scuola privata per ricchi in un quartiere ricco, aveva chiosato acido Aragona all'orecchio del collega. I rapporti dei ragazzi con l'esterno erano regolamentati in modo rigido. Gli allievi che non venivano accompagnati a casa col bus dell'istituto attendevano in una sala che i genitori o gli autisti venissero a prenderli, sorvegliati da una suora portinaia vigile e nerboruta. In effetti, si era detto Romano, se qualcuno aveva in mente di rapire uno dei ragazzini, non era certo quello il posto adatto. Meglio attendere un'occasione, come la visita a un museo.
Avevano interrogato le insegnanti delle altre classi, la bidella, il personale: nessuno ricordava che Dodo avesse contatti con qualcuno che non fosse della famiglia, e pi in generale nessuno aveva notato qualcosa di insolito nel suo comportamento. Suor Beatrice aveva riferito di alcuni atteggiamenti infantili, come l'abitudine di portare a scuola qualche giocattolo, in modo particolare pupazzi dei fumetti di cui era appassionato. Ma per il resto Dodo era un normale bambino di dieci anni.
Pur nella cornice di una latente ostilit, la stessa suor Angela cominciava a esprimere una certa preoccupazione per la perdurante assenza di notizie; Romano aveva rilevato che le tremavano mani, e a volte non riusciva a sostenere lo sguardo. Sarebbe stato un problema serio per la scuola, se si fosse sparsa la voce della scomparsa di uno degli alunni. La stessa presenza dei due poliziotti nell'edificio la imbarazzava e la infastidiva, ed era stato con palpabile sollievo che li aveva riaccompagnati all'auto. La preghiera con cui si era rivolta loro in un sussurro, salutandoli, non era stata di tenerla aggiornata sulla sorte di Dodo, ma di mantenere l'assoluta discrezione su quanto avvenuto.
Al che Aragona non aveva resistito alla tentazione di metterle un po' d'angoscia:
- Per quanto possibile, suora. Per quanto possibile.
Ben diverso era il clima nel salotto di casa Borrelli. La metamorfosi di Eva si era ormai completata, e la donna sicura e infastidita conosciuta al museo il giorno prima si era trasformata in una madre straziata dal dolore. Pareva invecchiata di colpo; gli occhi gonfi e il volto segnato testimoniavano di una notte di veglia, in attesa di una qualsiasi notizia che lenisse la sua immensa angoscia. And loro incontro, stringendo un fazzoletto.
- Avete trovato qualcosa, qualche indizio? Siete stati a scuola, vero? Vi hanno detto niente, le suore? Maledette, quando questa storia si concluder gli far vedere i sorci verdi, ve lo assicuro. Lo faccio chiudere, quel posto di merda. Una pensa che il figlio sia al sicuro, e guardate che succede, maledette incapaci, con tutti i soldi che rubano ogni mese alla faccia del voto di povert.
Romano non aveva buone notizie:
- Purtroppo no, signora. A scuola non  emerso niente. Il bambino era tranquillo, non dava segnali di inquietudine o di irrequietezza. Nessuno ha notato niente. Voi qui avete novit?
Eva ebbe un moto di sconforto:
- No, ovviamente no. Vi avrei chiamato subito. E, come ho detto al commissario, nessuna delle mie amiche, o delle mamme dei compagni di Dodo, lo ha visto nella giornata di ieri. Non vi dico la fatica che ho fatto a tenere la conversazione, come se non fosse successo niente.
Aragona si era avvicinato alla grande vetrata che sostituiva una delle pareti e offriva una vista incredibile del golfo; in lontananza, netta e splendida nell'aria limpida della primavera, la sagoma dell'isola si stagliava nell'azzurro.

Il poliziotto disse, senza voltarsi:
- Mamma mia. Mai visto, un panorama cos. Se abiti qui non ti viene voglia di andare in vacanza da qualche parte. Romano sospir: il collega era davvero incorreggibile. Eva sibil, inviperita:
- Ma le pare il momento per una considerazione del genere? Si concentri piuttosto su mio figlio, e cerchi di scoprire dov'!
Aragona la guard:
- Cara signora, proprio di suo figlio mi sto occupando, invece, e per inciso, se lo avesse fatto di pi lei, ora non ce ne sarebbe bisogno. La mia considerazione inopportuna nasce dalla riflessione che se io volessi molti soldi per restituire un bambino, prenderei quello di una famiglia che abita in un posto come questo. Mi dica una cosa: lei ha molti soldi? Lei personalmente, intendo.
Il discorso del giovane agente provoc un gelo immediato. Romano era avvilito: la domanda aveva un senso, ma non era il modo giusto di porla. Eva rimase a bocca aperta, raggelata. Poi esplose:
- Vada subito fuori da casa mia e non si faccia vedere mai pi. Io ho amicizie a livelli molto pi elevati di quanto lei immagini, posso farla cacciare dalla polizia nell'arco di un respiro.
Aragona non parve impressionato. Si produsse nel famoso gesto del togliersi gli occhiali:
- Faccia come crede. Ma mi ascolti: anche se con modi pi urbani, chiunque mi sostituisse le chiederebbe la stessa cosa, solo sprecando molto pi tempo, e il tempo non  mai stato cos prezioso. Dobbiamo essere pronti quando ci sar da muoversi, e non vogliamo perdere ore fondamentali in direzioni sbagliate. Quindi glielo chiedo un'altra volta, e per carit si senta libera di non rispondermi, cacciarmi di casa o farmi espellere dal paese: i soldi li ha lei? E se no, chi ce li ha?
Suo malgrado, Romano ammise di essere divertito dalla pertinacia di Aragona. Eva si lasci cadere sulla poltrona, poi disse:
- Continuo a ritenere offensive le sue maniere, agente. E continuo ad avere una gran voglia di sbatterla fuori di qui a calci nel sedere. Ma perch non si possa dire che io intenda essere di intralcio alle vostre indagini, le risponder. No, io i soldi non li ho, e nemmeno Manuel, il mio compagno, che in questo momento  andato da mio padre a dargli la notizia, perch noi non ci parliamo. La casa  di mio padre, i soldi con cui viviamo ce li passa lui, e in parte il padre di Dodo. Loro s, sono ricchissimi. Mio padre ha costruito questa citt negli anni Sessanta e Settanta. Il mio ex marito  un industriale del Nord. Va bene, cos? Soddisfatto?
Aragona si rimise gli occhiali.
- Ci non toglie che vivere in un posto cos vi fa sembrare ricchissimi. Quanto vale questa casa, due milioni? Tre? Solo di condominio e servit, in un mese coster quello che una famiglia media guadagna in sei.
- Senta, agente, ma lei  qui per ritrovare il mio bambino o a fare l'ispettore delle tasse?
Romano intervenne in aiuto del collega:
- Signora, noi dobbiamo cercare di capire che cosa  successo e, se possibile, anticipare le mosse di chi ha preso il bambino. Anche se in un modo forse un po' troppo diretto, l'agente Aragona sta solo cercando di raccogliere informazioni utili. A proposito, ha visto il padre di Dodo?
La donna si pass una mano sugli occhi.
- S,  venuto qui un paio d'ore fa. Non  stato facile. Ma per fortuna, se non altro, non ha ricominciato con la solita storia delle mie numerose inadeguatezze. E' straziato dalla preoccupazione, come me del resto. Ora  tornato a casa sua, ad aspettare notizie. Abita qui vicino.
Romano annu, sollevato che Cerchia si fosse mantenuto calmo. Sapeva bene quanto fosse difficile non perdere le staffe, sotto stress.
- E il signor Scarano  andato a informare suo padre. Come mai non lo ha chiamato lei? Ha detto che non vi parlate, ma in una circostanza come questa...
- Vede, agente, mio padre  una persona... particolare. Tende a diventare davvero insopportabile; forse abbiamo caratteri troppo simili per andare d'accordo. Quando c'era mia madre, lei faceva da cuscinetto, ora siamo chiusi ognuno nel proprio castello e non riusciamo a comunicare. Non gli va mai bene niente di quello che faccio, nessuna delle mie scelte. Non poteva sopportare Alberto e non ne faceva mistero, adesso non sopporta Manuel, che per fortuna ha un buon carattere:  un uomo troppo intelligente per dare corda a mio padre.
Aragona si stup:
- E lo ha mandato da lui per dargli la notizia?
- Qualcuno doveva farlo. Con me saremmo finiti alla Terza guerra mondiale, e non sono in condizioni di sopportare una tirata sui mancati doveri di madre. Manuel si prender la scarica di insulti senza reagire, come sempre. Ha un equilibrio interiore che lo salva in ogni circostanza.
Romano disse:
- In ogni caso dovremo parlarci anche noi, se non ci saranno altre novit.
Come in risposta alle sue parole, il telefono squill.


21.

Contemplando soddisfatta i fascicoli sulla scrivania ingombra di carte, il sostituto procuratore Laura Piras si congratul con s stessa. Era stata tempestiva nel disporre il controllo telefonico di tutte le utenze che risalivano alle famiglie Cerchia e Borrelli. Sarebbe stato utile.
Avrebbe dovuto aspettare, in teoria, che il rapimento fosse accertato - intercettare le comunicazioni di privati cittadini senza evidente necessit rappresentava un'invasione della sfera privata e un pesante costo per la collettivit - ma la faccia di quel bambino, nell'istante in cui si era girato verso la telecamera, le aveva procurato un misto di sensazioni alle quali non era preparata.
Si alz dalla sedia per affacciarsi alla finestra. Dieci piani sotto di lei si estendeva per mezzo chilometro il patetico tentativo della citt di dotarsi di un moderno centro direzionale, abortito vent'anni prima in una serie di grattacieli, viali e aiuole rimasti un corpo estraneo, privo di collegamenti ferroviari, strutturali e culturali col resto del quartiere. Il posto ideale per coltivare diffidenza e tenersi a distanza dalle passioni ispirate dalla bellezza. Nonch, pens Laura, per evitare di essere troppo contemplativi e darci dentro col lavoro.
Non aveva mai avvertito forte l'istanza della maternit. Nemmeno quando con Carlo, il primo e unico fidanzato, scomparso in un incidente d'auto, parlavano di convivenza e di una vita insieme, aveva mai pensato in modo serio a deifigli. C'erano tante cose: il trasferimento dalla Sardegna, la carriera, il mondo da cambiare. Non voleva distrazioni, allora.
Per l'immagine di Dodo, il suo viso privo di espressione mentre andava incontro a chiss quale sorte, l'aveva smossa nel profondo. Provava un senso acuto, fisico, di mancanza; come se avesse fame di qualcosa, ma non sapesse cosa.
La mente, guidata dalle emozioni prima che dalle consapevolezze, and a Lojacono. L'uomo che le aveva risvegliato i sensi, quando ormai credeva che non sarebbe pi successo.
Aveva avuto qualche storia di letto; era una donna sensuale, con una fisicit che attirava l'attenzione degli uomini. Ma erano state relazioni sporadiche e momentanee, che mai aveva desiderato proseguire o consolidare.
Stavolta, invece, si riscopriva a sognare, di tanto in tanto, una vita non solitaria. Non erano veri e propri pensieri, per la verit: pi che altro quadri, scene che immaginava. Una tavola domenicale. Una gita in montagna. Una giornata sulla spiaggia.
Che brutto avere un orologio biologico in corpo. E poi, se anche fosse riuscita a superare le innumerevoli remore verso la vita di coppia, conquistare quell'uomo poteva rivelarsi difficile.
Era sicura di piacergli, nessun dubbio in proposito: ne leggeva gli sguardi, ne interpretava il tono di voce. E se quella sera in cui lo aveva accompagnato a casa, dopo che avevano risolto il delitto della moglie del notaio, non ci fosse stato qualcuno ad attenderlo nell'androne del palazzo, sarebbe accaduto qualcosa che avrebbe messo il loro rapporto sulla strada giusta.
Ma nell'androne del palazzo, appunto, c'era qualcuno ad attenderlo.
La figlia, Marinella. Era solo una ragazzina, ma era bastato incrociarne lo sguardo per intendersi a volo. Le donne, riflett Laura, certe cose le capiscono. Sapeva quanto la ragazza contasse per Lojacono, aveva ascoltato le sue confidenze nel lungo periodo in cui ne era stato separato. Se voleva quell'uomo, avrebbe dovuto superare il muro che, ne era certa, Marinella avrebbe tentato di alzare fra loro. Non occorreva la sua mente deduttiva per accorgersi di come, nel tempo che era intercorso da quel giorno sotto la pioggia, Giuseppe non avesse pi cercato di incontrarla al di l delle occasioni professionali e fosse stato molto evasivo sul proprio tempo libero.
Anche se si sentivano quasi quotidianamente, a volte con scuse assurde. In fondo lei era il suo referente in procura, era normale che mantenessero un rapporto. E poi il successo dell'avventura nel ricostituito commissariato di Pizzofalcone era decisivo per il futuro della carriera di Lojacono.
Sciocchezze. Le piaceva e lo voleva. E lui voleva lei. La ragazzina avrebbe dovuto farsene una ragione. Ma doveva pur rientrare a casa dalla mammina, prima o poi, no?
Un tocco leggero alla porta.
- S?
Si affacci l'assistente, una ragazzina laureata da poco con l'aria compita e perennemente terrorizzata:
- Dottoressa, la sala ascolto comunica che ha una telefonata interessante sull'utenza Borrelli. Che fa, va a sentire o gliela faccio inviare in file elettronico?
Laura era gi in movimento verso la porta:
- Mandalo via email al commissariato di Pizzofalcone, sulla posta del dirigente Palma, intanto chiamalo e digli di aspettarmi. Io vado l, la sentir con loro.
Arriv mentre Romano e Aragona rientravano da casa Borrelli. L'agente pi giovane pareva felice come un bambino a Natale:
- Dottore', avete visto? Hanno chiamato, ci siamo,  un rapimento.
Laura, salendo le scale, gli lanci un'occhiataccia:
- Aragona, io sono davvero incerta: sei pazzo o sei solo fesso? A volte mi sembra una cosa, a volte un'altra: E a ogni modo non vedo niente di cui essere contenti.
Aragona, arrancando sui gradini, mise su la sua espressione pi avvilita:
- Dottore', voi mi mortificate sempre. Non sono contento, come potete pensarlo? Dicevo solo che adesso la situazione  chiara e si pu cominciare a lavorare sul serio.
Laura spalanc la porta della sala agenti, salutando con un cenno Palma che l'aspettava, pronto a far partire la registrazione.
C'erano tutti, lo spettacolo poteva avere inizio.

22.

Le casse del computer di Ottavia sparsero per la sala agenti un rumore di elettricit statica.
Stavolta non c'era niente da vedere, ma Palma si era messo lo stesso vicino alla collega, di fronte al monitor. Laura era seduta al posto di Lojacono, e l'ispettore era appoggiato al muro dietro di lei, le braccia conserte e la faccia priva di espressione. Pisanelli si era tolto gli occhiali da lettura; sembrava concentratissimo, neanche dovesse ascoltare una sinfonia. Alex faceva scrocchiare le dita a una a una, con apparente calma. Aragona e Romano erano rimasti sulla porta, come se fossero pronti a scattare all'inseguimento di qualcuno.
Il rumore di fondo fu interrotto dalla domestica di Eva:
"Pronto, casa Borrelli".
Silenzio. Poi una voce di uomo, profonda e roca:
"Signora, prego".
Tono secco, preciso. Accento straniero subito riconoscibile. Aragona si tolse gli occhiali; nessun altro si mosse.
Dopo qualche secondo, ecco Eva:
" S, pronto, sono la signora Borrelli. Chi parla? "
Ogni sua parola vibrava di emozione e preoccupazione. Si ud un fruscio, ben distinguibile. Poi di nuovo l'uomo dall'accento straniero:
"Tuo figlio  con noi. Non avere paura, se tutto andr come deve andare non gli succeder niente. Ora sta bene,  al sicuro. Aspetta un'altra telefonata".

Frasi brevi, secche, sparate come proiettili. Eva disse, a un volume pi alto:
"Ma chi siete? Dov' Dodo? Che gli avete fatto?"
Il rumore di elettricit statica cess. La conversazione era diventata un monologo in cui Eva continuava a ripetere, sempre pi disperata: " Pronto? Pronto? " Per poi scoppiare, a telefono aperto e registrazione in corso, in un pianto disperato.
Si sent ancora la voce di Romano che chiedeva:
" Erano loro? "
Ottavia disse, con voce lugubre:
- Quarantadue secondi in tutto. Dall'inizio a quando viene chiusa la comunicazione.
Nessuno aveva voglia di parlare. Insieme all'aria della primavera, dalla finestra entr il suono di un clacson seguito da un insulto.
Romano spezz l'imbarazzo generale:
- Avete sentito, c'eravamo anche noi. Speravo che il telefono fosse gi sotto controllo, perch poi la Borrelli non  stata in grado di dirci niente:  quasi svenuta, non dorme da trenta ore ormai.
Aragona si rimise gli occhiali e asser, con aria soddisfatta:
- E uno straniero,  chiaro. L'avete sentito l'accento, no? Sar un rom, o qualcuno del genere. Almeno abbiamo una base, anche se io l'ho pensato subito che doveva essere quella gentaglia.
Alex gli scocc uno sguardo duro:
- E gi, perch quando succede qualcosa si sa sempre con chi prendersela, no? Basta cercare nei soliti posti e trovare la solita gente. Dio, quanto sei prevedibile, Aragona.
Il collega cerc solidariet intorno:
- Be', l'avete sentito anche voi, no? Non l'avete sentito, che  uno straniero?
Palma agit una mano a mezz'aria:
- Non  il momento di fare della sociologia, adesso. Si, anche a me l'accento pareva quello di uno straniero, ma non significa niente. A parte che un accento si pu imitare, magari hanno fatto fare la telefonata a qualcuno preso per strada, o addirittura si tratta di una registrazione, chi pu dirlo?
Pisanelli, che si era steso all'indietro sullo schienale della sedia come se avesse voluto riposare, disse:
- Non credo sia una registrazione. Era troppo preciso nei tempi di risposta alla domestica e alla signora, e la voce  sempre stata la stessa, dall'inizio alla fine. No, non era una registrazione.
Laura annui:
- Lo penso anch'io, e penso pure che sia uno straniero. Uno slavo, cos a orecchio, ma chieder una perizia. Piuttosto, avete avuto anche voi l'impressione che stesse leggendo?
Lojacono, in piedi alle sue spalle, rispose:
- S. Si  sentito il rumore del foglio che veniva spiegato, e il tono lento e piatto della lettura.
Romano aggiunse:
- In pi, quando ha risposto alla cameriera ha detto: " Signora, prego", senza l'articolo, poi ha parlato fin troppo correttamente. Leggeva, sicuro.
Aragona si sistem il ciuffo:
- Lei era sconvolta. E non recitava, ve lo posso assicurare. Era sconvolta e terrorizzata.
Palma guardava nel vuoto:
- E stata una chiamata interlocutoria, per creare attesa e paura. Fanno cos, in genere. Adesso abbiamo la certezza che si tratta di un rapimento, con ogni probabilit a scopo di estorsione, e dobbiamo aspettarci un'altra chiamata con una richiesta di riscatto.

Ottavia continuava a fissare il computer, quasi si aspettasse che avrebbero ripreso a parlare:
- Per la famiglia comincia il momento peggiore. Ora sanno che il bambino  in mani estranee, che in qualsiasi momento potrebbero fargli del male. Ogni minuto sar eterno.
La Piras si alz, come per scrollarsi di dosso l'angoscia.
- Abbiamo tutti da fare, credo. Io mi attivo per il blocco dei beni: padre, madre e nonno. A proposito, credo sia il momento di farsi una passeggiata dal vecchio Borrelli.
Lojacono, ancora fermo nella posizione che aveva assunto all'inizio dell'ascolto, intervenne:
- Io indagherei pure sui personaggi collaterali della storia, come la cameriera e il fidanzato della madre: hanno preso il bambino nell'unico momento in cui potevano, mi pare eccessivo come colpo di fortuna. Secondo me  plausibile che ne conoscessero per filo e per segno i movimenti.
Alex mormor:
- C' anche l'altra questione.
- Quale? - domand Aragona.
- Se l'uomo ha letto, bisogna capire chi  che ha scritto il messaggio. E perch.
Il tono della voce della Di Nardo era appena udibile, ma le sue parole ebbero l'effetto di uno sparo. La sala agenti fu attraversata da una scarica elettrica di determinazione. Romano assent, deciso:
- Diamoci da fare, allora. Il conto alla rovescia  cominciato, credo.
Ottavia disse:
- Bisogna pure informare il padre, o almeno assicurarsi che lo faccia la Borrelli. E' necessario accertarsi che superino i loro contrasti: non possiamo correre il rischio che qualche informazione preziosa sfugga solo perch quei due non si parlano.
- Vero, - ammise Palma, - magari il padre lo chiamo io. Romano e Aragona vanno dal vecchio Borrelli. Tu, Giorgio, fai qualche telefonata ai tuoi amici delle banche, vedi se riesci a sapere quali sono le reali condizioni economiche della Borrelli e del fidanzato, quel, come si chiama... Manuel Scarano. Ottavia, tu ti occuperai del collegamento e integrerai il lavoro di Pisanelli con le ricerche sul web. Di Nardo e Lojacono, se vi liberate dal caso del furto in appartamento, magari ci date una mano.
Laura apprezz che il commissario si mettesse in moto in prima persona e affidasse a ognuno un compito. Un comportamento fattivo, che favoriva il lavoro di gruppo e nello stesso tempo poteva dare un'accelerata alle indagini. Cos avrebbe fatto anche lei, per quanto le competeva. Perch adesso era cambiato tutto, rispetto a un'ora prima.
Adesso era un rapimento.

23.

Si aggira per la casa come un leone in gabbia.
Che poi, chiamarla casa,  esagerato.
Certo,  bella. Ha una vista splendida sull'azzurro in ogni sua gradazione, mare, cielo, profilo dell'isola e della penisola in lontananza; ma una casa  una casa quando ci si vive. Non solo se ha il parquet e tutte le comodit.
Alberto non riesce a leggere, a sentire musica, a fare zapping. Ci ha provato, ma proprio non ci riesce.
Dodo.
Gli viene in mente ogni attimo, come una colonna sonora, come un rumore di fondo, come lo sfondo di un dipinto. Gli viene in mente a tradimento, durante quel sonno agitato e confuso al quale  riuscito ad approdare solo nelle prime ore del mattino, mentre l'alba dissipava una notte che sembrava eterna.
Il suo bambino.
Torna nella cameretta che ha allestito per lui, in quel freddo appartamento dove torna ogni quindici giorni, che non riesce a rendere meno anonimo, che sente estraneo quanto un albergo. Anche la camera di Dodo  anonima. Il letto, quasi mai usato perch quando si vedono lui dorme col pap, ci mancherebbe altro. Lo scrittoio, al quale Dodo non si siede perch i compiti li fanno di l, sul tavolo del soggiorno. La libreria coi giocattoli nuovi, perch quelli ai quali Dodo  davvero affezionato stanno di l.
Di l. Nell'altra casa. Quella si, era una casa.
Non per merito di lei, sia chiaro, che della casa non se n' mai fregata niente. Ma in quel posto lui e Dodo stavano insieme.
Va al balcone, si affaccia a fumare e a pensare. La citt scorre lontana, col fiume di macchine sul lungomare visibile ma silenzioso, a quella distanza. Una citt che gli  sempre stata estranea, col suo caos incomprensibile, con le sue follie improvvise, col suo incessante rumore.
Ma anche l'unico posto in cui aveva avuto l'illusione di essere felice.
Il suo bambino.
Un milione di istantanee, vacanze al mare e in montagna, primi giorni di scuola, gli occhi adoranti su di lui: io sono il tuo gigante, tu sei il mio piccolo re.
Si passa una mano sugli occhi annebbiati dal dolore e dalla stanchezza. Un gigante inutile. Non  riuscito a impedire che qualcuno facesse del male al suo piccolo re.
Ma risolver tutto, piccolo mio, mormora alla citt che scorre indifferente. Risolver tutto, e dimenticheremo questo momento in fretta. Staremo insieme per sempre, non ti lascer mai pi. Perch lo sappiamo, tu e io, che dobbiamo stare insieme. Un principio semplice: tu sei mio figlio, e una volta libero starai con me.
Guarda in direzione della casa in cui lei vive col suo fidanzato, quel coglione, quell'essere inutile. E pi su, dove se ne sta rintanato il vecchio figlio di puttana. Hai visto, vecchio, che esseri inutili tua figlia e il suo amante? Hai visto, che non sono riusciti nemmeno a impedire che qualcuno prendesse tuo nipote, mio figlio, mentre tu te ne stavi bloccato sulla tua maledetta sedia a rotelle? Bravi, vero?
Accende un'altra sigaretta, accorgendosi appena del tremore delle mani. Ancora non capisce come ha fatto a non prenderli per il collo tutti e due, quando la sera prima  andato a chiedere conto di quello che era successo. Ricorda la faccia di lei, coperta di lacrime e sofferente, che gli racconta il niente che sa. Piangi, adesso, troia?, le avrebbe detto volentieri. Che cosa piangi, ora che il mio bambino  in mano d'altri? E lui, quella compunta faccia di cazzo, in piedi alle sue spalle come un maggiordomo a fare di s con la testa. Se gli avesse detto "bu" avrebbe tirato un urlo e si sarebbe rifugiato dietro il divano. Vigliacco.
Ma aveva promesso ai poliziotti che sarebbe stato calmo, ed  stato calmo.
Quei poliziotti scalcinati. Non troverebbero il proprio naso nella nebbia.
Quante risate si fanno, con Dodo, quando parlano di lui, di Manuel. Il pecorone, lo chiamano, con quei capelli che sembrano lana e la sua completa assenza di coraggio. Non  come te, pap, dice Dodo. Tu sei forte, come Batman. Lui invece non pu fare nemmeno il nemico di Batman, perch anche per far quello ci vuole coraggio.
Ti libero, Dodo, dice alla citt. Lo dice a voce alta, e un piccione spaventato si mette in volo in un frullare di ali, atterrando su un altro balcone a dieci metri. Ti libero presto, prestissimo. E quando sarai libero ce ne andremo in vacanza, da soli, in un posto bellissimo, il pi bello che c'.
Perch se  vero che io sono il tuo gigante inutile,  anche vero che torner a essere il tuo gigante coraggioso. Vedrai.
Squilla il cellulare. E il cuore gli balza in gola.

24.

- S, pronto.
- Sono io. Fatto chiamata. - Lo so. Come va l?
- Sta bene. Mangia poco, per non piange. - E che fa?
- Parla. A bassa voce, come preghiera. Io sento parla. - Parla? E con chi parla?
- Credo giocattolo. Ha giocattolo, piccolo pupazzo. Credo parla con lui.
- Ah, s, lascialo fare.
- Mi d poco di fastidio, sembra prega. Io batto pugno e lui zitto.
- No, ti dico: lascialo fare. Deve pur fare qualcosa, no? Ordinagli di mangiare, invece. Non deve dimagrire, n avere problemi. Noi non gli dobbiamo fare niente di male, ricorda.
- S, ma io devo fare paura. Se io non faccio paura, lui chiama aiuto o prova lui scappa.
- S, certo. Ma sempre senza toccarlo. Non deve riportare danni, nessun segno. Mi raccomando.
- Tu non preoccupa. Adesso?
- Adesso lo sai, ti ho scritto tutto con assoluta precisione.
Devi aspettare l'ora che vi ho detto e fare l'altra chiamata. Il foglio ce l'hai, vero?
- S, io ce l'ha.
- Controlla, per favore.
- Io ce l'ha, cazzo! Se dico ce l'ha, ce l'ha!
- Senti, ascoltami bene: non osare mai pi rivolgerti a me in questa maniera. Mai pi, chiaro? Ricordati che tu sei solo uno stupidissimo animale, che non servi a niente, e che hai avuto un colpo di fortuna che non si ripeter mai pi. Hai capito, animale?
-Io... scusa, tu ragione, io...
- S, ho ragione. Ho tanto ragione che, se mi gira, ti faccio sbattere in galera, a te e alla tua puttana. Non hai niente per coinvolgermi, mentre io posso dimostrare che avete fatto tutto voi da soli, capito? Sono io che ho in pugno voi, non viceversa.
- Scusa, tu ragione, cazzo, io sbagliato. Tu non preoccupa, io faccio come d'accordo.
- Ecco, bravo. Comportati da animale ammaestrato. Devi fare poche cose, ma non devi sbagliarle. Allora, continua.
- Io fa altra chiamata, stanotte. E dico cose scritte su foglio. Oggi va Lena da lui, ci parla, dice che lei paura di me. Poi domani ci sentiamo, e da allora ogni sei ore.
- Bravo. Bravo il mio animale ammaestrato.
- Io non piace quando dici animale. Io non animale.
- No, eh? E va bene, non te lo dico pi. Ma tu non sbagliare. - Io non sbaglia. Tu per ricorda: tutti i soldi promessi, e anche due biglietti aereo per America.
- O nave, se l'aereo  troppo pericoloso. Cos siamo d'accordo. - S, o nave. Ma io preferisce aereo, pi veloce. Ok?
- Ecco, adesso parli pure come un americano. Vedremo, in ogni caso s, partirete, tu e lei. E' anche interesse mio che vi leviate di torno. Tu pensa a far andare tutto liscio, e che lui non abbia nessun problema.
- No, lui nessun problema. E quando va Lena, lei convince a mangiare. Lui sta bene, niente topi l dentro, io controllato, niente freddo di notte, io dato anche coperta. Poi lui ha suo pupazzo, no?
- S. Almeno ha il suo pupazzo. Tu lascialo giocare. Ti ha visto, no?
- S, lui visto. Lui paura di me, io urla, io sbatte pugno, io
fatto faccia molto brutta.
- Non sar stato un grande sforzo.
- Tu scherza. Ma non dura molto, eh? Tu promesso. - No. Non durer molto, se nessuno sbaglia. - Noi non sbaglia. Ma ricorda che tu promesso.
- Me lo ricordo. E voi ricordate che a lui non deve succedere niente.
- No, nessuno tocca lui.
- Bravo. Che nessuno lo tocchi.

25.

Romano e Aragona avevano chiamato il padre di Dodo chiedendogli di raggiungerli a casa di Eva. Adesso che, purtroppo, la situazione era chiara, volevano accordarsi su cosa fare nelle diverse eventualit che potevano proporsi.
Quando giunsero alla palazzina trovarono Alberto Cerchia che li attendeva davanti al portone.
- Scusate, ho preferito aspettarvi per salire. Non mi sento ancora in grado di... insomma, preferisco che ci andiamo insieme, se non vi dispiace. Ci sono novit?
Romano rispose:
- Ha parlato col commissario, credo.
- S, mi ha detto della telefonata. Quando posso ascoltare la registrazione?
Aragona brand il telefonino:
- Me la sono fatta mettere qui. Ma prima vediamo anche la signora.
Eva li accolse sulla porta. Sembrava messa ancora peggio della mattina. Indirizz un tiepido saluto all'ex marito, poi si rivolse ai poliziotti:
- Entrate, prego.
Nel salone, seduto su una poltrona, c'era Manuel. Alberto ebbe un moto di fastidio:
- Ma deve esserci per forza anche lui? Non sono questioni che lo riguardano, mi pare.
Eva lo rintuzz, gelida:
- E' casa mia e decido io. Ti ricordo che Manuel passa molto pi tempo di te con Dodo, quindi credo che la sua presenza sia utile.
Intervenne Scarano:
- Non voglio creare, tensioni, Eva. Se tu credi che sia meglio, posso aspettarti di l. Mi sono bastati gli insulti di tuo padre, per oggi.
- Ho detto che voglio che tu stia qui, Manuel. E basta.
Il tono perentorio della donna chiudeva il discorso.
Aragona fece partire la registrazione; tutti ascoltarono in silenzio. Eva scosse il capo:
- Non ricordo niente, come se fosse stata un'altra a parlare con questo delinquente. Dio mio. Non ricordo niente.
Romano disse:
- E normale, signora. Lei  molto stanca e sta vivendo una forte tensione emotiva. Ma devo chiederle, e lo chiedo a tutti voi, se avete l'impressione di riconoscere questa voce.
Alberto e Manuel, quasi all'unisono, fecero segno di no. Eva disse:
- No, ne sono sicura. Adesso che lo risento, mi pare che abbia un accento straniero.
- S, anche noi abbiamo avuto la stessa impressione, signora. E chiaramente seguiremo la pista. Quello che ci preme, in questa fase...
Alberto schizz in piedi, il viso contorto dall'ira:
- In questa fase? Perch, in una situazione come questa ci sono delle fasi? Ma che cazzo dite? E mio figlio che  stato rapito, capite? Mio figlio!
Romano e Aragona rimasero sorpresi dalla reazione di Cerchia.
- Non volevo certo dare l'idea che prendiamo la cosa sottogamba, dottore. Stiamo cercando di raccogliere ogni elemento possibile per...
- E siamo noi a dovervi fornire gli elementi? Ma ha visto la madre in che stato ? Noi siamo qui, con nostro figlio che  scomparso da quasi due giorni, e voi ci parlate di elementi? Ma lo sapete fare questo vostro cazzo di mestiere?
Aragona colse un gesto del collega che lo preoccup: aveva aperto e chiuso il pugno. Poi vide che infilava la mano destra nella tasca dei pantaloni aspettando un momento prima di rispondere:
- Dottore, capisco che lei sia sottosopra. Ma mi creda, sappiamo fare il nostro mestiere e ci stiamo muovendo secondo le procedure.
Gli occhi spalancati e arrossati, la bocca atteggiata in una smorfia ironica e l'espressione sconvolta dicevano tutto dello stato d'animo di Cerchia.
- Ah, le procedure. Come se si trattasse di concedere un passaporto. Come se fosse una pratica della vostra stronzissima burocrazia, un foglio da compilare. Lo sa, agente, che cosa se ne pu fare delle procedure? Pu mettersele...
Aragona vide i muscoli del braccio di Romano contrarsi. Balz in avanti, frapponendosi tra il collega e il padre di Dodo.
- La finisce di rompere i coglioni? Siamo qui per cercare di abbreviare la sofferenza di suo figlio e la vostra, e lei si mette a urlare come un idiota. Se vuole ce ne andiamo e vi lasciamo soli a sbrigarvela, cos vediamo come ve la cavate. Quando  troppo  troppo, cazzo.
La reazione del piccolo poliziotto abbronzato colse tutti in contropiede. Cerchia boccheggi un paio di volte, come annaspando per mancanza d'aria. Aragona, vedendo che il volto del collega si rilassava, tir un sospiro di sollievo. Romano inspir ed espir, poi disse:
- Adesso calmiamoci tutti, per favore. Cos facciamo il gioco dei rapitori. Dobbiamo rimanere lucidi. Il collega Aragona e io stiamo lavorando senza sosta sul caso col supporto di tutti gli agenti del commissariato e del magistrato incaricato. Di questo potete stare certi. Devo avvertirvi che tutte le vostre utenze telefoniche sono state poste sotto controllo, e che nelle prossime ore, come vuole la legge, verranno temporaneamente bloccati i vostri rapporti bancari.
Cerchia balbett:
- Ma... ma come? Io ci lavoro, con i conti correnti. Ho fornitori da pagare, stipendi...
Aragona sbuff:
- Come ha sottolineato lei prima, dotto', la situazione  grave. E se  grave, deve essere fronteggiata. Vorr dire che per qualche giorno i fornitori aspetteranno. Per i movimenti davvero urgenti potete sempre sentire il magistrato, la dottoressa Piras, che ha il potere di autorizzarli. Bancomat e carte di credito continuano a funzionare, quindi per la sussistenza non ci sono problemi.
Con la voce spezzata, Eva chiese:
- Voi credete che a breve arriver una richiesta di... che vorranno dei soldi per liberare Dodo? E che succede, se non paghiamo? Perch se ci bloccate i conti...
Manuel le parl con voce dolce:
- Non preoccuparti, tesoro. Dodo torner a casa, e presto. Te lo prometto.
Cerchia comment velenoso:
- Tu prometti? E cosa prometti, che non hai un centesimo di tuo e mangi sulle spalle di questa famiglia da anni? O magari lo liberi tu, Dodo, con il tuo genio e i tuoi muscoli?
Scarano lo fiss ironico:
- E gi, perch invece tu eri qui con lui per impedire che lo prendessero, eh? Il forte e coraggioso paparino che sta a mille chilometri di distanza. Nemmeno te lo ricordi, tuo figlio, tanto poco lo vedi.

Alberto balz in avanti con un ruggito. Romano allung un braccio e lo blocc senza nessuno sforzo apparente.
- Io non le consiglio queste reazioni, dottore. Non gliele consiglio.
Eva scoppi a piangere:
- Ma non vi rendete conto che Dodo  nelle mani di chiss chi, in questo momento? E voi, invece di cercare il modo di aiutarlo, state qui a litigare come due adolescenti.
Scarano annu:
- Hai ragione, tesoro, ti chiedo scusa. A te, ma non a lui.
Cerchia, massaggiandosi nel punto in cui Romano lo aveva afferrato, disse a labbra serrate:
- Giusto. Ora quello che conta  che Dodo venga liberato. Ma ti giuro che appena finisce questa storia riprenderemo il nostro discorso. E rivedremo tutta la situazione, perch non sono affatto sicuro che mio figlio stia meglio qui che con me. Pagher i migliori avvocati del paese, e staremo a vedere.
Aragona disse:
- Quello che farete dopo, scusate, ci interessa poco. Ci che conta ora  non commettere errori. Sar il caso che il collega Romano e io parliamo con il nonno di Dodo. Del resto, mi pare chiaro che sono i suoi soldi che vogliono.
Eva sbatt le palpebre:
- Perch dice questo?
Aragona si produsse nell'asportazione degli occhiali e rispose con la stessa voce, secondo lui, del doppiatore di Al Pacino:
- Perch lei non dispone di denaro liquido, come ci ha spiegato, ma i rapitori hanno chiamato qui, non al telefono del dottor Cerchia, che invece i soldi li avrebbe. Quindi, se  gente che conosce le sostanze della famiglia, contattando lei intende arrivare al nonno di Dodo.
Romano lo ferm:
- Oppure hanno fatto il numero che c' sull'elenco telefonico. Non ci lanciamo in teorie alla tenente Colombo, Arago', almeno non fino a quando abbiamo cos pochi elementi. Adesso dobbiamo andare. Dottor Cerchia, lei scenda con noi, ch  meglio.
- D'accordo, ma non ho intenzione di starmene con le mani in mano mentre mio figlio  chiss dove.
Aragona lo guard con freddezza:
- Non possiamo impedirglielo. Ma se fa qualcosa di sbagliato e le conseguenze ricadono sul bambino, poi dovr vedersela con la sua coscienza. Io le consiglio di starsene buono ad aspettare notizie. Magari, se l'aiuta, pu pure pregare.

26.

Fosse stato visibile dall'esterno del confessionale, frate Leonardo Calisi, parroco della Santissima Annunziata e superiore dell'annesso convento francescano, avrebbe forse indotto a qualche commento sarcastico, perch la sedia sulla quale si era arrampicato, lottando col saio e coi paramenti sacri, non gli consentiva di arrivare a terra coi piedi.
La sua altezza, infatti, sarebbe stato pi corretto definirla bassezza: centocinquanta centimetri, escluse le suole dei sandali d'ordinanza, che tuttavia aggiungevano poco alla poco considerevole statura. Piccolo. Era questo che tutti pensavano incrociandolo nelle navate della chiesa, o vedendolo arrancare, sempre di corsa, per le strade del quartiere, impegnato senza sosta a prestare aiuto ai poveri e ai bisognosi.
Ma l'annotazione estetica era subito superata dal riconoscimento di una personalit che di piccolo non aveva proprio niente. Gi al secondo sguardo, gli occhi azzurri e limpidi, i capelli bianchissimi e ricci, la faccia furba e accattivante facevano di frate Leonardo una figura cara ad adulti e bambini. Qualche anno prima la curia aveva manifestato l'intenzione di spostarlo altrove, per un normale avvicendamento, ma tale era stata la sollevazione dei fedeli che il provvedimento era rientrato all'istante.
Frate Leonardo era buono. Aveva fatto della generosit e dell'altruismo le regole ferree di una vita votata alla compassione e alla misericordia. Questo senza mai perdere il tratto ironico che lo rendeva una compagnia ideale anche per chi con la religione non aveva tanta dimestichezza.
Mentre un'adolescente con troppi trasporti sessuali gli raccontava i suoi tormenti, il francescano dondolava le gambe nel vuoto e pensava a Giorgio Pisanelli, il suo migliore amico. Sospettava di essere colpevole di un minuscolo peccato, perch un sacerdote, per di pi parroco, per di pi superiore di un convento, non dovrebbe avere un migliore amico; dovrebbe destinare uguale affetto a ogni parrocchiano, a ogni confratello, a ogni essere umano. Ma forse era volont del Signore che Giorgio, nella solitudine immensa seguita alla morte di Carmen, la moglie, avesse trovato proprio in lui il conforto che non riceveva dalla fede. Leonardo traeva inoltre un autentico piacere intellettuale dagli incontri col poliziotto, sia quelli a pranzo alla trattoria del Gobbo sia quelli pi rapidi in parrocchia. La conversazione era sempre brillante e intelligente, e gli aneddoti che si raccontavano su un quartiere che entrambi conoscevano come le proprie tasche, pressoch infiniti.
Negli ultimi tempi, per, l'ossessione che l'amico nutriva per i suicidi stava diventando pericolosa. Convinto che dietro l'atto ci fosse una mano, sempre la stessa, non cessava di raccogliere elementi che lo aiutassero a ricostruire il momento in cui quella povera gente aveva compiuto il gesto estremo. Leonardo provava sentimenti contrastanti verso la fissazione dell'amico: da un lato avrebbe voluto vederlo sereno, dall'altro si rendeva conto che era proprio tale fissazione a tenerlo aggrappato alla vita, a dargli una ragione per alzarsi la mattina, per andare in ufficio, per superare la giornata.
Su questo stava riflettendo, intanto che cercava di spiegare alla ragazzina dall'altra parte della grata come prestare con continuit e applicazione servizi sessuali a tre compagni di classe non fosse un atteggiamento incoraggiato dalla religione cattolica; e che una ragione per vivere, anche se sbagliata,  importante.
Da molti anni, dodici per la precisione, Leonardo si imbatteva ogni giorno nella malattia epidemica che infuriava nelle grandi citt: la solitudine. Non c'era luogo, ripeteva, pi deserto e abbandonato delle metropoli occidentali, dove donne e uomini invisibili trascinano l'esistenza come gli animali vecchi e malati esiliati dal branco, facili prede per i grandi carnivori.
Dalla mattina alla sera, nel fresco odoroso di incenso del confessionale, o nel caldo ambiente della sacrestia, per le strade e i vicoli intricati del quartiere, all'interno di tristi soggiorni con divani sdruciti che un tempo ribollivano di gioia, Leonardo si confrontava col desiderio delle persone di porre fine alla propria vita.
E lui cercava senza sosta di ravvivare la fiamma di una passata felicit, il ricordo di un amore o la fantasia di un futuro, ma erano troppe le volte in cui il suo tentativo veniva frustrato, davanti all'abisso di una grigia disperazione del quale non si vedeva il fondo.
Qualcuno riusciva a trovarlo l'immenso coraggio di compiere il gesto dell'estrema vilt. Non erano molti, per. La gran parte aveva paura, o era ormai priva anche di quel minimo di energia necessaria a ingoiare un flacone di compresse o lanciarsi dalle scale.
Che doveva fare un padre spirituale, una guida, un fratello nella fede?, si domandava frate Leonardo. Doveva impartire una benedizione frettolosa e andarsene, abbandonando quella gente al proprio destino? Era facile aiutare i bambini, aggrappati alla voglia e alla prospettiva di un futuro; o le giovani donne, che superato l'impasse di un momento negativo potevano riprendere a vivere con gioia; perfino i tossici, una volta liberi dalla dipendenza, possedevano una forza che consentiva loro di superare ogni ostacolo. In quelle circostanze, Leonardo poteva vedere in concreto il risultato della propria opera; era facile sentirsi fieri davanti al Signore.
Cos'era la vera Santit? Dove si compiva la grandezza di uno Spirito Superiore? Quando si verificava la vera, completa Imitazione del Cristo? La risposta, per frate Leonardo, non poteva essere che una: l'Estremo Sacrificio del dono pi immenso ricevuto da Dio, quello della propria anima.
Il ragionamento era cos lineare che si domandava come non fosse condiviso da ogni cristiano. Una creatura straziata, sola, senza pi la volont di vivere, non aveva il coraggio di compiere il gesto definitivo? Il gesto che l'avrebbe portata, in questo le Scritture erano chiare, a soffrire la pena eterna per aver disposto di qualcosa che era soltanto nelle mani dell'Altissimo? Allora spettava al padre spirituale, all'interprete in Terra della volont di Dio aiutarla, prendendo su di s la responsabilit del peccato.
Come Cristo era morto in croce, sacrificando s stesso per l'intera umanit, era compito di frate Leonardo porre fine alla vita di chi voleva morire ma non aveva la forza di uccidersi. Mentre permetteva a quelle vite di lasciare per sempre la loro valle di lacrime, spingendole verso la Luce, il piccolo francescano avrebbe ottenuto due risultati, entrambi giganteschi. Si sarebbe macchiato di una colpa, e avrebbe compiuto cos l'estremo sacrificio della propria anima, ma avrebbe invece sollevato da una sofferenza irrimediabile le anime di quei disperati. Semplice. Semplicissimo.
Ascoltando il resoconto compiaciuto della ragazzina in merito a un incontro in palestra con due amichetti, Leonardo riflett per la milionesima volta sull'interessante problema teologico che gli si poneva. Aiutare chi non ha il coraggio di raggiungere, senza commettere un orribile gesto,

il cospetto di Dio Onnipotente, poteva costituire in realt un peccato? Cosa sarebbe davvero successo alla sua anima, una volta passato a miglior vita? Non era un pensiero da riferire in confessione, anche perch il confratello Samuele, a cui si rivolgeva lui, era un po' fiscale nell'applicazione dei precetti, ma dubitava che esistesse un sacerdote cos pieno di fede da non restare sorpreso di fronte a ci che lui faceva a beneficio dei disperati del quartiere.
Il frate, per, aveva fede. Era convintissimo dell'immensit della Misericordia Divina. E anche del valore dell'intercessione presso l'Altissimo di quanti lui aveva salvato dall'eterna dannazione. Si sarebbero schierati in doppia fila e, in un coro angelico, avrebbero implorato di accogliere anche lui, il loro liberatore. E il Signore avrebbe senz'altro acconsentito, nel tripudio generale.
Questo, per, tra molti anni, sperabilmente, e secondo la Sua volont. Nel frattempo, aveva ancora tante anime da salvare.
Il pensiero torn a Giorgio Pisanelli. Era stanco, triste e ammalato, anche se solo con lui aveva parlato della terribile malattia che lo divorava. Il candidato ideale a godere della particolare assistenza che Leonardo forniva; nell'aldil avrebbe incontrato di nuovo la sua Carmen, una delle creature che il piccolo frate aveva ricongiunto al Creatore per risparmiarle un'atroce sofferenza.
Il parroco della Santissima Annunziata aveva un principio, dal quale non derogava mai: se il soggetto aveva una ragione per vivere, se anche soltanto credeva di averla, allora non poteva lasciare questo mondo. Non sarebbe stato giusto.
Il caso di Giorgio costituiva quindi un intricato paradosso: ci che lo preservava dall'aiuto di Leonardo era proprio la sua ostinata ricerca di qualcuno che, guarda un po', era Leonardo stesso. Finch lo avesse cercato, con quelle indagini nelle vite dei poveri angeli a cui lui aveva donato le ali, avrebbe mantenuto una ragione di vita; di conseguenza non era pronto.
Sospirando all'indirizzo della ragazzina, la quale pens di aver superato il limite proprio sul pi bello, il frate decise che, in attesa che Giorgio desistesse, diventando cos passibile della sua misericordia, si sarebbe occupato degli altri. Avrebbe tessuto la sua solita rete di visite, parole, carezze e moniti, applicando la variet di strumenti che aveva sperimentato nel tempo: gas, balconi, corde, pasticche, treni in corsa. Con tanto di biglietto d'addio, scritto sempre con grafia e parole diverse, adattato a ogni singolo individuo grazie alla conoscenza approfondita che ne aveva in quanto confessore.
Adesso, per esempio, stava seguendo il caso di una donna, Maria Musella: sola e depressa, dedita sempre pi agli psicofarmaci. Sarebbe andato da lei e l'avrebbe sedata, e nel torpore le avrebbe fatto assumere un'ultima dose letale delle sue pillole portatrici di pace.
Poi, con il cuore leggero, sarebbe andato a godersi il pranzo dal Gobbo insieme al suo amico Giorgio. Il confratello Teodoro gli aveva detto che qualche ora prima era passato dalla parrocchia, mentre Leonardo cercava una farmacia in un altro quartiere - meglio essere prudenti - per comprare i sonniferi.
Chiss che voleva, pens, intanto che impartiva un'esemplare penitenza alla ragazzina iperfornicante. Magari raccontargli di qualche fondamentale scoperta in merito a un suicidio avvenuto cinque anni prima.
Povero Giorgio. Lo avrebbe aiutato volentieri, ma non poteva.
Mica era un assassino, lui.

27.

Giunsero a casa di Edoardo Borrelli che ormai era sera. L'aria, dopo il tramonto, era parecchio rinfrescata; Aragona infil la giacca, ma non allacci nemmeno un bottone in pi della camicia, lasciando scoperto il torace, artificialmente abbronzato e depilato con cura.
Si presentarono alla guardia giurata nell'androne, che dopo un breve scambio di battute nell'interfono indic loro un ascensore senza precisare il piano. In effetti, all'interno della cabina c'era un unico pulsante, con una targhetta bianca.
Li accolse una donna dall'aspetto severo, vestita di scuro e con i capelli raccolti dietro la nuca; poteva avere qualsiasi et tra i cinquanta e i settant'anni. Li squadr col viso privo di espressione e, senza tendere la mano, si present:
- Sono Carmela Peluso, la segretaria del cavalier Borrelli. Ci hanno avvertiti della vostra visita. Siete gli agenti Romano e Aragona?
Fu Romano a rispondere:
- S, buonasera. Abbiamo tempi abbastanza stretti, pu accompagnarci dal signor Borrelli?
La donna dapprima non si mosse; continuava a fissarli. Aragona era imbarazzato, quello sguardo lo metteva a disagio. Poi, senza dire una parola, Carmela Peluso si avvi. Mentre la seguivano, i due agenti osservavano gli ambienti che si affacciavano sul corridoio. Come chi li aveva accolti, la casa di Borrelli appariva inquietante: innanzitutto, era buia.
Le luci bastavano appena a capire dove si poggiavano i piedi, per non inciampare nella spessa moquette che assorbiva il rumore dei passi e alimentava la sensazione di muoversi in una nebbia ovattata. L'appartamento era immenso: grandi stanze in penombra apparivano a destra e a sinistra. Aragona si domand come doveva essere il posto di giorno, ma a giudicare dal fatto che nessuna luce penetrava dall'esterno, forse le finestre erano oscurate.
Alla fine del corridoio la donna si ferm ai piedi di una rampa di scale in legno, come per assicurarsi che i due uomini l'avessero seguita senza perdersi, poi cominci a salire. Al piano superiore c'era una specie di salone quadruplo. Come da Eva, anche qui un'intera parete era di cristallo e dava sullo stesso panorama, ma con una prospettiva ancora pi ampia. Le luci della citt parevano gioielli sparsi su un velluto nero, ma l'isolamento acustico dava l'impressione di trovarsi davanti a una scena proiettata sullo schermo di un cinema.
La Peluso disse, secca:
- Aspettate qui, - e si allontan nel buio.
Romano e Aragona avvertivano uno spiazzamento che subito non riuscirono a spiegarsi, finch Aragona, a mezza voce come se fosse in chiesa, disse:
- Mamma mia, sembra di essere in un film dell'orrore degli anni Settanta.
Romano dovette ammettere che il collega aveva descritto con esattezza ci che lui stesso sentiva. Il posto ricordava la ricostruzione accurata di una casa di lusso di quarant'anni prima. Mobili, suppellettili, tappeti erano un trionfo di bianco, nero, cristallo e metallo, con divani e poltrone in pelle bassissimi, tavolini alla medesima altezza, pareti in laminato con aperture e ripiani appena illuminati da faretti che inquadravano sculture astratte. La cosa che per sorprendeva di pi, rafforzando l'atmosfera irreale, era il perfetto stato di conservazione di ogni elemento dell'arredo: come se quel salone non fosse mai stato abitato.
- Non mi capita spesso di avere ospiti. E di sicuro non mi aspettavo che la prima visita dopo tanto tempo fosse della polizia.
La voce profonda e graffiata arriv dal buio e li fece sobbalzare. Aragona emise una specie di urletto, che mascher raschiandosi la gola.
Senza alcun rumore, dall'ombra sbuc una sedia a rotelle, spinta dalla Peluso. L'occupava un vecchio. La pelle ricordava il cuoio conciato, e radi capelli bianchi gli pendevano senza vita dalla sommit del cranio. Era magrissimo, e non doveva essere di alta statura, anche se Romano ebbe l'impressione che fosse stato consumato da qualcosa. Uno scoppio di tosse cavernosa diede subito una conferma alla sua ipotesi.
La segretaria porse con sollecitudine al vecchio un fazzoletto, che lui si premette sulla bocca. Quando la tosse cess, l'uomo prese a fissarli con curiosit. I suoi occhi non si accordavano affatto con l'idea di disfacimento del resto del viso: erano vivi e intelligenti, con un riflesso ironico; sembravano quelli di un ragazzo.
- E voi sareste gli incaricati di seguire le indagini? Non siete un po' poco per una faccenda come questa? Romano si schiar la voce:
- Abbiamo risposto alla chiamata della scuola, ieri mattina. Non siamo soli, comunque, il caso  seguito in questura ai massimi livelli, e noi riferiamo con puntualit ai superiori. Aragona, alle sue spalle, intervenne piccato:
- E poi per venire a fare due domande a lei non  che si doveva mandare l'Uomo Ragno. La Peluso replic, dura:
- Giovanotto, con chi crede di parlare? L'uomo agit stancamente la mano:
- Lascia stare, Carme'. Mi piace quando qualcuno tiene sangue nelle vene. Speriamo che metta la stessa energia nel lavoro. Io sono Edoardo Borrelli, l'avrete capito.
Romano prosegu:
- Siamo stati da sua figlia: sappiamo che l'hanno informato.
Il vecchio storse la bocca:
- S,  venuto il mantenuto di quella cretina a dirmi che cosa  successo. L'incredibile  che pare non sia neanche colpa loro. Dodo era in visita a un museo,  cos?
- Non eravamo nemmeno certi che fosse stato rapito, fino alla telefonata di oggi. Dal filmato in nostro possesso sembra che il bambino abbia seguito di sua spontanea volont una donna, che non si riconosce perch aveva un cappuccio in testa. Un compagno di scuola di suo nipote ha detto che gli  sembrato fosse bionda. Le dice qualcosa?
- No. Ma le posso assicurare che ha pi cervello mio nipote a dieci anni di quello che sommano la madre, il suo mantenuto e pure quel fesso del padre. Mia figlia ha sempre avuto un formidabile talento per scegliere gli uomini sbagliati.
Riprese a tossire. La segretaria armeggi con un bicchiere e un flacone e gli diede qualcosa da bere.
Romano attese un attimo, poi domand:
- Vede spesso suo nipote?
- Dodo  la cosa pi bella e importante della mia vita. E se fossi in piedi, se non fossi bloccato da anni su questa sedia maledetta, ora sarebbe qui con me, glielo garantisco. Ai tempi miei conoscevo tutte le persone che contavano, non solo nel mondo legale. Mi sarebbe bastata una telefonata, e stia sicuro che me lo avrebbero riportato. Insieme a un vassoio con le orecchie dello stronzo che lo ha preso.
Il discorso era stato breve, ma pronunciato con una violenza da togliere il fiato. Aragona osserv il volto impassibile della Peluso; era chiaro che era abituata a quegli scatti d'ira.
Romano continu:
- Di recente ha notato in suo nipote qualcosa di strano, di diverso?
- E un bambino riservato, non parla molto. Quando ci vediamo rimane vicino a me a leggere, o a giocare con quei suoi pupazzi dei supereroi. Qualche volta mi chiede di raccontargli storie di quando ero giovane, gli piace immaginarmi in piedi, dato che non mi ci ha mai visto.
- E ha idea del perch lo abbiano preso?
- Secondo lei? Per i miei soldi, ovvio. Lo stesso motivo per cui sono circondato da finto affetto, finta fedelt, finto rispetto. Sanno che  mio nipote, e sanno che quando chiederanno i soldi io li tirer fuori.
Aragona disse:
- Mica ce li ha solo lei, i soldi. A noi risulta che pure suo genero, il Cerchia, non sta messo male. O no? La Peluso sibil:
- Se non la smette subito con questo tono, la sbatto fuori. Aragona non arretr:
- Allora  un vizio di famiglia. Tutti vogliono sbattermi fuori a calci, ma nessuno mi risponde; forse il destino di questo bambino non vi sta poi tanto a cuore.
Sul viso di Borrelli comparve una specie di ghigno; faceva pi orrore dell'espressione sdegnata che aveva tenuto fino ad allora.
- Non ha torto, il ragazzo. Faccia tosta, idee chiare e poca forma. Mi piace. Ai tempi miei lo avrei assunto. S, il padre di Dodo i soldi ce li ha,  vero. Ma siccome qua ci sto io, e la cosa  successa qua, credo sia me che hanno puntato. Sono piuttosto noto, la mia impresa ha costruito molto, e tutti sanno che ho una certa sostanza. Lo avessero preso al Nord, quando Dodo va dal padre, cosa che succede spesso perch quell'idiota, per fortuna, al figlio vuole bene davvero, sarebbe stato diverso. Invece vedrete che questi si rivolgeranno alla madre, o a me direttamente.
Romano rest un po' in silenzio, poi disse:
- Lei non mi sembra molto agitato, cavaliere. Eppure avere un nipote rapito, in mano a chiss chi, non dev'essere bello.
Non era una domanda, ma una considerazione. La Peluso reag, rabbiosa:
- Come si permette di dubitare...
Borrelli la zitt di nuovo:
- Carme', ti ho detto di non intervenire. Tu sei una dipendente, e io ti pago per fare quello che dico io, non per mettere bocca nelle questioni della mia famiglia.
La donna si ritrasse nell'ombra, come se fosse stata schiaffeggiata. Il vecchio parl a Romano:
- Vede, agente, io sto morendo. Sono malato da molti anni, e la mia ricchezza e le mie conoscenze mi hanno consentito terapie che pochi altri avrebbero potuto concedersi, solo per questo ho resistito tanto. Adesso, per, non si pu pi fare niente.
La Peluso mormor una protesta che Borrelli non si cur nemmeno di sedare:
- Carmela  con me da quando era una ragazzina e non si rassegna... So che Dodo verr trattato coi guanti perch loro sanno che io pagher soltanto quando sar certo che stia bene. Ecco perch sono tranquillo.
Aragona contest:
- Ma dovrebbe anche sapere che quando c' un rapimento scatta il blocco dei beni da parte del magistrato. E la procura si e gi attivata in questo senso.
Borrelli esib di nuovo il suo orribile ghigno:
- Magari qualcosina da qualche parte che non risulta la trovo, agente. Non mi deluda, mi pareva uno furbo.
Romano comprese che non ne avrebbero cavato altro.
- Va bene, credo sia tutto. La prego di informarci subito se ci fossero novit, e anche se le viene in mente un particolare che possa aiutarci.
- Sar fatto -. Romano stava per salutare, quando il vecchio aggiunse: - Agente, voglio che sappia una cosa: il momento peggiore per la feccia che ha osato mettere le mani su mio nipote comincer dopo. Non avranno il tempo di goderseli, i soldi. Mi sono gi attivato in questo senso, come dice il suo collega.

Ripercorsero in silenzio scale e corridoio; prima di congedarli, la Peluso si rivolse a Romano:
- Lo scusi, agente. La malattia se lo sta mangiando, il dolore, dicono i dottori,  atroce, e lui oppone resistenza. Pu sembrare cinico, ma non lo ,  un uomo che ha molto sofferto.
- Capisco, signora. Noi, d'altro canto, dobbiamo fare il nostro lavoro. Il bambino viene spesso a trovarvi?
- Una volta stava qui quasi ogni giorno; il cavaliere gli aveva allestito una stanzetta e la casa era diventata una specie di parco giochi. Io e la servit ci perdevamo ore. Era stata assunta una donna perch badasse a lui. Poi le visite si sono fatte pi saltuarie, ma non passano mai due giorni senza che venga qui dal nonno. Hanno un'intesa speciale, loro due.
Aragona disse:
- Immagino,  la casa giusta per un bambino, sai come si divertiva. Grazie che poi, appena l'hanno chiamato, lui  andato buono buono coi rapitori.
La Peluso non lo degn di uno sguardo.
- Trovateli in fretta. Perch se li trova prima il cavaliere,  peggio per loro. Buona serata.

28.
La porta si apre all'improvviso e sbatte sulla parete di lamiera. Dodo, che si  assopito avvolto nella coperta sporca, sobbalza. Stava sognando di essere in barca col pap che gli diceva: dove vuoi che ti porti, stamattina, mio piccolo re?
Una persona viene scaraventata nella stanza. Il bambino, con gli occhi ancora feriti dalla luce, non riesce a distinguerne le sembianze. Quello che vede benissimo  Mangiafuoco: la sagoma enorme che si staglia alla luce della lampadina, la voce come un tuono:
- Vai tu, e stai attenta, o io uccido! Io vengo prendere te fra un minuto!
Nel buio pesto che segue la chiusura della porta, Dodo vede la sagoma a terra sussultare; la sente piangere piano. Decide di non muoversi, di aspettare sotto la coperta. Poi gli pare di riconoscere la voce che mormora fra le lacrime parole spaventate.
- Lena? Sei tu?
La sagoma si solleva e striscia verso il bambino:
- Dodo, Dodo, allora stai bene! Stai bene! Credevo che... che...
Dodo viene fuori dalla coperta e le si avvicina, anche lui strisciando.
- Non alzare la voce. Lui sente tutto, e se sente parlare si arrabbia e comincia a urlare. Che ti ha fatto? Tu sai perch ci ha portato qui?
Lena singhiozza, ci mette un po' a calmarsi; intanto cerca nel buio i contorni del viso di Dodo, gli percorre i lineamenti con le dita. Anche Dodo le cerca la faccia, e trova le sue lacrime; le asciuga con una carezza. .
- E cattivo, tesoro mio. Cattivissimo. Io... io gli volevo bene, tanto. Ci siamo incontrati per strada, era affettuoso con me... Non so perch  diventato cos. Dobbiamo stare attenti, Dodo, molto attenti.
- Lena, ma perch ci ha portati qui? Che vuole da noi?
Lena tira su col naso. Sussurra:
- Ascolta, Dodo: se saremo bravi, se faremo tutto quello che dice lui, non ci succeder niente. E in Italia da poco, vuole tornarsene a casa: se avr quello che chiede, vedrai che ci lascer andare.
Dodo ha paura, tanta; ma gli sembra che Lena abbia molta pi paura di lui. Stringe nella tasca il pupazzo di Batman: eroe, tu sei un eroe.
- Allora faremo quello che vuole, e torneremo liberi. Non aver paura, Lena: tu sei una donna, noi uomini sappiamo quello che dobbiamo fare.
Nel buio avverte sotto la mano il sorriso di Lena.
- Piccolo mio, sei davvero diventato grande. Quasi non ti riconoscevo, al museo, ma sarai sempre il mio bambino, come quando giocavi con me a casa del nonno, ricordi?
- S che mi ricordo. Io invece ti ho riconosciuta subito, anche se hai tinto i capelli e sei diventata bionda.
- Mi ha costretta, sai, Dodo. Mi ha costretta. Mi ha detto: vai a prendere il bambino, facciamo un giro, vi porto a prendere un gelato e lo riportiamo indietro prima che la suora se ne accorga; andiamo qui vicino, un posto che conosco. E invece ci ha portati qui e ci ha messi in due baracche diverse; sapessi quant' sporco dove sto io... E mi fa cose... non posso nemmeno dirti, che mi fa...
Lena ricomincia a singhiozzare, disperata. Dodo sente il cuore stringersi.
- Ma ti ha detto che cosa vuole? Che dobbiamo fare, per tornare a casa?
La donna si mette seduta, con fatica. Sussurra:
- Soldi, vuole solo dei soldi. Appena li avr ci lascer andare. Ma non dobbiamo fargli pensare che vogliamo scappare. Tanto questo posto dove ci ha messi  lontano da tutto. Se anche ce la facessimo a uscire da qui, non sapremmo in che direzione andare.
Dodo ha un ricordo vago della corsa in macchina: Lena seduta dietro con lui, che gli parlava con dolcezza, Mangiafuoco che guidava piano. Ci avevano messo del tempo ad arrivare l, percorrendo strade che non aveva mai visto.
- E allora che facciamo?
- Dobbiamo stare zitti e fare quello che lui ordina: mangiare, bere, tutto. Poi vuole il numero di telefono di tuo nonno, quello riservato. Tu lo conosci, vero?
- Certo, che lo conosco. Lo sento ogni giorno. Perfino mamma, se deve dirgli qualcosa, mi chiede di chiamarlo io, cos risponde. Ma perch vuole parlare con lui?
- Forse vuole chiedergli i soldi. Come sta tuo nonno? Non lo vedo da quando mi ha... da quando non lavoro pi per lui.
- E malato, lo sai. Ma  forte, resiste.
Lena gli accarezza il viso:
- Anche tu sei forte, piccolo. Tanto forte. E tuo nonno sarebbe fiero di te, se vedesse come sei coraggioso.
- Ascolta, Lena: non dobbiamo avere paura. Vedrai che qualcuno verr a tirarci fuori, e sar mio pap. Mio pap non si fermer davanti a niente.
- Dodo, nessuno sa dove siamo, nemmeno tuo padre. Questa  la seconda notte che siamo qui, pi passa il tempo, pi lui diventa nervoso. Dammi il numero, ti prego.

Dodo riflette; lo ha visto in tanti telefilm, e anche nei cartoni: in questi casi bisogna guadagnare tempo.
- Va bene. Ma digli che se osa farci del male se ne pentir. Capito, Lena? Non deve farci del male, altrimenti mio padre gliela far pagare cara.
Avuto il numero, la donna striscia verso la porta e bussa piano. Mangiafuoco la spalanca facendola di nuovo sbattere contro la lamiera, e urla:
- Allora? Avete finito? Tu, donna, ha numero?
Lena annuisce, piangendo, lui l'afferra e la trascina fuori.
Dodo prende dalla tasca il pupazzo di Batman. Batman, Batman, mormora. Hai visto, anche la povera Lena  prigioniera. Ti ricordi di Lena, che stava con noi quando non andavo ancora a scuola e passavo la mattina dal nonno? Lena, che mi raccontava le favole, che giocava con me, che mi portava ai giardini. Proprio Lena, che poi non abbiamo visto pi perch da quando sono andato. a scuola non serviva pi e il nonno l'ha licenziata. Mangiafuoco ha preso pure lei.
E' proprio cattivo, Mangiafuoco. Come Due Facce, o il Joker, o Bane. Un cattivo terribile. Dovr essere fortissimo, il mio pap, per sconfiggerlo.
Ma ci riuscir, sai, Batman. Tu lo sai, gli eroi non si fermano davanti a niente. Gli eroi sono i pi testardi e i pi forti del mondo, non hanno debolezze. Per questo, Batman, dobbiamo resistere. Perch anche se non si nasce eroi, lo si pu diventare. Gli eroi esistono, Batman. Anche se nel mondo reale, lo so anch'io, non si vedono volare da un palazzo all'altro o sfrecciare per strada.
Mi ricordo che lo chiesi al mio pap, una volta, perch non li vedevo. E lui mi disse: piccolo mio, perch nel mondo reale gli eroi non sembrano eroi. Devono nascondersi. L fuori, Batman, ci sono un sacco di eroi, sai. Tanti eroi.

29.

Eroi.
Ci sono tanti tipi di eroi, sapete. Non ce n' mica uno solo. Gli eroi sono coraggiosi, non si smarriscono mai. Sanno a che cosa vanno incontro, guardano i nemici in faccia e li affrontano, senza paura. Non esitano mai, gli eroi.
Perch se avessero incertezze, timori, non sarebbero eroi.
In un mondo bianco e nero, gli eroi sanno dove stare.
Gli eroi si riconoscono subito.
Sono quelli forti, capaci di stritolare il male in un pugno e gettarlo via.
Sono quelli senza paura, gli eroi.

Sei stato fortunato, Francesco Romano. Negli appostamenti, si sa,  tutta questione di fortuna. Stavolta c'era addirittura un posto libero dietro un camioncino, che permette di tenere sotto controllo il portone senza essere visti.
Quando ti insegnano la tecnica non tengono conto della fortuna, pensi; e invece la fortuna  tutto. Non solo negli appostamenti, in verit. Pure nella vita,  tutta questione di fortuna.
Tiri un po' su il finestrino della macchina. Maggio  pericoloso, la notte la temperatura scende anche di dieci gradi, e ti prendi un raffreddore prima ancora di accorgerti che stai starnutendo. Tu poi, Francesco Romano, anche se sei grande, grosso e muscoloso, anche se sei in grado di strozzare un uomo con una mano sola e a volte ti viene pure di farlo, e ti devi trattenere, e ci riesci giusto in tempo, tu ti raffreddi facilmente. Ricordi quando lei ti stringeva la sciarpa al collo prima di uscire? Ricordi che si alzava in punta di piedi per baciarti il naso arrossato? Ricordi che scartava i cioccolatini e te li infilava in bocca di nascosto, per poi leggere il bigliettino con la frase stupida e dire  vero,  proprio vero? Ricordi un sacco di altre cose, se  per questo. Ricordi tutto.
Ricordi anche la lettera che ti ha lasciato sul tavolo la sera che sei tornato e non l'hai pi trovata. La lettera che comincia con: "Caro Francesco", cos, come se a scriverti fosse un'estranea, una che a stento frequenti. Non Giorgia, la tua Gio, la ragazza che mise il mondo a ferro e fuoco per conoscerti ai tempi dell'universit, la stessa che non smetteva di piangere di gioia il giorno del matrimonio, la stessa che quando sei stato promosso all'investigativo ha saltellato per la casa come un canguro per un'ora. Caro Francesco. Strano che non abbia terminato la lettera con distinti saluti.
Mica si chiude cos una storia, no, Francesco Romano? Solo perch un pover'uomo, in un momento difficile, quasi senza accorgersene ha allungato una mano. E che diavolo, era poco pi di una carezza, quella. Non  colpa tua, Francesco Romano, se  cos delicata da rimanere con l'occhio nero e la guancia blu per poco pi di una carezza.
N si pu dire che tu non sia una persona perbene, Francesco Romano. Un uomo retto e onesto, che non a caso ha scelto di fare il poliziotto. I buoni fanno i poliziotti, no? Non i delinquenti. I delinquenti, lo dice la parola stessa, sono criminali; rapinano, stuprano, uccidono. E i poliziotti li inseguono, li catturano, non fanno quello che fanno loro.
Mentre fissi la strada che attraversa la notte in silenzio, con gli occhi senza sonno illuminati dai lampioni, spalancati sui cassonetti e le macchine in sosta, pensi che non si lascia un uomo retto e onesto solo perch una volta, e una volta soltanto, gli  scappata una mano. Un uomo, anche se retto e onesto, pu attraversare un momento difficile quando lo cacciano dal suo commissariato perch uno stronzo di delinquente lo ha preso per il culo. E che avresti dovuto fare tu, Francesco Romano, avresti dovuto startene l buono mentre quel delinquente da due soldi ti diceva sovrintende', io da qui esco prima di voi ch al mio avvocato gli pago per un'ora quello che voi guadagnate in due mesi?
E intanto lei se n' andata, Francesco Romano. E tu ti trovi qui, sotto il palazzo di sua madre, a passare la notte in macchina tanto tu a casa non dormi, e quanto cazzo  grande, per una persona sola, quell'appartamento, e quanti rumori ci sono di notte che non si riesce a chiudere occhio. E allora tanto vale stare in macchina, sotto casa di quella stronza di tua suocera che non vi siete mai sopportati. Sai che lavaggio del cervello le sta facendo, adesso, ti pare di sentirla: hai visto,  un violento, un pazzo, te l'avevo detto che sarebbe finita cos, non volevo nemmeno che lo sposassi.
Invece no, Giorgia, amore mio. Io sono l'uomo per te, l'unico, come tu sei e sarai l'unica per me. Se solo avessimo avuto il figlio che volevi; se solo il destino per una volta, una soltanto, mi avesse aiutato invece di mettermi i bastoni fra le ruote. Se avessimo un bambino nostro, maschio, con la tua faccia e la tua dolcezza, con la mia forza e la mia determinazione.
Il tuo pensiero va al bambino rapito; e del resto lo dice sempre, Giorgia, che uno che fa il tuo mestiere non smette mai di lavorare. Quel povero innocente, che con tutti i soldi, le belle case, la scuola per ricchi, uno stronzo balordo l'ha preso e l'ha portato chiss dove, senza che nessuno glielo impedisse.
Come vorrei raccontartelo, Gio, amore mio. Come vorrei parlare con te, adesso, nel nostro letto, dopo aver fatto l'amore con disperazione, alla ricerca di un lenimento per il dolore che mi porto dentro, che non mi d pace. Come vorrei raccontarti la mia giornata, e sentire dalla tua voce delicata parole di sollievo.
Sono forte, io, pensi. Un poliziotto forte, onesto e in gamba. Un eroe.
Un eroe che senza di te  pi debole di un bambino rapito. Lui qualcuno che gli vuole bene ce l'ha, e pu sperare di tornare alla propria vita.
Invece tu, Francesco Romano, non hai speranze.
E nessuna vita alla quale tornare.
Fortuna che c' un camioncino, li davanti. E che nessuno, passando in fretta per arrivare alla fine della notte, pu vedere un uomo in macchina che guarda un portone e piange.

Eroi.
Che mentre tutti dormono, vegliano. Che scrutano la notte in cerca di qualcosa che non va, di qualcosa di storto da rimettere a posto.
Che magari abitano in una caverna per non dare nell'occhio.
O che stanno in mezzo agli altri, in un attico lussuoso, pronti a indossare al momento giusto un'armatura, o a saltare in un'automobile truccata che sembra una qualsiasi, e invece vola, spara e va perfino sott'acqua.
Eroi che sanno che il male pu annidarsi ovunque e sono lesti a infilarsi in una cabina telefonica, a cambiarsi e a piombare sui nemici col costume colorato: belli, forti e invulnerabili.
La notte  il terreno giusto per gli eroi.

Marco Aragona cammina senza fretta, tenendosi al centro del marciapiede.
Ha lasciato la macchina in garage. La solita entrata scenica: gomme che stridono e frenata brusca. Il solito sobbalzo del sonnacchioso guardiano notturno con la solita espressione rabbiosa, il solito sguardo torvo, il solito sorriso tirato: buonanotte, dottore. Lo sa, lo stronzo marocchino, che Marco fa il poliziotto. Lo sa, che se dovesse anche solo accennare a una reazione l'agente scelto Marco Aragona gli farebbe un culo cos.
Spavaldo, nella strada deserta, Marco Aragona si sente il padrone della notte. Il terrore di tutti i topi di fogna che popolano la citt, che escono dai loro buchi soltanto quando il buio viene a proteggerli. Ci vorrebbe poco a ripulirla, la citt, se ci fossero un centinaio di Marco Aragona; un corpo speciale con licenza di intervenire con le cattive, e sai che bella ramazzata: basta froci, zoccole, ladri e immigrati clandestini.
Marco pensa che tutte le chiacchiere buoniste di politici, preti e associazioni umanitarie sono la rovina del paese. Si dovrebbe essere meno tolleranti, dice sempre. Un po' di sana voglia di pulizia e ti faccio vedere.
Nessuna paura della notte, per l'agente scelto Marco Aragona. E poco sonno, se  per questo. Fa il giro lungo, gli va di riflettere. Giornata dura. La faccenda del bambino rapito  davvero brutta.
In un primo momento aveva pensato che fosse una buona opportunit per la carriera: un rapimento non capita mica tutti i giorni. Poi l'idea di fare coppia con Hulk lo aveva quasi convinto a sbolognare la cosa a qualcun altro. Con quello l era come starsene seduti su una cassa di esplosivo, non sapevi mai cosa poteva succedere. E anche avere a che fare con l'ambiente del ragazzino lo metteva a disagio. Tutti in punta di coltello, tutti pronti a scandalizzarsi e a offendersi; eppure erano dentro un rapimento, non a un ballo a corte. Prima lo capivano, meglio era per le indagini e per quella povera creatura.
Arriv davanti all'ingresso di casa. Insomma, proprio una casa non era. Aragona abitava all'hotel Mediterraneo, a mezza strada tra la questura, dove era stato destinato dopo il trasferimento in citt, e il commissariato di Pizzofalcone.
Non aveva detto a nessuno, sul lavoro, che abitava l. Sapeva che cosa pensavano di lui: che era un raccomandato, uno che non avrebbe avuto bisogno di fare il poliziotto a milleduecento euro al mese. Uno che avrebbe potuto farsi piazzare in uno studio legale nella cittadina di provincia da cui veniva e dove i suoi erano la famiglia reale, con tutti i soldi che avevano. E quelle maldicenze avrebbero trovato conferma nella sua scelta di vivere, invece che in un appartamento per single, in uno dei migliori alberghi del centro, dove la stanza con la colazione gli costava pi dello stipendio.
Ma Aragona aveva le sue ragioni. Era servito, riverito, mangiava benissimo e gli lavavano la biancheria. Poi non doveva rigovernare e aveva anche la televisione col satellite, per guardarsi i telefilm americani che erano la sua passione. Infine faceva tanto agente segreto vivere in un hotel bevendo Martini dry sul roof-garden, la citt stesa ai suoi piedi, i rumori del traffico attutiti dalla distanza come una musica lontana.
C'era anche un'altra ragione, per la verit. Ma a mamma e pap, che erano ben contenti di occuparsi ancora del loro caro figliolo mediante un sostanzioso bonifico mensile che la banca effettuava con cronometrica puntualit, non l'aveva confessata. La ragione era Irina, l'angelo che, travestito da cameriera addetta alla colazione, la mattina gli serviva le uova strapazzate col bacon.
Non le ha mai parlato. Ma prima o poi, appena si fosse creata l'occasione, si sarebbe tolto gli occhiali azzurrati e le avrebbe rivolto il suo famoso sguardo, come se l'avesse notata solo allora. E fingendo di leggere la targhetta col nome che la ragazza portava appuntata al molto notevole petto, solo allora le avrebbe detto: ciao, Irina. Che fai di bello, dopo il lavoro?
D'accordo, pens, avviandosi all'ascensore con la chiave della stanza in mano, era un nome da immigrata. Ma non tutti gli immigrati erano bastardi figli di puttana come quello che ha preso il bambino, no? Non bisogna fare di tutta l'erba un fascio.
Siamo eroi, cazzo, pens l'agente scelto Marco Aragona, provando allo specchio dell'ascensore lo sguardo che avrebbe regalato a Irina.
Gli eroi non sono razzisti. E certo non lo era lui. Chi avrebbe potuto sostenere il contrario?

Eroi. Eroi sotto falsa identit.
Perch non  affatto detto che gli eroi sembrino eroi.
A volte sembrano gente comune, e lo fanno apposta, perch nessuno pensi che hanno poteri speciali, perch nessuno, tra i cattivi, sospetti che da un momento all'altro si ritroveranno di fronte chi li metter spalle al muro, in gabbia. A volte nemmeno chi gli sta vicino sa chi sono, gli eroi. Magari non se ne accorgono, presi dall'abitudine a dare le cose per scontate. Magari anche a chi gli vuole bene, a chi li conosce fin da piccoli, magari alle loro stesse famiglie gli eroi non sembrano eroi.
Nascosti nelle loro identit quotidiane, gli eroi possono sembrare tutt'altro.
A volte, gli eroi, sono degli sconosciuti.

Alessandra Di Nardo, detta Alex, se ne stava seduta composta, come le era stato insegnato, a guardare la televisione.
Non le interessava granch quello che andavano blaterando nella trasmissione che passava sullo schermo; ascoltava con un ottavo, forse anche un decimo d'attenzione. Pensava ai fatti suoi.
Ne avrebbe fatto volentieri a meno di quel ridicolo rito del dopocena. Ma il generale ci teneva tanto, le aveva spiegato la mamma, e se il generale ci teneva, allora non c'era diritto di voto.
Alex viveva in casa dei genitori. Avrebbe potuto, e voluto con tutto il cuore, andare a stare per conto suo, in un appartamento anche piccolo in una qualsiasi zona della citt, bastava che fosse il pi lontano possibile. Ma quando, anni prima, aveva manifestato il suo desiderio a tavola, spezzando il silenzio imposto durante i pasti perch la bocca, diceva il generale, pu fare una sola cosa per volta, e o si mangia o si parla, la risposta era stata veloce e ferma: certo, aveva detto il generale, quando ti sposi.
Era finita li, perch Alex non si sarebbe mai sposata.
Alla televisione parlava il solito tizio che si guardava in casa a quell'ora, quello con la voce bassa, curiale, che trattava con identico atteggiamento qualsiasi argomento, dalle diete alla politica, all'economia. Quella sera era di scena un delitto celebre, forse per la centesima volta. La scena del crimine era analizzata centimetro per centimetro, lo psicologo tracciava il profilo del probabile colpevole, il magistrato chiariva le procedure, la criminologa illustrava le tracce ignorate dagli ottusi investigatori che si erano occupati del caso. Alex, col suo decimo di attenzione, rilev quanto fosse inutile tanto parlare, come se un delitto fosse uguale a un altro, come se non fosse vero che, ogni volta, la pianticella del male cresceva dentro un'anima nella sua distorta e unica maniera.
Lanci un'occhiata al generale; si era addormentato a bocca spalancata, la testa riversa sulla poltrona. Stava diventando vecchio, si disse col solito incredibile miscuglio di tenerezza e risentimento, di paura e amore che provava per lui. La sua prigione. L'uomo la cui opinione era peggio di una sentenza, per lei che non concordava con nessuna delle sue idee.
Pi in l, anche la madre si era assopita; gli occhiali le erano scivolati lungo il naso affilato. Alex sapeva che appena si fosse mossa per alzarsi, anche solo per andare al cesso, entrambi sarebbero saltati su come grilli. Dove vai, tesoro?, le avrebbe detto la mamma, recependo l'ordine muto del generale. Non ti piace la trasmissione?
Pens che l'indomani, dopo il lavoro, invece di tornarsene a casa sarebbe andata al poligono a sparare. Si sentiva s stessa soltanto con le cuffie che le riparavano le orecchie, il corridoio buio davanti, la sagoma col bersaglio in petto da colpire. E con in mano la rivoltella d'ordinanza che aveva modificato da s. Sei colpi consecutivi, tutti al centro, e attorno i colleghi che la fissavano sconcertati: una ragazza di ventott'anni, sottile e raffinata, dai lineamenti delicatissimi che le conferivano cinque anni di meno, capace di sparare di pi e meglio di tutti loro messi assieme.
Le armi erano l'unica passione che divideva con il generale; l'unica cosa che univa un padre e una figlia opposti fra loro. L'aveva portata a sparare la prima volta che aveva dieci anni. Le fievoli proteste della mamma, che immaginava passatempi pi femminili, erano risultate prive di forza come un venticello di primavera: d'altra parte, non era stata lei quella incapace di dare un maschio al generale? E ora che cosa pretendeva, che lui si rassegnasse all'idea che non ci sarebbe stato un altro Di Nardo nell'esercito senza nemmeno spartire con Alex un innocente hobby come le armi?
Poi lei aveva deciso di entrare in polizia, dopo il collegio. Una scelta che in fondo, senza manifestarlo in alcun modo, il generale aveva apprezzato. Non sapeva, il vecchio, che al collegio, in una sera di pioggia, la dolce figlioletta aveva scoperto la sua vera natura con una compagna di stanza molto estroversa.
Alex non si sarebbe mai sposata perch ad Alex gli uomini non interessavano. Ad Alex piacevano le donne.
Purtroppo non aveva la forza di essere s stessa, e si odiava per questo. Si odiava perch doveva andare in certi locali, perch doveva mascherarsi, perch doveva fingere di essere un'altra per poter sfiorare un corpo morbido, per poter sentire certi sapori.
Si agit sulla poltrona, in preda a un brivido sottile. La natura. Non si pu combattere la natura, e lei non ne aveva alcuna intenzione. Per  difficile anche lottare contro certi condizionamenti, e il generale era il padre di tutti i condizionamenti; chiss che diresti di me, pens, osservando lo psicologo col maglione verde, la camicia a quadri e il ciuffo bianco, se dovessi analizzare il mio, di profilo. Una brava ragazza borghese, timida e introversa, che spara bene e va a donne di nascosto.
Senza un perch, le torn alla mente la coppia Parascandolo, i due derubati dell'indagine che stava seguendo col Cinese. Bel tipo, il Cinese: pratico, concreto, deduttivo. Un ottimo poliziotto, un bravo collega. Non uno di quelli che allungano le mani, come le capitava al commissariato dal quale era stata cacciata per aver sparato. Che storia, quella.
A Pizzofalcone erano tutti sopportabili per Alex. Pisanelli, Ottavia, Romano con il suo carattere difficile: le andavano tutti a genio. Mele bacate come lei, forse, ma veri. Perfino Aragona, con la sua scorrettezza, era quello che sembrava, e sapeva addirittura essere simpatico, a volte. Tutti soli, chi per un motivo, chi per un altro. Meglio soli, per, che finire a odiarsi come i due del furto. Domani, insieme col Cinese, sarebbero andati nella palestra di Parascandolo a vedere un po'. C'era qualcosa di strano, in quel furto. Lo aveva detto pure la dirigente della scientifica.
Al pensiero della Martone prov un vuoto allo stomaco, una sensazione cos fisica che temette se ne udisse il suono e che il generale si sarebbe svegliato, indirizzandole il solito sguardo indagatore. Era sicura che la dirigente, col suo bel culo sotto il camice, fosse come lei. E che in qualche modo, forse percependo un odore, un richiamo ignoto a tutti gli altri, l'avesse riconosciuta.
E per quanto assurdo potesse sembrare, giacch lei, Alex, non era riuscita quasi a parlare, facendo la figura della deficiente, era sicura di esserle piaciuta. Tanto.
Forse, per, la sua era un'illusione. Forse, anzi di sicuro, il suo destino sarebbe stato rimanere da sola ad assistere i genitori ultracentenari, continuando per tutta la vita a cercare nel buio la soddisfazione della carne.
L'idea le port a galla, dalla nebbia dell'inconscio, l'immagine del bambino rapito. Chiss dove ti hanno portato. Chiss quanto pagherai il fatto di essere figlio di qualcuno. Proprio come me.
In risposta ai suoi pensieri, il cellulare le vibr in grembo, illuminando la penombra della stanza. Sul display un messaggio da un numero sconosciuto.
Inser il codice di sblocco e lesse: "Ciao. Sono sicura di non doverti dire chi sono. Volevo che avessi questo numero, casomai ti andasse di parlare, o di andare a prendere una birra, o che so. Un bacio, buonanotte".
Spense subito, certa che il colore della sua faccia e il rumore del sangue che le pulsava nelle orecchie fossero come dei fuochi d'artificio.
Hai ragione, pens. Non devi dirmi chi sei.
Come un lupo, sorrise nel buio.

Cos sono gli eroi, sapete.
Nessuno pu dire chi siano in realt. Ma al momento buono verranno fuori, e saranno perfettamente uguali a s stessi, nella loro lotta contro il male. Ci sono, e ci saranno sempre.
Statene certi.

30.

Entra e si lascia cadere sulla sedia. La lampadina nuda illumina con freddezza la desolazione della stanza.
- Dammi una sigaretta. Questa  proprio la parte pi dura, recitare senza essere un'attrice.
Lui ridacchia:
- Ma se sei stata bravissima. Vi sentivo dallo spiraglio, una scena da film americano: non so come ho fatto a non mettermi a ridere.
- Eh, magari facevi anche un bell'applauso. Ecco il numero del vecchio, quello privato, cos non si deve passare per lei.
- Ma  tanto importante, parlare proprio con lui? Ci sono cose in questa storia che proprio non capisco.
- E non le devi capire, infatti. Te l'ha detto, no? Meno capisci, meno sai, meglio . Limitati a fare le cose che devi fare come ti ha spiegato.
Lui si stringe nelle spalle:
- Basta che tiri fuori i soldi che ha promesso.
- Non solo i soldi, ricorda. Anche i documenti nuovi: passaporti e carte d'identit, per me e per te. Russi devono essere, niente che abbia a che fare col nostro passato.
- Questo un po' mi dispiace, dover cambiare patria. Non sai il piacere che mi fa, la sera quando torni, parlare la nostra lingua invece di arrancare con queste parole assurde. Io l'italiano l'ho sempre odiato.
E lei a ridere, stavolta:
- Infatti non lo sai parlare per niente, nemmeno dopo quanti? Dieci anni che sei qui?
- Otto. E non li ho passati ad ascoltare conferenze. Ho dovuto campare trasportando mattoni e secchi di calce. A scuola, a casa, ci sono andato fin quando ho potuto, e non ero nemmeno male; ma questa maledetta lingua non riesco proprio a impararla.
- L'importante  che tu riesca a fare quella telefonata. E meno parli, meno improvvisi, meglio .
- S, me lo ha spiegato. Ho il foglio con quello che devo dire. Almeno per questa prossima chiamata. Quella al vecchio.
- Stai attento:  vecchio e malato, ma  furbo come una volpe. Cercher di trattare, di negoziare, ti tender trappole. Se lo aspetta che chiederemo i soldi.
- Lo so, lo so. Dovr limitarmi a leggere quello che ha scritto sul foglio, piano, con calma. Per ora non ci ha dato altre istruzioni; mi chiamer dopo, e me le dar di volta in volta.
Lei sbuffa:
- Non si fida di noi. O almeno si fida fino a un certo punto. Per questo non ci ha detto ancora dove e come fare lo scambio, dove il vecchio dovr far portare i soldi, dove dovremo accompagnare il bambino...
Lui lancia uno sguardo in direzione della porta del magazzino:
- Il piccolo non sembra avere nessun sospetto su di te. E venuto via tranquillo, senza fare una storia, e anche adesso si  confidato subito. Non ha mai pensato che fossimo d'accordo?
- E cresciuto con me. Me ne sono occupata per tre anni, mentre quella troia della madre pensava a fare la vita di societ. Poi, quando  andato a scuola, un calcio nel culo e ciao, Lena.
- Per tante precauzioni mi sembrano eccessive. La tinta bionda dei capelli, per esempio: a che serve, se poi hai messo il cappuccio della felpa? E tutti quei tragitti, quelle deviazioni prima di arrivare qui:  un bambino, mica si ricorda le strade.
- Le precauzioni non sono mai troppe. E poi  un bambino intelligente e osservatore, anche se sembra che viva in un mondo suo, coi cartoni, i fumetti e i supereroi. Non sottovalutarlo.
- L'importante  che le cose vadano bene. Ha detto che l'intera faccenda prender quattro giorni, al massimo cinque. Poi avremo soldi, documenti e biglietti d'aereo. Dopodich, Sudamerica.
- E quando interrogheranno il bambino penseranno che mi hai fatta sparire da qualche parte.
Lui ride:
- Magari lo faccio davvero. Cos mi frego tutti i soldi e me li godo da solo.
Ride pure lei:
- Col piccolo problema che non sai n il russo n lo spagnolo. Non arriveresti nemmeno all'aeroporto, senza di me.
- Forse ci ha scelti proprio per questo. Siamo costretti a fare esattamente quello che dobbiamo fare.
- Gi. Quindi, andiamo avanti.

31.

La palestra gestita da Parascandolo si trovava in un luogo particolare.
L'accesso era in un vicolo subito sotto un'arteria trafficata, in prossimit di un semaforo, e il primo esercizio fisico consisteva nel riuscire a entrare superando il fiume di auto in perenne, lentissimo transito e un muro di scooter di tutte le cilindrate posteggiati sullo stretto marciapiede. Di Nardo e Lojacono furono anche sfortunati, poich per percorrere la viuzza di cinque metri che portava all'ingresso dovettero attendere il passaggio di un gruppo di turisti giapponesi cinguettanti e fotografanti, in fila per uno, e di due giunoniche matrone con carrozzina che infierivano contro il traffico pedonale di origine orientale con elaboratissime invettive in dialetto, incomprensibili all'ispettore ma capaci di strappare un risolino ad Alex.	"
La ragazza, riflett Lojacono, era allegra. Non si era prodotta in particolari espressioni di giubilo, non era il tipo, ma un paio di volte aveva esibito un lieve sorriso, come se ogni tanto le venisse in mente qualcosa di bello. Meglio cos, perch l'aria che tirava in sala agenti stava diventando pesante. Erano ormai tre giorni che il piccolo Dodo era sparito, e adesso avevano la certezza che si trattava di un rapimento. Romano e Aragona si stavano dando da fare, ma dalla vita del bambino non emergeva alcun fattore che potesse costituire indizio di rapimento. Ottavia e Pisanelli avevano scandagliato con passione il web e la rete di informatori, per non era emerso nulla di interessante. Il vicecommissario sperava di ricavare qualcosa di pi da un amico direttore di banca che sarebbe rientrato dalle ferie quella mattina, ma non si faceva troppe illusioni.
Lojacono era consapevole che per scoprire gli autori di un crimine, e di un rapimento in particolare, i primi giorni erano decisivi; se non veniva fuori niente, era difficile che in seguito si arrivasse a una soluzione del caso, a meno di un colpo di fortuna. Inoltre, la speranza che la vittima fosse ancora viva aggiungeva urgenza e un senso di crescente frustrazione alle indagini.
Non potendo essere d'aiuto in altro modo, Lojacono e Di Nardo erano tornati a occuparsi del furto subito dai Parascandolo. In attesa che la scientifica procedesse alle nuove rilevazioni promesse dalla Martone, valeva la pena farsi un giro per vedere come funzionava l'attivit di famiglia.
La stradina angusta in cui si trovava la palestra e il modesto ingresso erano in aperta contraddizione con le reali dimensioni dell'ambiente, che appariva moderno e illuminato. Una vasta sala, adibita a reception, dava su due corridoi dai quali proveniva il ritmo di una musica che aveva in tutta evidenza lo scopo di indurre a muoversi. Due culturisti erano impegnati in un'animata conversazione, e due sudatissime, attempate signore, strizzate in tute di qualche taglia in meno rispetto alle esigenze, cercavano di attirarne senza successo l'attenzione. Dietro il banco c'era una ragazza graziosa dall'aria gentile:
- Posso esservi utile?
Lojacono si qualific, provocando nella giovane un lieve rabbuiamento del viso, e chiese di Parascandolo.
- Il dottore non c', ma c' la signora. Prego, accomodatevi, la chiamo subito.
Alex e Lojacono si sedettero su un divanetto, e nell'attesa si godettero le schermaglie del quartetto di appassionati di fitness. I maschi discutevano con enfasi di una nuova macchina per i dorsali, le donne alzavano la voce e lanciavano sguardi in tralice che cadevano nel vuoto. Alex domand al collega se, secondo lui, non fosse il caso di avvertire i maschietti che le signore volevano attaccare discorso, cos magari quelle avrebbero cessato con le loro voci stridule. Prima che l'altro potesse rispondere entr nella stanza una preoccupatissima Susy Parascandolo.
Il vestitino del primo incontro era stato sostituito da un body fluorescente, che a Lojacono ricord l'evidenziatore verde usato da Marinella per segnare le pagine dei libri di scuola. L'abbigliamento era completato da un paio di scarpe in tinta che le regalavano almeno una dozzina di centimetri. Alex sbatt le palpebre, come ferita da una luce improvvisa.
L'ispettore si alz:
- Buongiorno, signora. Ci scusi se non abbiamo fissato un appuntamento.
La Parascandolo era tesa. Sbirciava attorno, come se temesse che da un momento all'altro arrivasse qualcuno.
- Figuratevi, ispetto', siete i benvenuti. Avete trovato qualcosa? Ci sono novit?
- Niente di rilevante. Abbiamo ricevuto un primo rapporto della polizia scientifica, e magari con qualche altra informazione da parte vostra...
- Va bene. Non qui, per: prego, andiamo in ufficio.
Mettendo in mostra con la sua andatura saltellante una delle parti del corpo sulla quale pi si era applicato il chirurgo estetico, li condusse in una stanzetta con una scrivania, davanti alla quale c'erano due sedie. Richiuse la porta con attenzione, e si sedette facendo segno ai poliziotti di accomodarsi.
Lojacono disse:
- Mi dispiace di interromperla qui al lavoro, ma volevamo sapere qualcosa di pi in merito a quello che i ladri hanno portato via. Avete avuto modo di controllare meglio?
- E che vi devo dire, ispetto'? Da quello che abbiamo visto si sono presi solo le cose che stavano in cassaforte, e l ci mette le mani mio marito, nessun altro.
Alex intervenne:
- Lui non c' adesso, vero?
- No, quello qua ci viene di rado. La palestra per lui  un investimento, ci sto io a dirigerla.
Alex insistette:
- Che attivit svolge, suo marito, se non viene in palestra?
Susy distolse lo sguardo, concentrandosi sulla parete:
- Ecco, mio marito ...  pensionato. Si occupa di gestire i beni della sua famiglia. Fa affari.
- Che genere di affari?
La donna si agit sulla sedia:
- Sentite, affari. Esce, torna, incontra persone: affari. Non lo so, non me lo dice. E poi, scusate, ma che c'entra questo con il furto? Mi pare che le indagini le state facendo su mio marito, voi.
Lojacono sollev le mani:
- No, signora. Stiamo solo cercando di capire il perch del furto, tutto qui. E cosa insolita che i ladri non portino via niente se non il contenuto della cassaforte. C'erano oggetti di valore: argento, gioielli, perfino un portafogli...
Prima che la donna potesse ribattere, la porta si spalanc ed entr un giovane culturista:
- Amo', senti, si  rotto un'altra volta il motore della sauna... Ooops, scusatemi, non sapevo che...
La reazione di Susy all'intempestiva entrata del ragazzo fu spettacolare: si alz di scatto, arross violentemente, poi sbianc, premendo il palmo delle mani sul piano della scrivania, e cos rest, imbarazzata. Alex pens che, aggiungendo il colore della tutina, tutto lo spettro dell'arcobaleno era stato visitato in un secondo.
- Marvin, cosa... ma non si bussa mai, qua dentro? Che maniere sono? Non vedi che ho una visita? Vai via, ne parliamo dopo, del motore della sauna!
Lojacono fu reattivo. Si alz anche lui e tese la mano:
- No, no, un attimo, prego. Siamo noi che dobbiamo scusarci per l'intrusione, signor...
Quello rest interdetto. Lanci a Susy uno sguardo che implorava aiuto e balbett il proprio nome stringendo la mano all'ispettore. Poteva avere venticinque anni; sul corpo scolpito indossava un paio di short e una canotta che mettevano in risalto la pelle abbronzata e depilata.
A Di Nardo venne in mente il torace di Aragona, anche se null'altro accomunava i due soggetti. A differenza del collega, il sunnominato Marvin pareva una pubblicit degli effetti positivi del fitness: i muscoli guizzanti e definiti, decorati da numerosi tatuaggi; i capelli biondi che incorniciavano un viso dai lineamenti perfetti. Se mi piacessero gli uomini, riflett Alex, sarei gi svenuta. Gli occhi, in compenso, vacui e inespressivi, tradivano un cervello poco efficiente. Marvin, o come si chiamava in realt, era di certo un cretino.
Susy riusc, alla fine, ad aprir bocca:
- Scusate, ispetto',  un nostro dipendente che... insomma, nulla che non si possa discutere dopo.
Lojacono la tranquillizz:
- No, signora, insisto. Siamo stati noi inopportuni. Qual  il suo nome, Marvin? Quello vero, intendo.
- Ecco... Mario Vincenzo Esposito, ispetto'. A servirvi. Lojacono fiss con intenzione i tatuaggi sull'avambraccio dell'uomo; quanti ne aveva visti, cos.
- E' molto che lavora qui?
La Parascandolo cerc di nuovo di intervenire: - Non capisco che c'entra... Lojacono la fredd con voce seria:
- Signora, qual  il problema? C' qualche motivo per cui non posso parlare col signor Esposito?
La donna si produsse in una precipitosa marcia indietro, lasciandosi cadere sulla sedia. Alex registr un nuovo veloce passaggio del colorito dal fucsia al grigio.
- No, no, quale problema. Fate pure.
- Grazie. Allora, Esposito, io sono Lojacono e la collega  Di Nardo, del commissariato di Pizzofalcone. Siamo qui perch, come forse sa, hanno rubato a casa della signora.
Ma mi dica di lei: da quanto lavora in palestra, e di che cosa si occupa?
Il tono freddo e formale confuse Marvin, che cerc di agganciare, senza riuscirci, gli occhi di Susy.
- Sono l'istruttore di pilates, e aiuto anche nella manutenzione degli attrezzi. Sto qui da sei mesi, pi o meno, ma figuro come apprendista. Non sono a posto, insomma.
Alex disse:
- Al nero, allora. E prima, dove lavorava?
Esposito sembr a sua volta molto interessato al piano della scrivania.
- Un po' qua e un po' l. Mi arrangiavo. Lojacono tagli corto:
- Esposito, appena torniamo in commissariato bastano cinque minuti al computer e sappiamo tutto quello che vogliamo sapere. Ci faciliti il compito, per cortesia.
- E va bene, stavo dentro. Una fesseria, e ho pagato. Perch, uno non pu tirare diritto, dopo aver sbagliato? Ti rimane il marchio addosso e qualsiasi cosa succede sono stato io? La veemenza della reazione non sorprese Lojacono:
- Nessuno sta dicendo questo. Stiamo solo facendo qualche domanda, per capire di pi su questo furto un po'... anomalo. Tutto qui. E perch era detenuto, per curiosit?
La domanda gener un silenzio pieno di imbarazzo. Alex fece uno sforzo per rimanere seria.
L'uomo alz lo sguardo:
- Furto in un appartamento.
Sulla via del ritorno, Di Nardo non la smetteva di ridacchiare per la scena a cui avevano appena assistito:
- Dico, ma ti rendi conto? Quello entra e chiama "amore " la vecchia proprio mentre ci siamo noi. Poi deve confessare che  appena uscito di galera, dove era finito proprio per il tipo di reato su cui stiamo indagando. Se non  sfiga questa... Nemmeno Paolino Paperino! Fantastico!
Lojacono guidava concentrato. Non avrebbe mai imparato a muoversi in auto in quella citt: bisognava esserci nati, o essere pazzi come Aragona.
- S,  stato sfortunato. Ma il fatto che sia pregiudicato non vuol dire niente. Mi pare pi interessante l'intimit con la nostra Susy. Quella donna  del tipo che non si rassegna al tempo che passa.
- Gi, un po' di carne fresca e si sente di nuovo giovane... Per la verit, non mi sento di biasimarla, visto il marito. A proposito, indagherei sulla sua vera attivit, la moglie mi  parsa troppo vaga. Pi ci penso, pi mi convinco che sotto c' qualcosa di strano.
Mentre tentava di evitare nello stesso tempo un frontale e un tamponamento, l'ispettore concord:
- S,  vero. Ed  anche vero che se la signora fosse coinvolta in modo diretto si spiegherebbero molte cose, per esempio il mancato inserimento del sistema d'allarme..
- E la mancata asportazione dell'argenteria. E probabile che il ladro sapesse cosa c'era in cassaforte, e che...
- ... e che quello che c'era in cassaforte arrivasse dalla vera attivit del marito. Insomma, il cerchio si stringe. Fra l'altro, una donna che osa mettere una tutina come quella deve per forza avere l'animo criminale.
Alex rise:
- E bravo, Loja'. Allora non  Aragona l'unico cabarettista di Pizzofalcone.

32.

Giorgio Pisanelli aveva ormai capito che il tumore non aveva, dal punto di vista delle manifestazioni, un andamento lineare. Almeno non nel suo caso. E pensava che la cosa fosse una vera fortuna.
Si sarebbe aspettato, con il progredire della malattia, che ogni giorno fosse peggiore del precedente e migliore del successivo. Invece c'erano momenti in cui ogni sintomo spariva, facendosi da parte come un ospite indesiderato che comprende di essere di troppo. Allora cresceva in lui una nuova euforia, che quel giorno era esaltata dall'aria dolce della primavera con la sua promessa d'estate.
Finito il giro di telefonate, e appreso quanto possibile della situazione economica e finanziaria ufficiale della famiglia Borrelli, Giorgio decise di far visita al suo amico direttore d'agenzia di una grande banca. C'erano notizie che non si potevano certo dire al telefono, e l'intesa fra loro era che la fonte delle informazioni non solo non sarebbe mai stata rivelata, ma che le informazioni stesse sarebbero state descritte in termini vaghi. Come semplici indicazioni.
Nel quartiere, Pisanelli era una figura molto amata. Non si tirava mai indietro se c'era da dare una mano, ed era onesto e retto: la sottile linea che separava la confidenza dalla collusione era per lui un limite invalicabile. Questo gli procurava il rispetto anche dei molti piccoli delinquenti che infestavano la zona, e di qualcuno di quelli grossi. Quando
poi il crimine si rivolgeva contro i pi indifesi, come gli anziani e i bambini, in tanti si rendevano disponibili con lui per dare una mano.
Come sempre, Giorgio e il suo amico si diedero appuntamento al bar coi tavolini non lontano dall'agenzia: meglio essere prudenti, ed evitare di incontrarsi in luoghi istituzionali. Si trattennero una mezz'ora, conversando della crisi economica, della situazione difficile del commercio e del ribasso dei prezzi immobiliari, e tra le pieghe Giorgio seppe ci che c'era da sapere in merito alla famiglia di Dodo, quello che non risultava dai file consultabili al computer. Ora il vicecommissario aveva qualcosa da riferire nella riunione in sala agenti convocata di l a un'ora.
Decise di utilizzare il tempo libero per controllare da lontano la signora Musella Maria, che aveva individuato quale possibile prossima vittima del killer dei depressi, come tra s e s chiamava l'assassino al quale dava la caccia. A quell'ora doveva essere in casa a preparare il pranzo, appena riemersa dalle nebbie degli psicofarmaci che prendeva per dormire: il farmacista gli aveva spiegato il dosaggio e gli effetti del medicinale, e ne era venuto fuori un vero e proprio orario del sonno e della veglia della donna. Giorgio aveva provato un brivido di angoscia nel riconoscere quella che era stata una lunga fase degli ultimi mesi della sua Carmen.
Sistematosi nel portone di fronte al palazzo in cui abitava la donna, guard l'orologio; l'indagine sulla scomparsa del bambino aveva messo a soqquadro l'intera organizzazione del lavoro, e lui non era riuscito nemmeno a ritornare alla parrocchia dell'Annunziata per le consuete due chiacchiere con Leonardo. Avrebbe voluto raccontargli del nuovo corso che aveva impresso alle indagini, della donna che stava seguendo, dei suoi ragionamenti: chiacchierare col frate dava ordine ai suoi pensieri, lo aiutava. E quella settimana, come gli aveva comunicato via Sms, avrebbe anche dovuto saltare il pranzo dal Gobbo. Magari era meglio cos, riflett; si sarebbe gustato di pi la sua sorpresa all'annuncio che aveva visto qualcuno far visita a una persona sola al mondo, e che c'erano elevate possibilit che questo qualcuno fosse il famoso assassino.
Perch Giorgio era sicuro che Musella Maria sarebbe stata la prossima vittima, e che lui, il vicecommissario Pisanelli, avrebbe colto sul fatto il killer dei depressi.
Poi, soltanto poi, avrebbe potuto abbandonarsi alla malattia. Aspettando il momento in cui avrebbe baciato di nuovo Carmen.

Frate Leonardo si affrettava, mulinando le corte gambe in salita verso casa di Maria Musella. Era in clamoroso ritardo rispetto alla tabella di marcia.
Non  mica una cosa facile, avrebbe detto, se avesse potuto. Bisogna aspettare il momento giusto, quello in cui il passaggio  maturo.
Il futuro angelo dev'essere stanco, svuotato di ogni desiderio, non solo avvilito o angosciato, che  uno stato momentaneo, transitorio, che pu preludere a una ripresa, a un rigurgito di attaccamento al mondo e alla vita. Dev'essere in quella condizione che fa dire a tutti: ecco,  successo, me l'aspettavo da un istante all'altro, avevo capito, avevo visto che non ce la faceva pi.
Poteva addirittura accadere, ed era stato cos almeno tre volte, a quanto ricordava, che nemmeno trovassero subito il cadavere. Erano i casi in cui si congratulava con s stesso per avere riconosciuto, oltre alla condizione della solitudine, anche quella della separazione dal resto della collettivit. Il suicida abbandonava un'esistenza che da tempo aveva abbandonato lui.
Lasciare a lungo una persona in quella situazione era il vero delitto, pensava Leonardo. Lasciare che un cuore deserto continuasse a battere, permettere alla carne di fare da zavorra a un'anima pronta al ricongiungimento col Padre che l'aveva generata.
Ormai la signora Musella non andava nemmeno pi in chiesa. Le pasticche la costringevano a un dormiveglia senza fine, e le poche ore di lucidit rappresentavano un ulteriore passo verso l'abisso. Ma Leonardo voleva parlarle, per capire se il suo stato mentale fosse causato dalla dipendenza dai medicinali o dalla reale perdita della voglia di vivere: doveva dissipare quest'ultimo dubbio per poter procedere.
Per il resto era preparato. Sapeva quante pillole erano necessarie per causare un sonno profondo e poi la morte senza provocare convulsioni e dolori atroci pur nell'incoscienza. Sapeva in quale stanza sarebbe stato opportuno farlo, in rapporto all'ora del giorno, per non causare sospetti. Conosceva e imitava alla perfezione la grafia della donna, in modo da scrivere un biglietto che non lasciasse dubbi sulle sue intenzioni.
Mancava solo la certezza che fosse pronta. Un'ultima visita, prima di quella decisiva.
Doveva far presto e arrivare prima di pranzo, altrimenti l'avrebbe trovata di nuovo addormentata. Camminando salutava i suoi fedeli, divertiti dall'immagine del piccolo frate da corsa che si recava a dare conforto a chi ne aveva bisogno.
Proprio quello che premeva a Leonardo, d'altronde.

Mentre attendeva, felice di non provare l'acuto stimolo a orinare della volta precedente, Giorgio rifletteva sulle sensazioni: non avrebbe saputo spiegare perch era certo che fosse proprio la Musella la vittima designata. Aveva letto che l'intuito non era che l'applicazione veloce delle conoscenze accumulate; che il cervello, a livello di subconscio, effettuava riscontri e confronti, associazioni e separazioni, e alla fine sceglieva, in tempi superveloci, la giusta ipotesi fra le tante. Se fosse vero, pens, allora sono stati gli anni di indagini, di errori e di testate contro il muro a partorire questa certezza. Tu, assassino, colpirai ancora e colpirai qui, proprio in quel portone che vedo di fronte a me, al secondo piano. Ti vedr entrare, salire e bussare. Attraverso la finestra vedr Musella Maria trascinare i piedi fino alla porta.
E dopo salir anche io e ti vedr in faccia.
Proprio mentre sentiva scorrere nelle vene l'adrenalina, mentre godeva per la completa sintonia di mente, corpo e cuore, mentre assaporava il gusto della conclusione della caccia, sent vibrare la tasca sinistra. La voce tesa e preoccupata di Palma gli comunic che la riunione era stata anticipata: Pisanelli doveva rientrare subito al commissariato.
Non fa niente, mormor il vicecommissario all'indirizzo della finestra al secondo piano. E' solo questione di tempo.
E si avvi.
Nell'attimo stesso in cui, dall'altra parte, spuntava la sagoma minuscola e affannata di frate Leonardo.


33.

Lojacono aveva promesso a Marinella di portarla a mangiare da Letizia, e aveva temuto che il prolungarsi della visita nella palestra dei Parascandolo gliel'avrebbe impedito. Non sarebbe stata una novit quella di dover annullare un piacere per dare la precedenza al lavoro.
La figlia era pi comprensiva della madre, che era capace di tenergli il broncio per giorni in caso di appuntamento mancato, ma proprio per questo gli pesava deluderla. Cos, approfittando del fatto che Palma li aveva lasciati liberi fino a dopo pranzo per una riunione di aggiornamento sul caso Borrelli, si era scapicollato alla trattoria, dove la ragazza lo aspettava davanti all'ingresso.
Il ristorante di Letizia era stato il primo che aveva conosciuto di quella strana citt, e in quasi due anni non aveva ancora trovato un posto dove si mangiasse meglio.
Ricordava bene la notte di pioggia in cui la solitudine lo aveva spinto in strada come un lupo. Era il periodo di massima tristezza, quando veniva tenuto ai margini nel commissariato di San Gaetano, dove era stato destinato; non aveva amici e nemmeno conoscenze, e nessuna voglia di chiacchierare o di riempirsi il frigo. L'insegna luminosa di Letizia era l'unica a brillare in quella serata da tregenda, e lui aveva infilato la porta pi per ripararsi che per cercare cibo.
L'odore celestiale del rag lo aveva colpito come un maglio, provocando l'immediata consapevolezza di un gorgogliante vuoto allo stomaco. Si era seduto al solo tavolo libero, quello vicino alla porta, che poi sarebbe diventato il suo, e aveva mangiato come mai avrebbe creduto di essere capace: a testa bassa, con i capelli bagnati che colavano sulla tovaglia, senza fermarsi fino a che sent che stava per scoppiare.
Da quella sera, per almeno tre o quattro volte alla settimana, era diventato ospite fisso della trattoria. Ci mise parecchio a capire che si trattava di un esercizio alla moda. Per cenare bisognava prenotare, e c'era una consistente lista d'attesa. Solo che, senza saperlo, Lojacono era "raccomandato"; il tavolino vicino alla porta era sempre libero ad attenderlo.
Questo perch Letizia, la proprietaria, cuoca, cantante e intrattenitrice del ristorante, aveva una cotta per lui.
Non che fosse alla ricerca di un uomo, sia chiaro; e nemmeno le mancavano i corteggiatori, attraente com'era. Aveva poco pi di quarant'anni, l'et in cui una donna si compie in modo perfetto e diventa consapevole della propria bellezza. Bruna, di gran seno e risata contagiosa, estroversa e accogliente ma non invadente, costituiva la seconda attrazione del locale dopo la cucina, che curava in prima persona nelle ore di felice applicazione precedenti l'apertura. Dopodich la lasciava tra le sapienti mani di due assistenti, che provvedevano alla costruzione dei piatti mentre lei si dedicava alla sala.
Gli uomini la guardavano muoversi morbida tra i tavoli, imbambolati di fronte a quell'ondeggiare discreto di forme e di sostanza; le donne non la percepivano come rivale, intuendo l'assenza di ogni civetteria nelle sue maniere cordiali; tutti erano affascinati dalla malia dei piatti tradizionali, interpretati in modo rigoroso con ricette e ingredienti antichi, e dalle serenate che era in grado di tirar fuori dalla chitarra quando, a fine serata, si prendeva una pausa e diventava ospite fra gli ospiti.
Sentimentalmente era, o sembrava essere, inattaccabile. Si sapeva che era vedova, anche se non parlava volentieri del passato, e che non aveva avuto figli; ma non si era a conoscenza di relazioni o fidanzati, sebbene paresse impossibile, ai maligni del quartiere, che una donna tanto sensuale non concedesse a nessuno di godere del proprio letto. Alle numerose avance rispondeva con una risata e una carezza, ma niente appuntamenti. Cos era stato per i dieci anni di costante ascesa della locanda, fino alla notte in cui la porta si era spalancata e l'acqua aveva trascinato dentro Lojacono Giuseppe da Montallegro, provincia di Agrigento, detto Peppuccio.
Non avrebbe saputo dire, Letizia, cosa le era scattato dentro. Fu una sensazione fisica, come la rottura di un argine o una frana. Sta di fatto che da quel momento gli occhi a mandorla, gli zigomi alti e i lisci capelli neri in perenne disordine del Cinese si erano accomodati al centro delle sue fantasie, risvegliando un erotismo che credeva sopito per sempre.
D'istinto gli si era avvicinata, e d'istinto lui le aveva aperto la stanza delle sue confidenze. .Per mesi era stata l'unica persona alla quale Lojacono avesse raccontato del suo paese, della famiglia, del lavoro e di quanto sentisse ostile e selvaggia quella citt in cui era stato incarcerato a cielo aperto. Lei l'aveva ascoltato e lo ascoltava, ricevendo e custodendo il suo malessere.
Pi di tutto, Peppuccio, come lo chiamava dal momento in cui gli aveva domandato con quale appellativo si rivolgesse a lui sua madre, gli aveva detto di sua figlia. Nelle parole stanche di tante sere aveva ricostruito i tratti della ragazza, le sue caratteristiche e peculiarit, immaginandosela come se l'avesse avuta li, nel ristorante; e nel sostegno che dava a quello che si ostinava a ritenere un nuovo amico, mancandole il coraggio di ammettere il sentimento che stava coltivando, batteva il cuore della madre che solo per avverse circostanze non era riuscita a essere.
Quando, poco pi di un mese prima, con un'espressione enigmatica, Lojacono era entrato nel ristorante dicendole che aveva una persona da presentarle, a Letizia era balzato il cuore in petto quasi attendesse quell'attimo da sempre. Immediata era stata l'intesa con Marinella. Quell'adolescente, in bilico tra la recente bambina che era stata e la splendida, luminosa donna che si avviava a essere, cos simile al padre e cos diversa, le era piaciuta subito. E alla ragazza era piaciuta lei, un incrocio tra un'amica e una madre che non percepiva come rivale, perch sentiva, in maniera oscura e imprecisa, che suo padre, pur volendole un gran bene, non provasse nei suoi confronti quei sentimenti dalla tinta torbida che le donne riconoscono all'istante. E all'istante, infatti, lei li aveva riconosciuti nell'occhiata imbarazzata che Lojacono aveva rivolto alla Piras la sera del suo arrivo.
Marinella era cos diventata una segreta alleata di Letizia. Tra un rag e una pastiera, divorando con la fame propria della sua et i piatti che la donna le metteva davanti, si perdeva in lunghe chiacchiere che escludevano il padre includendolo per come argomento, il tutto davanti a lui che si divertiva un mondo vedendo la figlia che si divertiva. Erano diventate amiche, Marinella e Letizia, e ora che la ragazza aveva imparato a spostarsi da sola in citt, andava a trovarla anche per conto suo, se Lojacono era trattenuto al lavoro.
Perci, quando lei e il padre entrarono nel ristorante, sospinti dalla tiepida aria del primo pomeriggio, tutti erano contenti e allegri: Letizia, che li aspettava con i migliori bucatini alla carbonara su ordinazione di Marinella; la ragazza, che non vedeva l'ora di raccontarle, appena il padre si fosse allontanato, dell'esito della spedizione esplorativa alla
ricerca dell'Universitario Fischiettante; Lojacono, ansioso di liberarsi per un paio d'ore del pensiero del bambino rapito.
Il locale era pieno di luce, e per una volta i clienti erano pochi: all'ora di pranzo l'affluenza era minore. Marinella abbracci e baci Letizia, che comment:
- Eccola, la mia ragazza. Allora, come va? Hai deciso o no di mollarlo, questo padre orso e noioso, e di venire a stare da me? Cos la sera ci facciamo belle e andiamo a caccia di uomini.
Lojacono fece una smorfia:
- Oh, ma te lo ricordi o no che siamo siciliani? Cento anni di film, modi di dire e romanzi niente ti hanno insegnato? Se la vedo con un uomo le spezzo le gambe in tre o quattro punti, cos la ingessano, la mettono in trazione e io sono sicuro che non pu muoversi di casa.
Marinella rise:
- Guarda che non sai quello che si pu fare, anche immobilizzati. Una mia compagna di scuola, a Palermo, mi ha raccontato di quando era caduta dalla moto e le avevano ingessato la gamba: una sera che i genitori erano usciti, il ragazzo  andato a trovarla e...
Lojacono spalanc la bocca fingendo orrore e le allung uno scapaccione che and a vuoto. I tre scoppiarono a ridere e il poliziotto pens, in un'illuminazione durata un lampo, che da molto tempo non si sentiva tanto leggero e felice.
Il cameriere port in tavola tre enormi piatti di bucatini fumanti, e proprio nel momento in cui Lojacono vi affondava dentro la forchetta, il suo cellulare, sul tavolo, squill.
Sul display lampeggiava il nome di Laura Piras.	.

34.

- Pronto?
- Pronto? Pronto, chi c' al telefono?
- Borrelli? Edoardo Borrelli?
- S, sono io. Tu sei quello che tiene mio nipote? - Tu zitto. Tu ascolta.
- No, ascoltami tu, figlio di puttana. Io ti ammazzo, capito? Ti ammazzo, e ti guardo morire lentamente, maledetto bastardo, ti...
Silenzio.
- Pronto? Pronto?
- Tu calmo? Se tu ancora parla, io stacco e non telefono ancora.
- Io... s, ho capito. Come sta mio nipote? - Lui bene.
- Ascolta, bastardo, se tu osi solo toccarlo... Silenzio.
- Pronto?
- Questa ultima chiamata. Tu zitto. Appena tu parla, io non chiamo ancora. Tu capito? - S. Mio nipote...
- Lui bene, ho detto. Adesso ascolta me. - Posso parlare con mio nipote? - No adesso. Ascolta me.
- Si. S, va bene.
- Se vuoi rivedere vivo tuo nipote, senza che gli succeda niente, devi procurare cinque milioni di euro in contanti. Tra un giorno riceverai una camo.. una comunicazione e saprai dove portarli. La comunicazione non sar tefelo... telefonica, quindi  inutile intrecc... intercettare. Se qualcosa va storto, se vediamo anche solo un poliziotto che passa per caso, tu non rivedi pi tuo nipote. Capito?
- Maledetto figlio di puttana, tu sei morto! Sei morto, capisci? Sei un morto che cammina, io ti trovo, io conosco gente che tu...
- Una giornata. Cinque milioni. Tu ultima volta che senti mia voce.
- Io ti trovo, bastardo! Io ti...
Silenzio.

35.

La registrazione cess con una forte scarica statica che lasci in eredit un silenzio solido. Tutti guardavano qualcosa, come se non volessero incrociare gli occhi dei colleghi, come se mantenere quell'orrore nella dimensione individuale potesse annullarne la concretezza.
La Piras fu la prima a spezzare l'incantesimo:
- Ha letto il messaggio anche stavolta. Si  pure impappinato.
Aragona tamburellava con le dita sulla scrivania:
- E' dell'Est. Una merda dell'Est: slavo, russo, sa il diavolo di dove. Ma  dell'Est.
Palma si allent la cravatta; la temperatura si stava alzando sotto i colpi del sole pomeridiano.
- Il fatto che legga, per, vuol dire che c' qualcuno che scrive. La situazione  pi complessa di quanto sembri. Ottavia, continuando a fissare il monitor, disse:
- Cinque milioni. Una bella cifra da mettere insieme in contanti, e in un giorno.
Alex, che guardava fuori dalla finestra, mormor:
- Se l'ha chiesta, vuol dire che sa che il vecchio pu procurarsela. E l'ha chiesta a lui, non ai genitori; sa che  Borrelli il vero interlocutore.
Lojacono assent, deciso:
- S. Questi sanno che il vecchio ha disponibilit immense,  chiaro. Purtroppo la cosa non restringe il campo, a quanto pare. Giorgio ce l'ha detto dal primo momento: tutta la citt sa che Borrelli  ricchissimo.
Laura ribatt:
- Ho gi provveduto al sequestro dei beni di tutti. Le banche hanno bloccato i conti correnti personali e societari. Tra padre e nonno abbiamo trovato sei o sette societ: sono delle piovre.
Romano, che fino ad allora se n'era stato in silenzio, disse:
- Parlando con il vecchio mi sono fatto l'idea che anche se sta su una sedia a rotelle, e sebbene sia fuori dai giochi da tanto tempo, abbia lo stesso qualche carta in mano. Insomma, quello che ha urlato al rapitore non mi pare campato in aria: Borrelli  un osso duro.
Palma annu:
- I rapitori non hanno molto tempo, devono concretizzare in fretta, altrimenti diventa difficile anche tenere nascosto il bambino. La questura, senza dare nell'occhio per non attirare l'attenzione dei media, sta battendo la periferia e ha attivato la rete degli informatori. Non possono averlo portato lontano.
Aragona storse il naso:
- Molto tempo non lo teniamo neppure noi, se  per questo. I giornali non sanno niente solo perch le suore della scuola hanno interesse che ci sia silenzio totale, ma prima o poi qualcuno si chieder che fine ha fatto la creatura.
Laura, a malincuore, dovette ammettere che Aragona aveva ragione:
- S,  vero. E mi dispiace, ma troviamo qualcosa di concreto entro breve, o l'indagine passer ai reparti speciali, a maggior ragione se la faccenda diventasse di dominio pubblico.
Romano ebbe un moto di rabbia:
- Noi stiamo facendo tutto quello che va fatto, mi pare. Non credo che gli altri abbiano la bacchetta magica.
La Piras lo blocc:
- Nessuno dice questo, Romano. Anzi, mi pare che sia voi due sia l'intera squadra stiate rispondendo benissimo. Per in questi casi la partita si gioca sul filo delle ore, e avere un maggior numero di uomini a disposizione potrebbe aiutare.
Tutti si voltarono verso Palma, aspettandosi una vigorosa difesa del lavoro della squadra. Il commissario invece disse, sconsolato:
- La priorit, in questi casi,  la salvezza del rapito. Noi, come diceva la dottoressa, stiamo facendo del nostro meglio e continueremo a farlo; ma dovremmo portare dei risultati, altrimenti il caso si raffredda. Se i reparti speciali possono garantire di meglio, non saremo noi a ingaggiare guerre di competenza sulla pelle di un bambino.
Dal fondo della sala, dov'era placidamente seduto, Pisanelli fece risuonare la sua voce pacata:
- Voglio proprio vedere, capo, come se le procurano certe informazioni, quelli dei reparti speciali. Perch a volte le vie delle notizie, sai, sono un po' carsiche, come si dice.
Aragona mormor:
- E che cazzo vuol dire, mo', carsiche?
- Sotterranee, ragazzo. Sotterranee. Premetto, dottoressa, si tratta di informazioni riservate, che per potrebbero servire a orientare le indagini. Non trattandosi di notizie di reato, mi permetter di tenere anonima la fonte. D'accordo?
Laura strinse gli occhi, e dopo un attimo di riflessione diede il suo responso.
- Terreno scivoloso, Pisanelli. Stia attento, ricordi che  un poliziotto. Ma data la situazione... ci racconti quello che ha saputo.
Giorgio mise in ordine alcuni foglietti, e cominci:
- Non tutte le persone che stanno intorno a Dodo hanno dei soldi, questo lo sappiamo. Il padre del bambino s,  un industriale d'assalto, di quelli settentrionali che si sono fatti da s. Per attivit nella regione non ne ha, a parte pochi approvvigionamenti di rottami. Nessun rapporto bancario. Ci sta che, vivendo il bambino con la madre, i rapitori non sappiano che Cerchia  ricco. Le cose cambiano per quanto riguarda il vecchio Borrelli.
Aragona si tolse gli occhiali:
- Senti, senti. Magari adesso viene fuori che il vecchio non tiene niente.
Pisanelli fece cenno di no:
- Anzi,  ancora pi ricco di quello che immaginavo. Il punto  che qui tiene solo il necessario e le ingenti rendite immobiliari che percepisce. Conti di transito, insomma. Periodicamente i saldi vengono azzerati, e la mia fonte alla domanda dove finiscono i soldi ha risposto: fuori. Manda tutto all'estero, insomma. Mi sa, dottoressa, che nel caso di Borrelli il suo pur tempestivo blocco dei beni non servir a granch.
La Piras ne era consapevole:
- Non ci contiamo mai molto. Vada avanti.
- Quindi, magari, la richiesta dei rapitori ha un senso, dopotutto. In Italia mettere insieme una somma come quella in contanti implicherebbe un tempo enorme; ma avendo i soldi oltreconfine, magari non lontanissimo...
Romano si agit:
- Questo in che cosa ci aiuta? Sapere chi e come pagher il riscatto non ci avvicina di un centimetro al bambino, e stiamo qui a chiacchierare di finanza mentre in questo momento...
Pisanelli alz la mano:
- Calma. Calma e sangue freddo. Con la rabbia non si va da nessuna parte. Non sono le uniche notizie che ho ottenuto nella mia passeggiata. Vi dicevo che non tutti stanno pieni di soldi, nella famiglia.
Palma disse:
- Vai avanti.
- Sappiamo che Scarano, il fidanzato di Eva Borrelli,  un artista. In realt  laureato in Architettura, ma dipinge. Ottavia intervenne:
- S, l'ho trovato in rete. Una decina d'anni fa pareva pure ben lanciato. Ha fatto una personale a Roma, una a Napoli e un'altra a Venezia, non alla Biennale. Poi per  sparito.
Pisanelli conferm:
- Esatto. Ha avuto una specie di esaurimento nervoso, e una volta che si  ripreso non  riuscito a tornare ai livelli di prima. Eva lo ha conosciuto a casa di amici e se n' innamorata quando era in crisi col padre del bambino, ma non si erano ancora lasciati. Lo ha rivisto dopo la separazione, per secondo me erano rimasti in contatto, e lo ha preso in casa.
Aragona sogghign:
- Cio campa alle sue spalle.
- In effetti si potrebbe dire cos. Solo che Eva vive con quello che le d il padre, in pratica la rendita di un paio di appartamenti cointestati a lui e a lei che vengono dall'eredit della madre. Soldi non  che ce ne siano molti, e Scarano, invece, di soldi ne assorbe.
Lojacono disse:
- Spiegati.
- Le carte. Un brutto giro, a casa di persone, un tavolo itinerante ma di professionisti. Insomma, Scarano gioca e perde. La mia fonte ha visto alcuni assegni con beneficiari pericolosi.
- E chi glieli paga, i debiti?
- Il vecchio Borrelli, e il bello  che lo fa senza passare dalla figlia. Forse le vuole bene pi di quanto dimostri, o forse non vuole che scoppi uno scandalo. Lei se lo porta ovunque, questo Scarano, e tutti, in societ, lo conoscono come il compagno di Eva Borrelli.
Romano ascoltava, attento:
- Interessante. Ecco uno che non solo non ha soldi, ma potrebbe anche averne molto bisogno.
Pisanelli cambi foglietto:
- Quello che  pi interessante  che di recente Scarano  stato in banca con la Peluso, la segretaria di Borrelli. La donna ha fatto un discorsetto al direttore davanti al povero Manuel, che se ne stava a testa bassa come un cane mazziato: ha detto che il cavaliere, con la copertura dell'ultimo assegno, cessava di supportare, per dir cos, le esigenze del nostro pittore, che d'ora in avanti avrebbe dovuto cavarsela da solo.
La Piras prendeva rapidi appunti su un foglio:
- Quindi cominciamo ad avere un profilo. Scarano conosceva i movimenti e gli orari del bambino, le sostanze di Borrelli, i recapiti telefonici e aveva pure bisogno di soldi. Mi pare abbastanza per scavare su di lui, no?
Pisanelli cambi di nuovo foglio.
- Piano, piano, dottoressa. C' ancora qualcosina. Non  soltanto Scarano ad avere goduto, diciamo cos, di nascosto dei soldi di Borrelli.
- E chi altro?
- La Peluso. A quanto ho capito  la donna di fiducia assoluta del vecchio che, soprattutto da quando  immobilizzato, si serve di lei per ogni questione amministrativa. La signora ha la procura totale su tutti i rapporti.
- Be'? Questo di per s non significa niente.
- No,  vero. Solo che, da un annetto circa, la Peluso ha cominciato a stornare qualche flusso. Una cosa fatta per bene, il direttore a stento se n' accorto, anche perch i movimenti erano all'interno di disposizioni collettive: pagamenti di stipendi, saldi di utenze, tasse e cos via. Ma siccome, come diceva Tot,  la somma che fa il totale, a un certo punto l'importo complessivo  diventato parecchio rilevante, e il direttore ne ha chiesto ragione alla signora. - La quale?
- La quale lo ha guardato con uno sguardo raggelante... Aragona rincar con forza:
- S, mi pare di vederla: tale e quale a Frau Blcher in Frankenstein Junior.
La Piras lo fulmin con un'occhiata. Il giovane agente sussurr:
- E pure la dottoressa non ci scherza, con lo sguardo raggelante.
Pisanelli riprese:
- ... e gli ha detto: sappia, direttore, che le banche con cui avere rapporti le scelgo io. E non so se mi sono spiegata. A quel punto lui ha alzato le mani e si  girato da un'altra parte.
La Piras domand:
- Ma non avrebbe dovuto denunciarla? E poi, a chi arrivano questi soldi?
- No, dottoressa, nessuna denuncia, perch i movimenti erano posti in essere attraverso la procura regolarmente rilasciata, quindi niente da eccepire. La Peluso firmava lei, e poteva farlo. I soldi finivano su un conto corrente di Salerno, di dove la Peluso  originaria. Belle somme, nell'ordine di un paio di centinaia di migliaia di euro in un anno. Dopo la discussione, per, gli accrediti sono finiti, e il lavoro con l'agenzia della banca  parecchio diminuito. Insomma, la signora si  attrezzata in altro modo.
Pisanelli tacque, rilassandosi sulla sedia con aria soddisfatta.
Ottavia tossicchi, richiamando l'attenzione:
- Un po' di ricerche le avevo fatte pure io. Peluso Carmela, nata a Serre in provincia di Salerno nel i1951, lavora con Borrelli dal '73, quindi era davvero una ragazzina. Ha svolto tutte le funzioni, da segretaria di una delle aziende a donna di fiducia e procuratrice speciale del vecchio, questo da almeno dieci anni. Ha una devozione assoluta nei confronti del suo capo, e ha fatto da cuscinetto tra padre e figlia dopo che la moglie  morta, in sostanza per proteggere lui da un nuovo dolore. Non le piacciono molto i bambini, e quando il piccolo Dodo, prima di andare a scuola, passava le giornate a casa del nonno, quest'ultimo ha dovuto assumere alcune governanti e baby-sitter per tenerlo, perch lei, non ne era in grado. E riservatissima, ma di recente ha confidato la sua preoccupazione per la salute del vecchio: teme di rimanere tagliata fuori da tutto quando lui morir, non avendo grande fiducia nella gratitudine di Eva, che definisce una stronza egoista.
Tutti la guardavano sorpresi. Palma riacquist per primo la parola:
- Ci sta pure questo, su internet?
Ottavia rise:
- No, certo che no. Cio, ci sono i dati personali e qualche foto. Ma la signora ha ceduto al fascino delle nuove tecnologie e si  fatta un profilo facebook rintracciando un paio di vecchie amiche del paese suo. Non  difficile superare le impostazioni sulla privacy, sapete.
Aragona si rimise gli occhiali:
- Quindi la vecchia strega si  preparata una bella liquidazione alle spalle del vecchio storpio. Interessante. Ma questo che c'entra col bambino? Io preferisco Scarano, il pittore sfigato e giocatore incallito pieno di debiti. Quella gente ti fa la pelle se sgarri, e la paura  un bel movente.
Palma si gratt la testa:
- Non lo so. E' anche vero che un ultimo buon colpo sistemerebbe la signora al di l di ogni ragionevole rischio.
La Piras si alz:
- Mi congratulo, non credo che altri nuclei avrebbero fatto un lavoro del genere. Signori, vi siete guadagnati un altro giorno, ci parlo io con il questore. Tenete alta la guardia, soprattutto sorvegliate gli scambi di informazioni tra i rapitori e il vecchio Borrelli. Non voglio che nessun riscatto venga pagato.

Lojacono si avvicin a Pisanelli:
- Giorgio, volevo farti i complimenti: riesci a ottenere pi tu in una passeggiata con caff che dieci agenti sotto copertura infiltrati in cosa nostra, e fidati, ne ho visti. Sono davvero colpito.
- Figurati, Loja'. E il mio quartiere, la mia citt: li conosco bene, e tu a casa tua faresti lo stesso.
- No, non credo. La gente di te si fida, e ha ragione: non avresti rivelato chi  il tuo amico nemmeno sotto tortura, e lui lo sa, perci parla con te. Sei una forza, davvero.
Pisanelli gli diede una pacca sulla spalla:
- Noi tutti siamo una forza, noi, i Bastardi di Pizzofalcone. Dovremmo registrare il marchio. Erano anni che non mi divertivo cos a venire al lavoro. Mi piacerebbe che tirassimo questo povero bimbo fuori dalle grinfie dei rapitori, per.
- Hai ragione,  una storia cos brutta che, a confronto, il furto in appartamento che stiamo seguendo Di Nardo e io pare una barzelletta. Avresti dovuto vedere stamattina in palestra la moglie del derubato; l'abbiamo beccata con un imbecille tatuato che fra l'altro  stato in carcere proprio per furto. Adesso dobbiamo incrociare i dati, ma crediamo che questo scombiccherato furto possa essere stato organizzato proprio dalla signora con l'aiuto del giovane amante.
Pisanelli assunse un'aria interessata:
- Scusa, ma come si chiama il derubato? Ha una palestra, hai detto?
- Parascandolo, si chiama. Ha una palestra proprio sotto...
-... il corso Vittorio Emanuele, certo. Tore. Tore Parascandolo, intendi. Uno con la faccia da bulldog e la voce sottile come quella di una bambina. E la moglie  una tutta siliconata e rifatta.
- Come lo sai?
- Lo so perch Tore 'o Bulldog  famoso in tutta la citt. Famosissimo.
- E come mai? .
- E uno strozzino, Loja'. Un grossissimo, stronzissimo ,
strozzino. E la palestra  la sua copertura. E una vita che gli stiamo appresso, ma  molto furbo. Non siamo mai riusciti a incastrarlo.

36.

Finita la riunione, appena la Piras si fu allontanata, Palma indirizz un cenno a Romano e Aragona perch lo seguissero nel suo ufficio. Quella fretta non gli era consueta.
Chiusa la porta, li fece sedere.
- Be'? Che ne pensate di queste nuove informazioni? Avete qualche idea?
Romano rispose:
- Capo, posso dirle in tutta franchezza quello che penso? Anche se non ho dati a supporto? - Certo.
- E' evidente che il rapitore, o i rapitori, hanno un basista, o un committente. Uno che conosce bene la situazione intricata della famiglia Borrelli, sa che il bambino vive con la madre e il suo compagno, e che questi non si occupano troppo di lui.
Aragona si intromise:
- Ed  evidente che quelli che lo tengono prigioniero sono stranieri. Tutti, non solo il telefonista. Palma e Romano si voltarono a guardarlo: - E perch?
- Altrimenti non avrebbero fatto fare la chiamata a uno con una voce cos riconoscibile. Avrebbero scelto un italiano, costringendoci ad allargare il campo.
Romano rest ammirato suo malgrado:
- Ha una sua logica.
Palma concord.
- S, ha una sua logica.
Romano riprese:
- Le ricerche di Ottavia e di Pisanelli hanno individuato due persone in possesso di un ottimo movente, anche se una mi pare averlo pi forte dell'altra. Scarano potrebbe essere sul serio nei guai, se  vero che Borrelli gli ha chiuso i rubinetti. Questo spiegherebbe come mai abbia accettato di dare lui la notizia al vecchio: forse sperava di ingraziarselo dimostrandosi sollecito.
Aragona intervenne di nuovo:
- Non sottovaluterei la strega. Magari voleva vendicarsi per i tanti anni passati a fargli da schiava senza avere in cambio la minima riconoscenza. Ti ricordo che l'ha trattata una chiavica pure davanti a noi. E poi il bambino non le piaceva, non lo teneva nemmeno quand'era piccolo. Oltre al fatto che considera Eva... Come ha detto Ottavia? Una stronza egoista. Insomma, mi pare una buona candidata pure lei.
Romano ammise:
- S, non si pu escludere. In ogni caso, abbiamo tempi stretti e dobbiamo seguire questo filo sottile. Continuare a muoversi in tutte le direzioni sarebbe come cercare un ago in un pagliaio. Del resto abbiamo scavato nella vita del bambino, e sappiamo che negli ultimi tempi non ha avuto contatti con gente diversa dal solito. Il suo ambiente  ristretto, a scuola la sorveglianza  rigida e lui non , dalle descrizioni che ne fanno tutti, il tipo che d confidenza agli estranei. Lo hanno preso nell'unico momento possibile, e Dodo conosceva la persona con la quale  andato via dal museo.
- Queste cose le abbiamo gi dette, e sono d'accordo che bisogna lavorare sul basista. Facciamo cos: li riuniamo tutti a casa del vecchio, che non si pu muovere, gli diciamo le cose come stanno e osserviamo le reazioni. A volte, a tirare un sasso nello stagno, dall'acqua viene fuori qualcosa.
Romano tent di accantonare i dubbi:
- Mi pare una mossa disperata, capo. Ma non mi viene in mente altro.
Aragona si massaggi le tempie:
- Avendo pi tempo potremmo sorvegliarli tutti, e aspettare che qualcuno si tradisca. Ma, dato come stanno le cose, sono d'accordo per la riunione di famiglia. Palma si alz:
- Va bene, allora. Fate qualche telefonata e datevi una rinfrescata. Ci andiamo stasera.
Laura si attard in cortile e ordin all'autista di attenderla. Poi si avvicin a Guida, la guardia alla porta:
- Mi faccia una cortesia, mi chiami l'ispettore Lojacono al telefono.
Guida scatt sull'attenti, sorprendendo Laura, e dopo una breve digitazione le pass la cornetta. La Piras disse, secca:
- Ti aspetto qui fuori in macchina. Fai presto. E si allontan.
Di l a un minuto, Guida vide Lojacono scendere le scale e decise di avventurarsi in un tentativo d'intesa:
- Ispetto', la dottoressa  andata con la macchina verso destra, la potete raggiungere l.
Lojacono si ferm e l'osserv senza espressione. L'agente, in preda a un crescente disagio, si irrigid sull'attenti e cominci a guardare fisso un punto imprecisato del cortile. Poi il Cinese disse:
- Guida, quando avr bisogno di un'indicazione, te la chieder. E soprattutto, quando avr bisogno che tu ti occupi della mia vita, eventualit che mi sento di escludere, ti far avere un'istruzione scritta. Nel frattempo, in estrema sintesi, fatti i cazzi tuoi.
- Signors, ispetto'.

Laura gli apr lo sportello e gli disse di entrare. L'autista non c'era.
- Gli ho detto di andarsi a prendersi un caff. Lungo, se no stanotte magari non dorme. Al volante  meglio di Aragona, ma tutti quelli che per un motivo o l'altro portano la macchina in questa citt sembrano pazzi.
- Concordo, oggi ho dovuto guidare e ancora mi tremano le ginocchia. Allora, che c'?
La Piras accavall le gambe:
- Perch, per parlare con te adesso ho bisogno di un motivo specifico? Comunque, volevo sapere a quattr'occhi che ne pensi di questa storia.
- Mah, i tempi sono stretti: il bambino  in mano a quella gente da tre giorni, anche se non credo abbiano interesse a fargli del male. Io cercherei nella famiglia, quello che hanno scoperto Ottavia e Pisanelli mi pare roba buona.
La Piras annu.
- Ho apprezzato che Palma abbia resistito alla tentazione di passarti il caso; in questo modo motiva gli altri. Ma avrei preferito che te ne fossi occupato tu, mi sarei sentita pi tranquilla.
- Non preoccuparti, Romano  uno tosto, e pure Aragona, sai,  molto meglio di quello che immagini. E ruvido, maleducato, ma  uno attento, e ha delle buone intuizioni. Poi hai visto, ne parliamo tutti insieme. E questa la forza del commissariato, la condivisione. Ed  merito di Palma.
- S, lo so. State facendo un ottimo lavoro. Per non esiste solo il lavoro.
Lojacono scoppi a ridere:
- Ma come, lo dici proprio tu che sei famosa per non mollare mai? Tu che passi per una specie di sacerdotessa della magistratura, una che al posto del cuore ha il codice penale?
Lojacono avrebbe ricordato a lungo la reazione della Piras, perch lo sorprese. Invece di ridere a sua volta, la donna serr le labbra in un'espressione di profonda sofferenza e cominci a piangere. Senza singhiozzi, senza gemiti: solo con le lacrime che le scorrevano lungo le guance.
- Laura, scusami... ma che ho detto? Era una battuta, Laura...
Lojacono avrebbe voluto scavare una fossa e seppellircisi dentro. Il pensiero di avere in qualche modo provocato quelle lacrime gli strinse lo stomaco.
Lei disse:
- Questo si dice di me? S, posso immaginarlo. Ed  vero. Lo  stato, almeno, e per cos tanto che ti sorprenderebbe scoprirlo. Quanto sia facile buttarla via, la vita, tu non te lo immagini nemmeno, ispettore Lojacono.
- Laura, io...
- E quando ti accorgi di averlo fatto, in mano non ti rimane niente. Proprio niente.
- Ascoltami, nessuno lo sa meglio di me che la vita si pu buttare via. Ma magari poi la vita ritorna e ti offre altre occasioni. Io... Laura, non piangere, ti prego. Non so parlare con le donne quando piangono. Non ce la faccio.
La Piras prese dalla borsa gli occhiali da sole, li inforc e si asciug le guance con le mani; a Lojacono ricord una bambina.
- Senti, io non posso permettermi di perdere tempo. Non pi. Non so fare la civetta con un uomo che mi piace, e nemmeno riesco a mettermi li buona ad aspettare; sono pi brava a gettare secchi d'acqua fredda sui deficienti che ci provano soltanto per poter dire che si sono fatti un'altra scopata.
Lojacono l'interruppe:
- Scusa, ma tu credi di non piacermi? Guarda che dalla prima volta che ti ho vista... Cazzo, neppure io ho pi l'et per certe cose. E non te le voglio dire qui, in una macchina fuori dal commissariato, mentre questi pazzi corrono per la strada come in un gran premio.
La Piras rimase immobile a osservarlo. Lui non le vedeva gli occhi, nascosti dietro le lenti scure; ma not che le lacrime non scendevano pi.
A voce bassa e dura, mantenendo le braccia conserte, la donna gli disse:
- Stai attento, Lojacono. Stai molto attento. Perch se provi a spezzarmi il cuore, mi ricordo di essere sarda e ti taglio la gola con una pattada. Sei avvertito.
- Guarda, dottoressa, che io sono siciliano. Sono abituato alle lupare. Ma non credo che ne avrai bisogno.
Le sfior le labbra con un rapido bacio e usc dall'auto, pieno di vita.

37.

Dodo fa la cacca in un vasino di plastica. Di quelli per i bambini piccoli, col manico di lato. Sopra c' un disegno di Hello Kitty, quindi  da femmine.
In un primo momento, per diverse ore, se l' tenuta. La pip l'ha fatta in un angolo, appena con l'alba  arrivata un po' di luce attraverso le fessure della lamiera, ma la cacca se l' tenuta. Poi, quando non ha pi resistito, ha usato il vaso da notte. Ha pensato che era carino che ci fosse il disegno di Hello Kitty, eppure gli ha sempre fatto schifo.
Insieme al vaso Mangiafuoco gli ha dato un rotolo di carta. Lui ne ha usata poca, per paura che poi non gliene desse pi. Una volta ha visto un telefilm in cui a un ragazzo tenuto prigioniero mancava la carta, e la cosa lo ha terrorizzato: la cacca puoi pure farla in terra, ma come ti pulisci, poi, se non hai la carta?
Il tempo passa lento. Dodo cerca di dormire, ma di notte anche con la coperta ha un po' di freddo, e ogni tanto si sveglia battendo i denti. Ha mal di gola, non ha voluto dirlo a Lena per non farla preoccupare. Povera Lena. Dodo ha sentito Mangiafuoco urlare nella sua lingua, e Lena gli rispondeva: forse sono dello stesso paese, anche se ricorda che Lena conosce diverse lingue. Gli raccontava che a scuola la obbligavano a studiare il russo, e che il tedesco l'ha imparato lavorando ad Amburgo per un anno.
Suor Beatrice, in classe, ha spiegato che in questo periodo ci sono spesso violenze sulle donne. Uno dei suoi compagni, Bastiani, che  ripetente, quindi  pi grande, sghignazzando in quel suo modo fastidioso ha detto che alcuni uomini costringono le donne a fare sesso contro la loro volont.
Lui non ha un'idea chiarissima di che cosa significhi fare sesso, ma gli pare una cosa piuttosto violenta. Teme che Mangiafuoco faccia questo, con Lena, e non vuole darle altri pensieri, perci non le ha detto niente della gola, della cacca e dei sofficini freddi che tanto adesso ha imparato a mangiare.
Dodo pensa che quando verr suo padre a prenderlo, alla testa dei poliziotti armati, dovr essere onesto e dire che Mangiafuoco gli ha dato il cibo, la coperta, l'acqua e perfino la Coca-Cola, oltre al vasino di Hello Kitty. Infondo non dev'essere cos terribile, se gli ha concesso tutte queste cose.
Ha sonno, adesso, Dodo. Sente caldo ma ha i brividi. Si copre e fantastica di salvare Mangiafuoco all'ultimo momento, mentre un poliziotto sta per sparargli alla testa.
Forse Mangiafuoco, pensa Dodo mentre scivola in un sonno di febbre e di stanchezza, ha dei bambini a casa sua. E forse i soldi che vuole dal nonno servono per dar da mangiare a questi bambini.
Il nonno, pensa Dodo. Povero nonno, vecchio e malato. Magari, per questa cosa che l'hanno preso, pap e nonno faranno la pace.
Sono i suoi eroi, il nonno e pap, pensa Dodo.
E si addormenta, con la gola in fiamme.

38.

Il badante del vecchio Borrelli guid Palma, Romano e Aragona lungo il corridoio e su per le scale, sempre immersi nella penombra. Ma non era pi una penombra ovattata: la casa sembrava carica di elettricit.
Nella sala c'erano tutti. Al centro, sulla sedia a rotelle, il patriarca, pallido e inespressivo; al suo fianco la Peluso, rigida, impettita, lo sguardo fermo come quello di una statua di cera. Eva era seduta su uno dei divani, il volto devastato dalla mancanza di sonno e dal dolore, le dita che torcevano il fazzoletto intriso di lacrime; accanto a lei, Scarano, gli occhi bassi, le teneva una mano sulla gamba. Alberto Cerchia faceva su e gi davanti alla parete di cristallo, ignorando lo spettacolare panorama notturno.
I poliziotti capirono che il loro arrivo aveva interrotto una discussione accesa, di cui si distinguevano le tracce come su un campo di battaglia.
Palma disse:
- Abbiamo voluto incontrarvi insieme per darvi conto dello stato delle indagini e dei provvedimenti adottati dal magistrato.
Eva domand con voce tremante:
- Commissario, avete notizie? Chi ha preso il mio bambino? Sono passati tre giorni... io non ce la faccio pi... Scarano le pass un braccio attorno alle spalle. Cerchia rugg:
- Che notizie vuoi che abbiano? Non riescono nemmeno a trovarsi fra loro, in questo casino di citt, figuriamoci se sanno trovare mio figlio. Siete buoni solo a bloccare i nostri conti correnti: mi ha chiamato il mio socio da Bergamo e mi ha detto che non possiamo effettuare i pagamenti. Questo sapete fare. Invece di...
Palma lo interruppe con fermezza:
- Dottor Cerchia, la invito a non esagerare. Capisco il suo stato d'animo, lo stato d'animo di tutti voi, ma alcune misure sono imposte dalla legge. Volevo appunto ricordarvi che le vostre disponibilit sono state bloccate, ma motivando le richieste di volta in volta potrete ottenere la parziale liberazione degli importi per effettuare pagamenti tramite le banche. Inoltre tutte le utenze telefoniche, anche quelle mobili, sono sottoposte a controllo e registrazione...
Cerchia scatt di nuovo:
- Come sarebbe a dire? Neanche i criminali fossimo noi! Siete degli incapaci!
Romano lo guard torvo:
- Cerchia, stia attento. Rivolgersi in questo modo a un commissario di polizia rischia di diventare reato.
L'uomo tacque con uno sforzo visibile, il viso contorto dalla rabbia. Anche su di lui la stanchezza e l'assenza di sonno avevano lasciato segni tangibili nella barba lunga e nell'abito stazzonato. I genitori di Dodo erano di nuovo uniti, ma dal dolore.
Il vecchio Borrelli parl, a voce bassa:
- Commissario, ci rendiamo conto. Ma se  venuto per informarci delle restrizioni che ci sono imposte, peraltro pi che prevedibili, poteva pure risparmiarsi la passeggiata.
- Ha ragione, cavaliere. In realt siamo qui per concordare con voi le prossime mosse. E stato richiesto un riscatto, e il rapitore ha precisato che le modalit dello scambio non saranno comunicate per via telefonica, perci dobbiamo essere certi che, nel momento in cui le istruzioni arriveranno, voi ci informerete subito.
Cerchia scoppi in una risata lugubre. Scarano disse:
- Mi scusi, commissario, ma come possiamo pagare il riscatto se avete bloccato i nostri beni?
Borrelli gli si rivolse sarcastico:
- E quali risorse avrebbero bloccato a te, imbecille? L'unico blocco delle risorse te l'ho fatto io, e lo sai. Taci e non ti intromettere.
Eva rispose:
- Pap, ma nemmeno in un momento come questo riesci a mostrare un po' di umanit? E mai possibile? Abbiamo appena finito di vomitarci accuse...
- Stai zitta anche tu. E' colpa tua se ci troviamo in questa situazione. Tu con le tue scelte assurde, con le tue...
Cerchia lo interruppe:
- E tu colpe non ne hai? O comandi o te ne freghi. E' sempre stato cos: quando non gestisci le persone come se fossero pupazzi, volti le spalle e lasci che facciano cazzate. Come tua figlia, che ha mollato me per mettersi con quest'essere inutile.
La Peluso si alz in piedi:
- Lei invece? Cosa ha fatto a parte tornarsene al Nord, fregandosene di suo figlio se non per un bonifico e una visitina ogni quindici giorni? Non mi pare sia nella posizione per criticare.
- Ma la smetta, lei, che  una cameriera o poco pi. Non dovrebbe nemmeno essere qui con noi della famiglia, adesso. Borrelli lo rintuzz:
- Smettila tu, idiota, in casa mia parla chi dico io. E poi  a me che quel bastardo ha chiesto i soldi, quindi sono io che decido cosa fare.
Scarano disse:
- Infatti, quello che conta  liberare Dodo. Quel povero bambino  in pericolo chiss dove, e noi stiamo qui a infangarci a vicenda...
Cerchia url:
- E mio figlio, stronzo! Mio figlio, non il tuo! Mio figlio, il mio Dodo, che ora  in mano a un paio di zingari di merda, in questa citt di merda, in chiss quale posto di merda... Eva scoppi a piangere, turandosi le orecchie: - Basta, basta! Non ce la faccio pi a sentirvi urlare! Scarano parl ancora, in tono pacato, come se Cerchia non lo avesse assalito:
- Commissario, siamo tutti sconvolti, lo vedete. E chiaro che non siamo in grado di elaborare una strategia comune. Forse dovremmo ascoltarla.
Borrelli concord:
- Ma s, ascoltiamo. Sentiamo che ci propone, il commissario.
Palma riprese:
- Come dicevo,  necessario che ci comunichiate se i rapitori vi contattano in qualche modo che noi non possiamo controllare.
La Peluso chiese:
- Anche se dovessero usare l'email o... Aragona rispose, secco: - Anche se le scrivono su facebook.
La donna arross, guardando di sfuggita il vecchio, che non se ne accorse. Palma continu:
- Le utenze telefoniche sono tutte sotto controllo, ripeto, quindi qualsiasi telefonata, sia in entrata sia in uscita, sar registrata: se vi indicheranno un numero da chiamare, noi lo sapremo. Lo sottolineo perch non vi venga la tentazione di fare accordi per conto vostro. Lo stesso vale per il traffico via internet.

La Peluso protest:
- Perci ficcherete il naso anche nei fatti nostri: affari, e questioni personali. E questo sarebbe un paese libero... Aragona la squadr:
- Cos libero che c' pure gente che rapisce un bambino, o mette i bastoni fra le ruote a chi lo vuole trovare. Troppo libero , 'sto paese.
Eva disse:
- Ma se questi... se queste persone ci facessero arrivare in qualche modo, che so, una lettera, un biglietto...
- E appunto per questo che siamo qui, signora. Dobbiamo essere certi che ci chiamerete subito. Cos potremo incastrarli e trovare Dodo.
Borrelli strinse gli occhi:
- E se se ne accorgono? Se si sentono braccati e fanno qualcosa al bambino? Corriamo il rischio di pagare e non...
Cerchia salt su, come caricato a molla:
- I soldi te li restituisco, stai tranquillo. Appena sbloccano i conti te li restituisco. Purtroppo non ho soldi all'estero perch sono uno stronzo che paga le tasse in Italia. E questi, per ringraziarmi, mi bloccano tutto.
Borrelli sibil:
- Non parlare a vanvera. Nessuno pagher niente, e se dovessimo farlo, cosa che per inciso, mi sono informato, non  reato, ce li prester qualcuno.
Romano intervenne:
- Cavaliere, pagare  pericoloso. I rapitori, coi soldi in mano, potrebbero decidere di liberarsi del bambino e... Eva gemette, come se avesse ricevuto una coltellata. Cerchia le si avvicin e le mise una mano sulla spalla, attirandosi un malevolo sguardo di Scarano.
Il padre di Dodo, a mascella serrata, disse:
- Non osi. Non osi nemmeno pensarlo, maledizione. Andr io a prendere mio figlio, e lo liberer, appena avr capito dove lo tengono. Non lascer che gli facciano del male, non lo permetter mai.
Romano replic, altrettanto fermo e duro:
- Anche noi vogliamo liberarlo. E siamo noi i professionisti. Se ne ricordi lei, ricordatevene tutti.
Palma affianc Romano:
- Proprio cos. Attenetevi alle nostre istruzioni e informateci all'istante di qualsiasi novit. Buonanotte.
Aragona, alzandosi dal divano sul quale si era stravaccato, disse:
- Vi lasciamo alla vostra bella riunione di famiglia. Speriamo di ritrovarvi vivi, con tutto il bene che vi volete.

Prima di entrare in macchina si fermarono a respirare. Palma disse:
- Dio mio, che ambiente. L'aria si tagliava col coltello. Speriamo che non facciano stupidaggini.
Romano era attonito:
- Mi sembra impossibile che possa esserci tanto astio fra persone che si sono volute bene. Ognuno  preso a coltivare la propria rabbia e il proprio odio verso gli altri, senza pensare al bene del bambino. Mi preoccupa Cerchia, il padre: l'ho visto davvero disperato. Odia cos tanto sia il vecchio sia Scarano che non so cosa potrebbe fare.
Aragona teneva le mani in tasca e ondeggiava sui talloni.
- A me sembrano tutti esseri inutili, l'unico furbo  Borrelli. Il vecchio pagher il riscatto, questo  certo, ed  certo che a noi non dir proprio niente. E convinto di avere la situazione sotto controllo. Dobbiamo solo sperare che, conciato com', si affidi alle persone giuste. Altrimenti, addio soldi e addio bambino.

Palma e Romano lo guardarono disgustati: - Ma come fai a essere cos cinico? Lui si mostr sorpreso:
- Perch, che ho detto?
Palma sed gli animi:
- Vabbe', va'. Mettiamo una macchina senza contrassegni qui in zona, casomai qualcuno venga a recapitare un messaggio. Andate a dormire, domani vi voglio presto in ufficio.

39.

- Ha la febbre alta. Sono entrato senza fare rumore, lo sentivo russare, e gli ho toccato la fronte.
- Ci credo. L dentro  pieno di spifferi. Di giorno ci fa un caldo terribile, ma di notte la temperatura cala di parecchio. Passami il vino.
- E che dovevamo fare, prendere una stanza in albergo? Io non conoscevo altri posti. Da quando sono arrivato in citt ho sempre lavorato qui, finch non hanno chiuso.
- Bisogner dargli degli antibiotici. Me li procuro io.
- Sono preoccupato. Deve darmi le istruzioni domani. Magari mi tocca andare da qualche parte e ci trovo la polizia che mi aspetta.
- Ma no, che dici? Non pu correre il rischio che ti prendano. Stai tranquillo, la tua sicurezza  la sua.
- Eh, facile parlare. Tanto quello che si presenter a ritirare i soldi sono io.
- Non dire cazzate, io sono pi esposta di te. Ricordati che il ragazzo mi conosce. Dovr sparire, cambiare nome, tagliarmi i capelli. E poi stai certo che non ti lascer solo per pi di un minuto. Non correr il rischio che tu scappi col malloppo.
- Con quello che guadagniamo da questa storia, in Brasile potrai pagarti un chirurgo che ti faccia diventare uguale a jennifer Lopez. Anche se a me piaci pure cos, con i capelli biondi.

- Non fare lo stronzo. Non  il momento di pensare a certe cose. Piuttosto, come funziona adesso? Quali sono gli appuntamenti?
- Mi chiamer al cellulare che mi ha dato e che non devo usare mai. Ha un'attenzione maniacale per tutto: non ha nemmeno voluto sapere dove siamo per non correre il rischio di tradirsi.
- E cosa ti dir?
- Quello che tu dovrai scrivere sul biglietto, perch tu conosci questa lingua stupida che parlano qui, e come e dove dovr portarlo io. Poi mi chiamer di nuovo per indicarmi il luogo in cui verr a prendere il bambino e la sua parte del riscatto.
- Sembra facile, cos. E quando dovrebbe chiamare?
- Qualsiasi momento  buono. Bisogna solo aspettare.
- Aspettiamo, allora. Tutto sommato hai ragione, nell'attesa possiamo anche divertirci un po'. Dammi dell'altro vino.

40.

Ottavia aveva un cane.
Per la verit il cane era di Riccardo, lei non l'avrebbe mai preso. In un appartamento di citt un cane che perde peli e sbava ovunque, come se fosse facile mantenere una casa pulita. Ma uno dei tanti medici che si erano avvicendati attorno all'irrisolvibile condizione del figlio aveva suggerito che un animale domestico poteva favorire il risveglio dell'attenzione, e tanto era bastato al suo sollecito, preciso, puntuale, infaticabile e insopportabile marito. Si era subito messo a indagare su internet, in biblioteca, nei negozi specializzati, quale fosse la razza pi adatta.
Il risultato era stato un placido e affettuosissimo esemplare di golden retriever fuori taglia, che l'aspettava la sera al suo ritorno, ansioso di piazzarle gli zamponi sulle spalle e passarle due etti di lingua ruvida sulla faccia. I cani, si dice, si scelgono loro il padrone all'interno del nucleo familiare, e Sid - nome mutuato da un film d'animazione molto amato da Riccardo - non aveva avuto esitazioni. Sebbene fosse stata l'unica a opporsi al suo ingresso in casa, sebbene Riccardo fosse il lavoro per il quale era stato assunto e sebbene Gaetano fosse assai pi attento nei suoi confronti, gi da cucciolo Sid aveva manifestato un incondizionato, assoluto amore per lei. E Ottavia, dopo un ostinato silenzio iniziale, a cui era seguita qualche ruvida carezza, aveva infine deciso di cedere alla sua corte.

Un piacevole effetto collaterale era che avocava a s il compito di portarlo fuori prima di andare a letto, e a volte, al ritorno dalla passeggiata, trovava il marito addormentato con gli occhiali sul naso e il libro sul torace, cos non doveva inventarsi qualche assurda scusa per respingerlo. Ancora.
Maggio, pens mentre percorreva la strada finalmente deserta. Le notti di maggio. Un motivo in pi per sentire l'aria addosso dopo una giornata chiusa in ufficio, nella metro, nella piscina dove Riccardo andava a nuotare. Non  certo aria quella che respiri negli intervalli mentre corri da un posto all'altro, in mezzo ai gas di scarico, all'odore acre della folla.
Questa invece s. Aria di una notte di maggio.
Sid annus un palo della luce e, dopo una breve riflessione, alz la zampa. La citt non sembrava pi la stessa, a quell'ora.
Ottavia si domand come fosse andata la visita di Palma e Romano e Aragona a casa del vecchio Borrelli. Qualcosa, in quella storia, non le quadrava. C'era un elemento di disordine, un'alterazione che non riusciva a individuare e che la infastidiva, come un disagio strisciante, un dolorino articolare che non emerge abbastanza per farsi curare ma fa male lo stesso.
Accarezz distrattamente Sid dietro l'orecchio e lui spazz l'aria con la coda, felice. Per uscire di casa aveva dovuto divincolarsi da Riccardo, che le si era appeso alla manica della giacca e non voleva lasciarla andare. Era difficile, certi giorni pi di altri. Il figlio tredicenne, chiuso nel suo mondo, non voleva interagire con lei, non voleva giocarci assieme, non pretendeva la sua attenzione: voleva che lei ci fosse, niente di pi. Ottavia doveva stare l e lui doveva sapere che c'era.
Come in galera. N pi n meno.
Cosa non andava nella vicenda di Dodo Borrelli? Cosa la turbava?
Aveva cercato su internet la storia di tutte le persone coinvolte. Tranne quella dei rapitori, ovvio, di loro non si sapeva niente... Ma davvero non si sapeva niente?
Sid cominci ad annusare in circolo, in modo rumoroso, e lei prepar sacchetto di plastica e paletta. Sper che i ragazzi avessero fatto dei passi avanti, da Borrelli. E che la sensazione che la tormentava si decidesse a emergere, rivelandole qualcosa.
Sarebbe piaciuto anche a lei andare dal vecchio. Pi in generale, avrebbe voluto qualche volta partecipare alle indagini in strada, agli appostamenti, agli interrogatori, ai confronti. Avrebbe voluto macinare chilometri, insomma, al posto di essere relegata in ufficio. Invece si sentiva un'evoluzione della vecchia segretaria, con il compito di fare ricerche sul web o di introdursi nelle pagine facebook della gente, com'era successo per la Peluso.
Pi di tutto, per, non avrebbe voluto riguardi. Non avrebbe voluto che qualcuno - non qualcuno, Palma - pensasse che la sua situazione, quella di una donna ultraquarantenne con un figlio gravemente autistico, fosse di ostacolo per il suo lavoro di poliziotta. Ma forse era gi tanto che il commissariato fosse ancora aperto, dopo quello che era successo, e che la gestione dei casi principali fosse condivisa, in maniera che ognuno si sentisse utile e attivo.
Sid manifest una regale indifferenza verso un gatto randagio che, su un muretto a qualche metro di distanza, si era fermato inarcando la schiena e rizzando il pelo. Bravo il mio ragazzo, pens Ottavia: non si d confidenza agli estranei.
Che tipo di estraneo era, per lei, il commissario? Che significava quel piacere nuovo nell'andare al lavoro la mattina? Per quale motivo era cos incosciente e folle, nella sua situazione, da sentir tremare qualcosa nello stomaco ogni volta che gli si avvicinava?
Sid, chiese a bassa voce nella notte, dimmelo tu quello che mi succede. Tu sei l'unico che sa come mi sento, lo capisco perch da un mese, ogni volta che torno a casa non ti stacchi da me di un centimetro, e la sera quando io guardo la televisione tu guardi me, come se fossi un film. Dimmi quello che pensi, dimmelo che si tratta di un rigurgito di adolescenza e che farei bene a ricordarmi chi sono in realt.
Il cane, come se avesse udito la domanda, distolse l'attenzione da un foglio di giornale svolazzante, rivolse a Ottavia gli occhi marroni e intelligenti, poi le diede un colpetto sulla gamba col muso. Lei lo accarezz di nuovo e gli sussurr: gi che ci sei, sai per caso cos' che mi gira in testa e non riesco ad afferrare in questa storia del rapimento? Se s, aiutami, perch sto impazzendo.

A una cinquantina di metri, in una macchina in sosta a luci e motore spenti, un uomo guardava la donna portare a spasso il cane. Gli sembrava uno spettacolo stupendo, migliore di qualsiasi altro.
L'uomo era il commissario Luigi Palma.
Aveva preso l'abitudine, quando usciva dall'ufficio e tornava nel suo monolocale da divorziato senza figli, di lasciar andare l'auto dove voleva, e quella puntualmente finiva col passare sotto il palazzo che corrispondeva a un certo indirizzo scritto sulla cartella personale di una certa vicesovrintendente. Forse alla sua macchina piaceva quella strada residenziale alberata e con poco traffico.
Si diede dell'idiota: chi voleva prendere in giro? La verit era che non riusciva a non pensare a quel viso, a quella figura elastica, alla linea di quel corpo che intravedeva muoversi davanti alla porta aperta del suo ufficio. E certe sere, quando le miserie umane gli si mostravano con maggiore evidenza, come nella triste rappresentazione a cui aveva assistito da Borrelli,
ci pensava ancora di pi. Non l'aveva mai incrociata, fino ad allora, e nemmeno avrebbe voluto. Gli bastava annusare la sua stessa aria, immaginarla felice con la famiglia, piena d'amore come certamente era per un figlio sfortunato e un marito che divideva cos tanto con lei. Quella sera, invece, l'aveva scorta da lontano, e subito aveva accostato. Era stato un gesto istintivo, non giustificato da nulla, anzi, ingiustificabile. Ma dopo una giornata come quella, col cuore pieno di un dolore sordo per un bambino segregato chiss dove e in chiss quali mani, non voleva andare a letto avendo negli occhi il triste spettacolo di una famiglia disfatta.
Aveva un cane, quindi. Non lo sapeva. Un bel cagnone biondo, dal pelo lungo e morbido, elegante. Come Ottavia, del resto, anche lei era morbida ed elegante.
La osserv chinarsi ad accarezzare l'animale. Da lontano pareva addirittura che gli stesse parlando; anche Palma aveva avuto un cane, da ragazzo, e di nascosto gli parlava sempre, sentendosi un po' stupido. A distanza, nel buio, le mand un bacio.
La vide tornare verso il portone, aprirlo ed entrare senza fretta, cos come andava via dall'ufficio la sera dopo avergli sorriso e avergli detto: buonasera, capo, vada a casa, mi raccomando. Lo diceva perch la mattina le era gi successo, arrivando per prima, di trovarlo addormentato sul divanetto, avendo fatto troppo tardi sulle scartoffie per tornarsene in quel minuscolo appartamento che gli metteva tanta tristezza addosso.
Attese ancora qualche minuto. La notte di maggio avvolgeva la strada in un profumo esotico, e gli sembr quasi che la dolcezza dell'aria gli annebbiasse lo sguardo.
Invece era un velo di lacrime e malinconia.

41.

Buio.
Al culmine della notte, c' il buio.
Dura poco, per fortuna. Forse solo cinque minuti, il tempo di qualche respiro e un po' di terrore, quando ci si affaccia sull'abisso.
Dura poco ma pu lasciare il segno, se si estende appena di pi, se riesce ad allungare le dita attraverso la solitudine. Il buio.

Hai freddo, mentre arranchi nel tuo sogno.
Vedi la strada che sale in montagna. Sei sulle spalle del tuo pap; la mamma ti tiene la mano e tu devi inclinarti di lato, perch il tuo pap  alto, la mamma no.
Hai freddo e vorresti fermarti, vorresti che tutto si fermasse nel momento del sogno, quando siete voi tre insieme, quando il resto del mondo non c' perch questa  la vostra ultima vacanza, e nel sogno lo sai, ma non puoi dirlo.
Li senti litigare, la notte, dalla tua cameretta. Senti le accuse che non capisci e ricorderai, parola per parola, spiegandoti una ragione alla volta, anno dopo anno, come mai  finita.
Arranchi con la gola in fiamme, le dita sudate che stringono il pupazzo per trarne fuori il coraggio che non possiedi. Nel sogno vi inseguono, te, la mamma e il tuo gigante. Vi insegue Mangiafuoco, ruggendo parole che non conosci; Manuel, con gli occhi rossi di rabbia; suor Angela, con la voce di vetro rotto;
Carmela, grigia come la morte; perfino il nonno, che ha messo il motore alla carrozzella. Vi inseguono e vi raggiungeranno alla fine della salita, se non correte tutti e tre.
Peccato per la gola e per la salita. Peccato non riuscire a correre di pi.
Peccato, per tutto questo buio.

Buio.
L'attimo della notte in cui le speranze spariscono, messe in fuga dal dolore di ci che accadr.
L'attimo della notte in cui il riposo si spezza in mille frammenti di nostalgia, per ricomporsi come un sudario nell'attesa fragile dell'alba.
Il buio.

Un po' di sonno agitato, e subito il sogno.
La piazza di Krivi Vir, i due poliziotti alle spalle. Fiato grosso, scarsa energia. Un grosso involto nelle mani: pesa tanto, non ce la fai a reggerlo.
Giri l'angolo, e invece delle case basse coi radi negozi c' subito il bosco. Sei contento, il bosco lo conosci, il bosco  tuo amico.
Senti i passi dietro di te, si arrestano: non hanno il coraggio di addentrarsi fra gli alberi. Forse sei salvo.
Solo che, all'improvviso,  notte. Una notte profonda. E l'involto nelle tue mani pesa ed  caldo. Sempre pi caldo.

Buio.
Non vedi niente, cazzo. Inciampi in una radice, per poco non ti cade quello che hai preso, ma lo reggi e ti rialzi. Le foglie ti accarezzano la faccia, fredde come le dita di una strega. I piedi affondano nella torba, senti l'umido addosso, sei bagnato di brina e di sudore.
Ti raggiunge il richiamo del tuo nome, la voce roca della legge. E il tuo respiro profondo, spezzato dalla corsa e dalla paura.

Buio. Non vedi niente, cazzo. E l'involto pesa, ed  caldo, sempre pi caldo tra le tue mani, e si muove, perfino. Che cos'? Non riesci a ricordare che cosa hai preso, perch ti inseguono.
Sbuchi in una radura e ancora non vedi niente, ma nei sogni  cos. Forse  la radura della grotta. La conosci, la grotta. Ci andavi da bambino coi tuoi amici. Forse  la grotta. Forse ce la fai.
Entri e ti ritrovi in fila al cantiere, a mendicare un posto. Ma sono tutti morti, grigi, in piedi coi vestiti strappati, gli occhi bianchi e i denti neri che stridono, come nei film di zombi che spegni subito il televisore, grande e grosso come sei.
L'involto adesso  troppo caldo, non puoi pi trattenerlo, lo lasci cadere fra i morti, nessuno si gira.	.
Dietro, sono molto dietro ma avanzano, i due poliziotti di Krivi Vir. Ti hanno seguito fin l, nel buio, al culmine della notte.
L'involto si apre ed  la testa del bambino, rovente per la febbre, coi vermi che escono dalle orecchie e dal naso, come tanti anni fa, quando nascondesti una testa rubata di maiale e l'andasti a riprendere dopo tre giorni. Ma il bambino ti guarda, coi vermi e tutto, e chiama il tuo nome, e i poliziotti lo sentono e ti hanno visto e arrivano, e tu non hai pi la forza di scappare.
Ti siedi, madido e terrorizzato, urlando nella notte. E nel buio.

Buio.
Fortuna che dura poco, il buio. Perch se durasse di pi impazziresti, profondo com' il pozzo in cui pu gettarti.
Fortuna che dura qualche secondo, il buio. Perch ha dentro tanti di quei fantasmi che ognuno di loro potrebbe trascinarti via per sempre, a passeggio nella follia in cui gli impiccati danzano appesi ai rami e dalla terra escono artigli che ti abbrancano le caviglie.
Fortuna che dura un attimo, il buio. Perch  quell'attimo che torna ogni notte, che non mantiene ricordi dolci e non sopporta speranze, immobile com' nel deserto popolato dai rimorsi e dalla certezza della punizione.
Guai a te, se nell'istante sottile del buio non starai dormendo. Perch allora ti porter via nella sua maledetta nebbia, per non farti tornare.

Il buio.
Senza dormire.
Ti chiedi se dormirai mai pi, anche quando sar finita. Magari per tutta la vita veglierai nella notte, gli occhi sbarrati nell'oscurit, inseguendo il barlume di un futuro.
Non capisci quello che accade. Non doveva andare cos.
Doveva essere una cosa facile, veloce, da cancellare in fretta come un incidente di percorso, un momento negativo.
Succedono, i momenti negativi. Capitano nella vita di chiunque. E passano, e la memoria li elimina, perch la memoria contiene l'istinto di conservazione del cuore, e cancella ci che non  lecito e opportuno ricordare. Questo era un momento negativo. Ce ne sono stati altri, no? E li hai superati, magari con qualche difficolt, ma li hai superati.
Mentre senti il cuore che batte, uno-due, uno-due, uno-due, tum-tum, tum-tum, tum-tum, pensi che devi aggrapparti alla speranza del futuro, pensi che la notte finisce. Prima o poi.
Non sai come fare, adesso. Non puoi pi chiamare. Hanno detto che i telefoni sono sotto controllo, che non c' modo di parlare con lui, con loro, senza che registrino la voce; e un attimo dopo te li ritroveresti l, e il momento negativo si estenderebbe a dismisura, sino a coprire l'intera esistenza. No, non puoi pi chiamare. E a loro hai dato istruzioni precise, inderogabili, insieme a quel telefono con la scheda: di rispondere soltanto al tuo numero, a nessun altro, per non correre rischi.

E non sai dove sono, non sai dove lo tengono. Non sai dove possano averlo portato, perch pensavi fosse meglio non saperlo, per non tradirsi.
Pensavi che sarebbe durata poco, che presto ogni cosa si sarebbe risolta. Il vecchio ha tanti di quei soldi che nemmeno se ne sarebbe accorto, il maledetto vecchio che ti ha rovinato la vita, che prima era la soluzione e poi  diventato il problema.
Il maledetto vecchio.
Mentre la notte ti circonda, avvolgendo le dita buie intorno al tuo cuore e stringendolo fin quasi a fermarlo, ti chiedi come farai adesso che non puoi chiamare. Speri che capiscano e che aspettino, con pazienza, senza angoscia.
Tanto l'angoscia  tutta per te, stanotte.
Stanotte che te ne stai a occhi sbarrati nel buio, aspettando un'alba che forse non arriver pi.
Nel buio.


42.

Marco Aragona aveva dormito davvero bene.
Per la verit era raro che non accadesse. Fin da bambino, appena appoggiava la testa sul cuscino cadeva svenuto e riposava a meraviglia, in attesa che la sveglia lo riportasse fuori dalla beatitudine del sonno.
Alzarsi non gli era pesato. Perch avrebbe dovuto?
Faceva il mestiere che aveva sempre desiderato, era operativo, ben inserito in una squadra di supereroi che stava restituendo al mittente la diffidenza da cui era circondata quando il commissariato era stato ricostituito. Era un Bastardo di Pizzofalcone: toglietevi il cappello quando passiamo noi, imbecilli. Aveva lavorato con Lojacono, quello che aveva scoperto il terribile Coccodrillo, e alla fine dell'indagine in cui avevano fatto coppia, il Cinese aveva detto al commissario che gran parte del merito per la soluzione del caso era suo, dell'agente scelto Marco Aragona. E ora indagava su un rapimento con Francesco Romano detto Hulk, una pentola a pressione sempre al massimo del vapore, una bomba innescata. Chi c'era, meglio di lui? Chi c'era meglio di Marco Aragona?
Dopo un'ultima rapida occhiata allo specchio, usc dalla sua camera al decimo piano dell'hotel. L'aspetto era molto importante. I film, i telefilm e i romanzi parlavano chiaro: un poliziotto si deve capire subito che  un duro, altrimenti i criminali se lo mangiano. Una giacca sportiva, la camicia sbottonata per far intuire l'abitudine all'aria aperta e all'esercizio fisico; le lenti azzurrate perch non si veda mai chiaramente l'espressione, un vantaggio che non bisogna concedere; i capelli col ciuffo, pettinati con cura sia per fornire il segno del vigore maschile sia per coprire quel maledetto, improvvido diradamento proprio in mezzo alla testa, come suo padre che era diventato calvo a quarant'anni, accidenti a lui; le scarpe con una zeppa all'interno, per guadagnare quei tre centimetri che possono rivelarsi fondamentali durante il confronto con un sospettato, occhi negli occhi e disgraziato chi li abbassa per primo.
Lungo il corridoio incroci la cameriera addetta alle stanze e le rivolse il suo miglior sorriso. Lo aveva studiato bene: un lieve inarcamento del sopracciglio, per far intendere che non era un saluto formale ma che la beneficiaria godeva della sua speciale attenzione, anche solo per quella frazione di secondo; il labbro superiore alzato per scoprire i denti bianchissimi, una preferenza per il lato destro ad accentuare la fossetta. Irresistibile, pens.
Ma guarda 'sto stronzo, pens la ragazza, avvilita all'idea di dover mettere ordine nel casino della sua stanza.
Lui si avvi verso le scale, che avrebbe percorso con brillante, elastica andatura fino al roof-garden, dove avrebbe consumato la colazione. Era il suo momento, l'attimo che dava un senso all'intera giornata: quello in cui avrebbe visto Irina, la donna della quale, in segreto, si era innamorato.
Be'? Che c'?, avrebbe detto al suo pubblico, se ne avesse avuto uno. Forse che un duro, spietato poliziotto, un eroe che dalla mattina alla sera combatte il crimine, un investigatore che soltanto per mantenere un profilo basso non umilia i colleghi con le vette del suo acume, uno cos, insomma, come lui, non deve avere dei sentimenti? Non ricordate forse, voi del pubblico, che in tutti i romanzi e in tutti i film lo spietato
poliziotto ha sempre un punto debole, una donna che svela come sotto quel solido torace batta un cuore?
Aragona era cotto. Si chiamava davvero Irina? Sapeva che era il nome scritto sulla targhetta civettuola appuntata all'altezza del meraviglioso petto: perch quell'angelo del paradiso era stato mandato in terra per servire la colazione agli ospiti sul terrazzo dell'albergo che, per pura fortuna, l'agente aveva scelto come dimora.
Oggi, riflett Aragona, gli di benevoli avevano anche ascoltato i suoi voti, regalandogli una bella giornata.
Per carit, nemmeno la pioggia era un dramma; nel caso, la colazione veniva servita al coperto e il panorama offerto agli ospiti era lo stesso notevole: cielo, mare e vulcano schiaffeggiati dalla furia degli elementi. Ma nulla poteva competere con la frizzante aria di maggio, lieve e profumata, con un sole ancora gentile che forniva tepore e luce alla romantica distesa di tetti davanti a lui.
Purtroppo, ma era un mero dettaglio, Aragona non era ancora riuscito a rivolgere la parola a Irina. Ogni volta gli si seccava la bocca, e quando aveva provato a chiederle un caff supplementare gli era uscito dalle labbra un orribile, rasposo borbottio che aveva mascherato con un colpo di tosse.
Sorriderle, per, le sorrideva. E soprattutto gli sorrideva lei, squarciando le nubi e illuminandogli la mattina con i suoi spettacolari occhi azzurri, con quei capelli e quella sottile, impalpabile peluria bionda che controluce lui distingueva sulla pelle delicatissima degli avambracci.
Abitare al Mediterraneo costava,  vero. E i tanti vantaggi erano mitigati da una certa mancanza di libert, nonch dalla telefonica inquietudine della mamma che gli rimproverava la sistemazione precaria. Ma vedere Irina che anticipava i suoi desideri, che gli preparava il piatto di uova strapazzate e bacon, colonna portante della sua colazione, era un motivo pi che sufficiente per restare. Il suo intuito di investigatore gli aveva fatto sagacemente rilevare che la ragazza non portava la fede, e che il corpo sinuoso, per fortuna di Aragona non troppo slanciato, non recava rigonfiamenti da cellulare. Sperava perci che non ci fosse un fidanzato, anche se immaginava che gli aspiranti tali esistessero, e numerosi.
Seduto al suo tavolino, scelto apposta perch baciato dal raggio del sole amico, Marco osservava la danza della ragazza tra brocche di latte di soia e zuppiere di yogurt naturale, mentre riforniva il ricco buffet. Era presto, e oltre a lui c'erano solo una coppia di rubizzi tedeschi, impegnati a ingozzarsi senza decenza, e un donnone settentrionale con due ragazzini pestiferi che tentavano di uccidersi con le forchette.
Irina lo guard e lui assunse l'espressione assorta, quella che preferiva, perch faceva molto segreto dolore, e per completare l'effetto fiss l'orizzonte lontano. Sensibile come certamente era, lei si sarebbe chiesta la ragione della sua sottile sofferenza, e avrebbe subito fatto proposito di rimediarvi. Con la coda dell'occhio e l'aumento della frequenza cardiaca, la vide avvicinarsi. Finse di non accorgersene finch lei, con la voce calda e bassa che tanto lo eccitava, gli disse:
- Caff?
Era l'unica parola che sino ad allora gli aveva rivolto. E lui ogni mattina rispondeva:
- Doppio ristretto in tazza grande, grazie.
La frase pi lunga possibile in merito a un caff.
E come ogni mattina lei gli sorrise, e come ogni mattina si allontan per esaudire il suo desiderio. In merito al caff.
Chiss da dove veniva, Irina. Chiss se si chiamava davvero cos o se invece era un diminutivo. E chiss dove abitava, se quando finiva il turno faceva altri lavori, se magari doveva percorrere zone a rischio di violenza o di rapina. Se aveva bisogno della protezione di un supereroe.
Riuscissi a parlarle, pens Aragona. Riuscissi a dirle due cazzo di parole che non siano caff doppio ristretto in tazza grande.
Irina continuava a volare fra i tre tavoli occupati, servendo soave cornetti e caffellatte; sorridendo a tutti ma, Marco ne era certo, a nessuno come a lui.
Lo sapeva, lo sentiva: piaceva a Irina come lei piaceva a lui.
Era solo questione di tempo. Erano destinati l'una all'altro. Uno dei ragazzini pestiferi si alz e, saltellando su un piede come un piccione zoppo, si avvicin alla ragazza:
- Me lo porti un altro cornetto? - Certo.
La peste insistette:
- Senti, mi dici di dove sei?
Aragona la vide inclinare il capo. Il sole gioc fra i suoi capelli, traendone una nuvola di polvere d'oro.
La ragazza accarezz il volto del bambino e disse:
- Montenegro. Vengo dal Montenegro, ma sono qui da molto tempo.
Doveva essere un luogo meraviglioso, il Montenegro, pens Marco, mentre assorbiva affascinato la nuova, fondamentale informazione. Creature del genere potevano venire solo dal paradiso.
- Cio, sei una zingara? - domand il piccolo, e Marco l'avrebbe lanciato dal roof-garden a testa in gi.
Irina rise, e fu una cascata di stelle la sua risata.
- No, non sono una zingara. Solo una slava del Sud. Finalmente la madre del bambino si accorse di quanto il figlio rompesse le balle all'umanit e, sollevato il grugno dal piatto di burro, marmellata e miele in cui stava grufolando, lo richiam. Irina torn al banco per prendere il caff di Aragona, ma prima, in modo inaspettato, si volt e gli scocc un'occhiata.

Il cuore di Marco si ferm: perch lo aveva guardato? Cosa aveva voluto comunicargli, con quello sguardo?
Forse aveva voluto fargli capire qualcosa. Forse la breve conversazione col bambino rompicoglioni era stata studiata a suo uso e consumo, perch sapesse qualcosa di lei.
Sospir, incantato, perso dietro un sogno.
Intanto, per, un tarlo gli si era insinuato in testa, costringendolo a ricordare il bambino rapito. Era stato il ragazzino che faceva le domande indiscrete? No. Era stato qualcos'altro, come una sagoma scura che passa sotto la superficie di uno stagno, veloce ma inequivocabile.
Cos'era? Che cosa aveva smosso la sua mente?
Sorridendo alla meravigliosa Irina, che controluce gli portava un caff doppio ristretto in tazza grande, l'agente scelto Marco Aragona cominci, nel suo inconscio, la giornata lavorativa.

43.

- Allora? Ancora niente?
- No.
- Il bambino ha sempre la febbre, anche se mi pare sia scesa un po'. Gli ho dato l'antibiotico.
- Gli passer. Di certo questo non  colpa nostra.
- S, ma aveva detto che non doveva succedergli niente... - Aveva detto pure che avrebbe chiamato dodici ore fa. - Avr avuto un contrattempo. - Un contrattempo di dodici ore. - Pensi che possa essere successo qualcosa? - Non ne voglio parlare. Chiamer. Aspettiamo.
- Che significa, non ne vuoi parlare? Che cosa dovrebbe essere successo?
- Niente. Chiamer.
- No, adesso mi dici perch sei preoccupato! Io ho dato un calcio alla mia vita, per ficcarmi in questa storia. Non deve succedere proprio niente!
- Stai calma. Ho detto che chiamer.
- E dall'alba che te ne stai seduto a bere e a guardare quel cazzo di telefonino sul tavolo, hai una faccia che fa paura e dici a me di stare calma?
- Chiamer, cazzo! Ho detto che bisogna aspettare, e aspetteremo! Vuoi mandare tutto a monte per una stupida telefonata che ritarda?

- E se... Mettiamo che abbiano capito, che qualcuno abbia scoperto tutto. Mettiamo che la polizia...
- Stai zitta, puttana! La polizia non ha capito niente, nessuno capir niente, e andr tutto bene, come da programma! - E allora perch non chiama?
- Chiamer. Vedrai che chiamer. Lo hai detto tu, no?
Avr avuto un contrattempo.
- E tu hai risposto: un contrattempo di dodici ore?
- Sentiamo, allora, che vorresti fare? Che vorresti che facessimo?
- Siamo a questo punto? Dobbiamo preparare un piano alternativo?
- Non ho detto questo.
- S che l'hai detto.
- Chiamer. Noi... noi abbiamo il bambino. Chiamer, per forza.
- Oppure arriver qui la polizia e ci sbatter dentro. E non usciremo mai pi. Lo sai cosa fanno a quelli come noi che prendono un bambino? E il loro terrore pi grande, siamo tutti zingari per loro...
- Stai zitta. Ti ho detto che chiamer.
- Perfino in galera non li lasciano in pace, quelli come noi. Ci mettono in isolamento, ci fanno...
- Cazzo, basta! Basta! Taci, maledetta! Mi hai cacciato tu in questo casino, e ora vieni a dirmi che invece di andare in Sudamerica a fare il nababbo mi tocca finire in galera! Che abbiamo sbagliato, noi? Abbiamo seguito le istruzioni alla lettera, siamo stati perfetti. Quindi l'accordo dev'essere rispettato, no?
- Guarda che alzare la voce con me non ti servir a niente. E quando ti ho proposto la cosa hai accettato subito, non ti ho messo una pistola alla tempia, perci non mi accusare. Dobbiamo cominciare a riflettere su come comportarci se non va tutto liscio. Incazzarsi e ubriacarsi non serve a niente.
- Chiamer. Chiamer. Si tratta solo di aspettare. - E pensare. Pensare in fretta. - Chiamer. Noi abbiamo il bambino, ricorda.
- Appunto. E' questa la cosa grave, pericolosa. Ricordati che sa chi sono, sa come mi chiamo.
- Stai zitta. Aspettiamo, ho detto. Chiamer. - Tu aspetta. Io penso.

44.

La telefonata arriv di prima mattina, improvvisa come tutte le cose attese con ansia.
Alex stava leggendo la cartella di Esposito Mario Vincenzo in arte Marvin, il tatuatissimo istruttore di pilates e probabile toyboy della signora Parascandolo. Una storia uguale ad altre mille in cui si era gi imbattuta. Scuola interrotta in prima media, qualche furtarello qua e l, il debutto da scippatore a quattordici anni, la prima esperienza in casa famiglia, di nuovo libero e di nuovo un reato, breve ma intensa permanenza in un carcere minorile, un po' di spaccio e infine il debutto nel grande crimine: un furto in appartamento, zona quartieri alti.
L'organizzazione sembrava decente: si erano calati dal penultimo piano, l'unico senza cancelli alle finestre, e si erano introdotti da un balcone. Peccato che nel palazzo di fronte un ex magistrato insonne fosse affacciato alla finestra del bagno, a fumare di nascosto dalla moglie.
Tre anni dopo, a seguito di un errore in qualche notifica e alla buona condotta, ecco Marvin di nuovo su piazza e intenzionato a rigare diritto. Per quanto possibile.
Il cellulare vibr sul tavolo proprio mentre stava richiudendo il fascicolo. Alex aveva memorizzato il numero col nome " Scientifica", in un patetico tentativo di mantenere il rapporto su un livello professionale, ma il cuore, inconsapevole della lodevole intenzione, le balz in gola.
Attese il terzo squillo, temendo e sperando in pari misura che si trattasse di un errore. Pisanelli si stava preparando a uscire; Ottavia, concentrata come sempre, digitava con furia sulla tastiera; Aragona e Lojacono conversavano a bassa voce sul caso del bambino. Decise di rispondere in corridoio.
- Pronto?
- Ciao. Ti disturbo?
- No, no, figurati. Sono in commissariato, ma sono uscita dalla stanza.
Cretina, pens. Sono una cretina. Che gliene frega, se sono uscita dalla stanza? E perch poi dovrei uscire dalla stanza per una telefonata di lavoro? Si rese anche conto di avere dato del tu a un primo dirigente senza chiedere il permesso.
Cerc di rimediare:
- Mi scusi, dottoressa, le ho dato del tu senza ricordare...
La Martone rise. Dio, che bella risata aveva.
- Ma di, certo che devi darmi del tu. E mi fa piacere che tu ti sia allontanata per parlare con me.
Ecco, l'aveva notato, figuriamoci. Cercando di recuperare terreno, Alex disse con tono impeccabile:
- Dimmi pure.
- S, dico a te, poi magari tu riferisci a Lojacono, va bene? Allora, come vi avevo anticipato ho ordinato una seconda ricognizione, pi approfondita, nell'appartamento dei Parascandolo. E abbiamo fatto bingo. In alcuni ambienti, soprattutto il bagno e la camera da letto, abbiamo trovato impronte parziali e intere che non appartengono n alla coppia n alla cameriera. E la cosa fantastica  che queste impronte sono archiviate. Appartengono a un pregiudicato che risponde al nome di...
- Esposito Mario Vincenzo, nato in citt il 16 marzo del 1987, condannato per furto in appartamento nel 2009, a piede libero dal febbraio dell'anno scorso.

La Martone sembr delusa:
- Lo sapete gi? E come ci siete arrivati?
- Diciamo per una circostanza casuale. Ma davvero ci sono le impronte? Insomma, Esposito ha lasciato tracce ovunque tranne che sulla cassaforte che ha scassinato?
- Sembrerebbe di s, a un primo sguardo. Ma queste che abbiamo trovato risalgono a un periodo antecedente il furto. Esposito frequenta la casa, in maniera abbastanza... intima.
- Cio?
- Alcune impronte sono sulla testiera del letto; bilaterali, peraltro. E quindi presumibile che il nostro pregiudicato, prima di andare in bagno, abbia abbrancato con tutte e due le mani la parte superiore del giaciglio coniugale. E con forza, a giudicare da come le impronte sono rimaste impresse sul legno.
La Di Nardo riflett. E intanto rispose a un cenno di saluto di Romano, che stava rientrando.
- S, in effetti sospettiamo sia l'amante della Parascandolo. Rosaria ridacchi:
- Be', potrebbe anche essere l'amante di lui, a giudicare dalla probabile posizione.
L'esplicito riferimento a un rapporto omosessuale colp Alex, che sent lo stomaco fare una capriola.
- No, no, siamo abbastanza sicuri che la relazione sia con la donna.
Di nuovo la Martone rise:
- Scherzavo, Di Nardo. Stavo solo scherzando. Comunque adesso avete i vostri riscontri. Esposito non pu negare di essere stato l, e con i suoi precedenti non ci metterete molto a incastrarlo.
- Si, anche se bisogna capire il coinvolgimento della donna: se lui l'ha messa in mezzo o se ha organizzato lei stessa il furto insieme col ragazzo.
- Certo.
La conversazione era conclusa. Alex si domand se avrebbe dovuto salutare formalmente o con confidenza, e nel dubbio stette zitta. Anche Rosaria taceva.
Alla fine la dirigente disse, con voce bassa: - Hai ricevuto il mio messaggio, ieri, vero? La bocca di Alex si asciug all'istante. - Si. L'ho ricevuto.
- Ma non hai risposto.
Doveva farle sapere quale sensazione di assurda felicit le aveva procurato quel messaggio. Doveva dirle che aveva passato la notte a fissare il soffitto, fantasticando sul meraviglioso corpo che aveva intuito sotto il camice.
- No. Ma io... io sono stata molto contenta. Molto. Di nuovo silenzio. Poi:
- Io lo so chi sei, Di Nardo. L'ho capito appena abbiamo incrociato gli occhi. E tu sai chi sono io. Mi sbaglio?
Alex avrebbe dato tutto lo stipendio per un bicchiere d'acqua. Ottavia, che stava attraversando il corridoio per andare in bagno, la guard perplessa. Tutto bene?, mim con la bocca. La ragazza fece ok con la mano, ma non pot
impedirsi di arrossire.
- E' vero. S,  vero,  cos. Ma io... io non lo dico, ecco.
E una cosa che tengo per me.
Ma era impazzita? Stava confidando a una sconosciuta, al telefono, quello che non avrebbe ammesso con nessun altro, nemmeno sotto tortura.
La Martone replic con velata dolcezza:
- Lo so. Lo capisco. Pure io non metto i manifesti. E difficile, a volte. Ma certe sensazioni, certi sguardi, sono rari, sai. Rarissimi. E non  giusto perderli. Tutto qui. Per questo ti ho mandato quel messaggio. Alex si sent sollevata.
- Grazie. Grazie per il messaggio, per questa telefonata. Per tutto.
- Non te la cavi cos, lo sai, agente Di Nardo. Mi devi perlomeno una pizza. Ti chiamo una di queste sere.
- S. Una di queste sere. Ma offro io. Mi conviene tenerti buona, sei pur sempre una dirigente.
- Sono sicura che troverai il modo di tenermi buona. Un bacio, a presto.

45.

Quella mattina, prima di uscire di casa, Giorgio Pisanelli aveva parlato a lungo con Carmen. Lo faceva sempre, con le dovute cautele. Accendeva lo stereo e metteva su una delle sinfonie di Mozart o Cajkovskij che le piacevano tanto, cos i vicini di casa non avrebbero pensato che la solitudine lo aveva fatto impazzire. Apriva poi la porta della stanza da letto, dove immaginava ci fosse lei ad ascoltarlo, e conversava con la moglie come se fosse ancora viva. Certo, non alzava la voce per farsi sentire, e non tornava ogni cinque minuti ad assicurarsi che riposasse tranquilla, come quasi sempre negli ultimi mesi: parlava a voce bassa. Qualche vantaggio ci sar a essere dall'altra parte.
Le aveva raccontato della signora Musella Maria, del perch avesse individuato proprio lei come futura vittima tra le tante possibili. Ti sorprenderebbe, amore mio, sapere quanta gente nel quartiere fa uso di psicofarmaci. Sono il contrario dei tranquillanti che prendevi tu per non soffrire, ricordi? Oddio, non esattamente il contrario, perch anche questi, alla fine, ti fanno dormire. Infatti la signora Musella dorme moltissimo, e i momenti in cui  a rischio sono pochi.
Questa, le aveva detto,  la mia grande intuizione: prevenire, cercare di capire dove lui colpir. Inutile tentare di dimostrare che quei finti suicidi sono in realt omicidi, ho dovuto rinunciarci. Perch sai, amore mio, quello lavora bene,  furbo come una volpe. Non si tradisce, non usa mai lo stesso metodo. E bravo.
Come faccio a essere sicuro che si tratti di omicidi, dici? Te l'ho spiegato mille volte, amore mio: lo so e basta. Quella  gente che non ha la forza di vivere, ma non ha deciso di morire. Non come te, che non ce la facevi pi, che non sopportavi il dolore. Non come te.
Allora io, visto che tutti mi trattano con condiscendenza e pensano che sia solo un vecchio rimbambito, mi sono concentrato su una possibile vittima, e ho individuato il soggetto che ha raggiunto il livello massimo di dipendenza dai farmaci tra quanti abitano in prossimit della principale farmacia del quartiere. Da qualcuno bisogna pur cominciare.
Salutata Carmen con un bacio in punta di dita, era passato dall'ufficio per vedere che aria tirasse. Palma, Romano e Aragona lo avevano aggiornato sull'incontro con la famiglia Borrelli della sera prima. Che brutta storia: certe disgrazie dovrebbero ricongiungere le persone, farle stringere l'una all'altra per affrontare il comune dolore, invece spesso succede il contrario. Anche la morte di Carmen aveva scavato un abisso tra lui e il figlio Lorenzo. La telefonata che si facevano ogni tre giorni era diventata quasi una timbratura del cartellino, il flebile contatto tra due persone unite solo da un dolce ricordo.
Aveva scambiato altre quattro chiacchiere col Cinese a proposito di Tore 'o Bulldog, lo strozzino. Personaggio interessante, Tore, a suo modo un imprenditore moderno, che aveva fatto uscire la vecchia pratica dell'usura dagli angusti limiti del quartiere. Metteva in piedi vere e proprie joint venture con dei colleghi di fuori, operazioni in pool e investimenti incrociati. Il vicecommissario aveva spiegato a Lojacono che indagavano su Parascandolo da anni, ma proprio il fatto che la maggior parte dei suoi guadagni derivasse da prestiti a strozzo effettuati in altre regioni gli aveva permesso di farla franca. Se ho rapporti di fornitura con certi imprenditori, aveva spiegato con la sua vocina stridula a un magistrato che lo aveva interrogato, non posso sapere chi  che gira loro gli assegni. Cos tutti gli strozzati cisalpini finivano in maniera anonima sul conto di Tore, e i suoi chiss dove, con buona pace delle banche conniventi.
Gli piaceva, Lojacono. E pi in generale gli piaceva il clima che si respirava in commissariato dopo la rifondazione. C'era una sana voglia di rivincita, il piacere di essere di nuovo sulla breccia, e Palma utilizzava ognuno secondo le proprie caratteristiche; incluso Aragona, che pareva inutilizzabile.
Ebbe l'impressione che le rughe che gli segnavano la fronte si distendessero, al pensiero del ragazzo. C'era qualcosa di buono, in lui, ne era sicuro. Certo, bisognava cercare bene.
Lasci l'ufficio, nell'aria di maggio inebriante che gli sembr piena di bollicine come un prosecco. Era determinato e pieno di speranze come non gli succedeva da tempo. Erano anni che lavorava al mistero dei suicid, ma per la prima volta sentiva vicina la soluzione.
A nemmeno cento metri da casa Musella, Giorgio Pisanelli fece un piacevole incontro.
E la soluzione sfum nell'aria, ingannevole e fragile come il profumo dei fiori in primavera.

Frate Leonardo si affrettava in salita, per la seconda volta in due giorni. Aveva premura, e di li a poco sarebbe stato parecchio irritato dal dover cambiare programma.
La signora Maria, che era gi pronta per andare incontro al proprio fortunato destino, diventando anzitempo, e per mano sua, un angelo del Signore, sarebbe dovuta uscire dal novero dei suoi assistiti. Tanta fatica, ore di parole e di ragionamenti nel fresco odoroso d'incenso della parrocchia, attenti studi sui dosaggi dei medicinali, tutto andato in fumo. La testarda ostinazione del suo amico Giorgio rischiava di diventare fastidiosa.
Eppure, si rincuor, doveva essere contento, perch aveva davvero corso un bel rischio; se l'amico poliziotto l'avesse visto entrare in casa della Musella e venirne fuori, e poi la donna fosse stata rinvenuta cadavere per overdose di farmaci con tanto di biglietto d'addio, che per inciso teneva ancora nella tasca del saio, sarebbe stato difficile fornire delle spiegazioni. Non impossibile, ma difficile.
A testimonianza tuttavia della sacralit della sua missione, il Signore aveva inteso aiutarlo ritardando l'arrivo di Giorgio, o anticipando il suo, di un paio di minuti: facendo s che si incontrassero ad appena un centinaio di metri da casa Musella. L'amico, felice, lo aveva trascinato in un bar per offrirgli il caff e raccontargli la sua strampalata ma esatta teoria. E quanto fosse esatta, nessuno pi di Leonardo poteva saperlo.
Il piccolo frate si era potuto esibire nella solita, compassionevole espressione, mostrando al poliziotto la partecipazione affettuosa al suo assillo. Peccato, perch era bello vederlo allegro e sicuro di essere nel giusto, di avere infine capito tutto, nell'aria lieta di quel mattino di maggio. Ebbe quasi la tentazione di somministrare lo stesso alla cara signora Maria il contenuto del flacone che aveva con s.
Ma lui, frate Leonardo Calisi, parroco della Santissima Annunziata e superiore dell'annesso convento, aveva un sacro compito da portare avanti, e non poteva disattenderlo solo per fare felice un amico, ancorch fraterno. Cos, augurandogli ogni bene, e che le sue tristi previsioni non si avverassero, se n'era andato per la sua strada.
E ora? Se il Signore, nella Sua infinita saggezza, aveva concesso un supplemento di inutile esistenza alla cara Maria, di sicuro aveva voluto fargli capire qualcosa. Ma che cosa? Quella sera stessa si era raccolto in preghiera nel chiostro, annusando la freschezza dei fiori che nel giardino si aprivano a una nuova vita e alla primavera, e come sempre Dio lo aveva illuminato comunicandogli il Suo volere. Il compito che ora gli era assegnato riguardava Emilio D'Anna, fedele della parrocchia e insegnante in pensione, colpito duramente dalla perdita della moglie e dall'indifferenza dei figli, che lo sopportavano a stento e si facevano addirittura negare al telefono.
S, il Signore aveva risposto. E il suo suggerimento era stato che il povero D'Anna cominciasse a chiedersi, opportunamente guidato: ma che senso ha la mia vita? Perch costringermi a lunghi anni di solitudine e silenzio, soltanto perch il cuore continua con ottusit a battere?
Non c'era dubbio: Leonardo doveva incrementare le sue visite presso il povero Emilio. E fu da lui che si diresse - mulinando le gambette, con il saio lievemente sollevato per non inciampare - il pio frate il pomeriggio successivo.
Gioendo tra s nella fresca aria di maggio, a maggior gloria di Dio.

46.

Dodo ha di nuovo la febbre, e pensa a sua madre.
Di solito pensa al suo pap, ma adesso che la gola urla il dolore e il corpo  scosso dai brividi vorrebbe essere con la mamma coricata al suo fianco, nel lettino.
E cos che fa, la mamma. Quando si accorge che sta poco bene, o che  triste, si corica vicino a lui e gli accarezza i capelli; ogni tanto gli appoggia le labbra sulla fronte, un gesto a met tra un bacio e un modo per tenere la temperatura sotto controllo.
Se ne accorge da sola se qualcosa non va, perch lui non glielo direbbe mai. Andare dalla mamma a lamentarsi  una cosa da piccoli, da bambini che non diventeranno mai grandi; ma lei se ne accorge subito, le basta uno sguardo, e allora si corica vicino a Dodo e gli accarezza la testa. Non gli parla, non gli racconta storie come il pap, che gli fa spalancare gli occhi e trattenere il fiato, ma adesso che si trova in un dormiveglia sofferente, con addosso una coperta sporca, in un deposito che puzza della sua cacca e di sofficini,  la mano di mamma nei capelli che vorrebbe sentire.
Un po' pensa e un po' sogna, Dodo. Gli sembra di ricordare che Lena lo ha svegliato e gli ha dato una pillola con dell'acqua. Subito gli era parso fosse mamma, ma era Lena. Lo hanno confuso i capelli biondi, chiss perch se li  tinti, la bella tata di quand'era piccolo e andava a casa del nonno. Gli piaceva pi prima, ma si sa, le donne fanno cos, ogni tanto vogliono cambiare.
Il pap gli ha detto che  per questo che la mamma adesso sta con Manuel e non pi con lui. Gli ha detto che voleva cambiare.
A Dodo, Manuel non piace. Lui non  come quei figli di divorziati che odiano i nuovi compagni delle mamme e dei pap per principio, e dicono che sono maltrattati e non  vero per avere qualche regalo o qualche carezza in pi. Certi suoi compagni fanno cos perch sanno che l'altro genitore  contento, quando dicono che il nuovo amico di mamma o la nuova amica di pap sono cattivi.
Manuel non lo tratta male. Nemmeno bene, per. Mamma all'inizio sperava che si affezionassero, poi ha capito che era impossibile e si  accontentata che non litigassero, come succedeva a tante sue amiche nella stessa situazione. Allora hanno cominciato a sopportarsi, Dodo e Manuel, e qualche sera, quando mamma  a casa, hanno preso l'abitudine di accucciarsi tutti e tre davanti alla televisione, anche se non  tanto bello, perch nessuno trova niente da dire. Allora lui va in camera sua a giocare coi pupazzi o a leggere i fumetti.
Qualche volta, se la mamma non pu,  Manuel che va a prendere Dodo a scuola. Le suore lo conoscono, e pure se a loro non piace, perch non  sposato con la mamma e questo fa piangere Ges, lo salutano lo stesso. In macchina, lungo la strada, non si parlano. Ognuno si fa i fatti suoi.
Mamma no. Mamma vuole bene a Dodo, e Dodo vuole bene a lei. Chiaro,  una donna, certi discorsi con lei non si possono fare; ed  sempre l a scrutarlo, a indagare, a cercare di capire quello che sente, quello che pensa. Anche quando va da pap, a casa o in vacanza al Nord, gli fa una cascata di domande per sapere come vive, quanti soldi ha, se ha un'altra donna. Invece pap della vita della mamma non si interessa, non chiede mai niente. Lui  maschio.
Ora, pensa ancora Dodo nel dormiveglia, ci vorrebbe proprio la mamma. Ci vorrebbe lei, l vicino, a dargli il calore giusto col corpo, a fargli sentire quel profumo cos unico e particolare, l'odore di mamma. Forse canterebbe a bocca chiusa quella canzone dolce che gli intona da quando era piccolissimo, una ninna nanna che non ha mai sentito da nessun'altra parte.
Magari gli farebbe una tazza di latte caldo col miele, che un po' gli scotta la bocca ma  buono e gli fa sentire meno male alla gola. Dodo di gola ha sempre un po' sofferto: la mamma dice che  il suo punto debole.
Chiss come sta la sua mamma. Chiss quanto  preoccupata, quanto soffre senza di lui.
Quando sar di nuovo a casa, pensa Dodo, per un paio di giorni le chieder di non mandarmi a scuola e di non andare al circolo dalle amiche. Le chieder di dire a Manuel di restare a dormire fuori, in quei posti dove va a giocare a carte, di dargli un po' di soldi in pi, cos si diverte e non torna.
Le chieder di restare un po' da sola con me, stretti stretti nel mio lettino, con il latte caldo col miele e la sua canzone, e il suo odore di mamma nel mio naso.
Vicino a lei non sento n il caldo n il freddo, pensa Dodo. Vicino a lei c' sempre il clima giusto.
Sai, Batman, te lo dico in un orecchio, e tu conserva questo segreto per te: quando torno a casa voglio essere ancora un bambino piccolo. Quando torno a casa voglio stare stretto alla mia mamma.
Questo pensa, Dodo, steso a terra avvolto nella coperta lercia, nel tanfo dei suoi escrementi e del cibo stantio. Questo pensa. E si addormenta.

47.

Manuel guardava Eva, assopita nella poltrona. Gli sembrava un'altra persona, diversa dalla donna che era abituato ad avere vicino, di cui aveva imparato a prevenire gli scatti di rabbia e i malumori improvvisi.
Era molto pi simile al padre di quanto fosse disposta ad ammettere, nelle lunghe tirate in cui ne malediceva il carattere, la durezza e la poca generosit per poi passare a prendersela con lui e la sua incapacit di guadagnare. In genere, mentre sopportava la cascata di insulti come un temporale estivo, che per quanto impetuoso prima o poi si dissolve, pensava che la sua compagna fosse ingiusta col vecchio e malandato genitore.
S, era un bastardo figlio di puttana che non le dava accesso alle sue immense sostanze come se potesse portarsele appresso all'inferno, dove sarebbe certamente finito prima o poi, anzi, pi prima che poi, date le sue condizioni. E non perdeva occasione per ribadire a lui che era un incapace, un inutile gigolo che la figlia si era portata in casa come un animale randagio, facendo danno a s stessa come suo solito. Attraverso quella vecchia strega della Peluso gli aveva anche chiuso i rubinetti, come se ignorasse che la gentaglia che aveva rilevato i suoi debiti di gioco non scherzava, e presto lo avrebbe lasciato in chiss quale vicolo a buttare sangue dalla bocca. Lui, che possedeva un animo sensibile e aborriva la violenza.
Tutto questo era vero.
Ma era anche vero che per ora, grazie ai soldi del vecchio, aveva potuto evitare di porsi il problema della sussistenza, una cosa volgare e meschina che il suo spirito elevato non poteva contemplare. E che grazie a tutta quella ricchezza, accumulata in una vita disonesta e gretta, lui, Manuel Scarano, un artista, aveva potuto coltivare le proprie inclinazioni senza preoccuparsi di come sbarcare il lunario, cosa che invece avevano fatto per tutta la vita i suoi miserabili genitori: finch non avevano avuto il buon gusto di morire, cessando cos di costituire per lui un peso ingombrante, e talvolta imbarazzante.
Avrebbe voluto che Eva, la sua compagna, la donna destinata a condividere le sue aspirazioni e sostenerlo, capisse che un blocco creativo poteva capitare, e che un temporaneo appannamento delle sue quotazioni era pi che comprensibile, in quell'ambiente di mercanti senza scrupoli e critici prezzolati. Ma le cose sarebbero tornate a girare, e lui sarebbe stato riverito e applaudito ai quattro angoli del pianeta. Dopotutto aveva fatto una personale a Venezia, come i pi grandi.
Eva, per, che adesso dormiva a bocca aperta e col viso arrossato dal pianto - ma quanto piange, mamma mia, sono tre giorni che non fa altro - non comprendeva le esigenze e le infinite sfumature dell'anima di un artista. Non si rendeva conto che era stato per lei, per affrancarla dalla tutela paterna, che aveva cominciato a giocare a carte. Per arricchirsi in fretta e sbattere in faccia al vecchio bastardo tutto il suo disgusto. Va bene, le cose non erano andate come previsto, e adesso aveva anche il non lieve problema di dover evitare le strade buie e solitarie: ma non era detta l'ultima parola. E delle grandi anime, pensava Manuel, essere sempre votate all'ottimismo.
La sofferenza invecchia, riflett Manuel, guardando Eva sussultare e gemere nel sonno. Pareva una dolente, una di quelle donne che fino agli anni Sessanta venivano assoldate per piangere ai funerali. A Manuel, peraltro, un simile dolore era incomprensibile. Non si era mai curata pi di tanto del moccioso, che perlopi se ne stava chiuso nella sua stanza con i suoi maledetti pupazzi. Manuel si era domandato spesso se il piccolo fosse ritardato, per quanto si rincoglioniva a giocare alla guerra 'e alla lotta.
Forse, semplicemente, assomigliava al padre, quel gorilla violento e ottuso che la sera prima stava quasi per aggredirlo. Era ovvio che Eva lo avesse lasciato, non appena aveva incontrato un'anima sensibile come la sua.
Eva, Eva. Mi dispiace che tu soffra, disse Manuel fra s, ma non tutti i mali vengono per nuocere. Chiss, forse ci si spalancher davanti una nuova esistenza in cui potremo pensare a noi due e basta. Il dolore passa, Eva, e lascia cicatrici con le quali si impara a convivere. E sulla strada, magari, d il colpo di grazia al vecchio, rendendoci liberi di coltivare il nostro amore e la mia arte.
Pu darsi, amore mio, che questo dolore sia una benedizione. Lasceremo indietro le zavorre: tuo padre, quel primate del tuo ex marito, la vecchia strega, i maledetti delinquenti che mi cercano per essere pagati. E per dimenticare ce ne andremo da soli in qualche isola lontana, come Paul Gauguin. Io ritrover la mia vena e tra qualche secolo, nelle pagine dei libri dedicati a me, si racconter la nostra storia, si dir come questa tragedia sia stata la necessaria premessa ai miei capolavori.
Un raggio di sole penetr dalla finestra e colp gli occhi chiusi di Eva. La donna sobbalz e si mise seduta.
- Dodo? Dodo? Dio mio... quanto ho dormito?
Manuel prov a tranquillizzarla:

- Qualche minuto, tesoro. Solo qualche minuto. C'ero io qui vicino a te. Ti avrei chiamata, se fosse successo qualcosa.
Eva sbatt le palpebre, si guard le mani. Sembrava avere difficolt a rientrare nella vita reale. Poi mormor:
- Ho fatto un sogno. Ma era cos vero che mi pare impossibile non sia stato qualcosa di pi. Ero coricata accanto a lui, gli accarezzavo la testa, come quando cova la febbre o uno di quei suoi mal di gola che gli vengono a ogni cambio di stagione. Gli cantavo la nostra canzone, quella che lo fa dormire; accennavo a bocca chiusa, piano. E lui aveva quel profumo di quando era appena nato, un profumo che sento solo io. Dio, era tutto cos preciso...
Pianse, sempre pi forte, fino a essere squassata dai singhiozzi.
Ci risiamo con questa lagna, pens Manuel.
E con un addolorato sorriso di circostanza le si avvicin per prenderla tra le braccia.

48.

Decisero di aspettarla all'ingresso della palestra.
Alex e Lojacono ne avevano discusso tra loro, valutando se fosse meglio essere formali e presentarsi a casa, sul luogo del delitto, per parlarle davanti al marito e vedere se si tradiva.
Poi avevano concordato che era preferibile incontrarla da sola e metterla di fronte a quanto sapevano, in modo che potesse scegliere se assumersi le proprie responsabilit o cercare di mantenere in piedi la vita che si era costruita.
Il primo ad arrivare al lavoro era stato Marvin. Aveva un'espressione tesa. Qualcosa non stava andando secondo i piani, e il ragazzo era ormai consapevole che essere recidivo per furto in appartamento, ancorch con la complicit di uno dei derubati, avrebbe comportato una condanna pesante.
Assunta Parascandolo detta Susy giunse mezz'ora dopo. La sua condizione nervosa fu subito tradita dal grande paio di occhiali scuri sotto cui pareva volersi nascondere, e dal modo sguaiato col quale inve contro uno scooter che per poco non le staccava la portiera della macchina, aperta senza prima controllare nello specchietto. Lojacono fece un cenno a Di Nardo e scesero dall'auto priva di contrassegni in cui avevano atteso la donna.
L'affiancarono prima che entrasse. Non pareva sorpresa; pieg le spalle come se avesse incassato un colpo.

- Buongiorno, signora. Che ne dice di fare due chiacchiere? Forse  meglio che non entriamo in ufficio; nel suo stesso interesse, non vogliamo metterla in difficolt.
La donna fece un cenno di assenso e si incammin verso un bar poco lontano. Alex e il Cinese la seguirono fin dentro una saletta appartata.
Quando si furono seduti, Lojacono cominci:
- Allora, a casa sua la scientifica ha rilevato numerose impronte di Esposito Mario Vincenzo, l'istruttore di pilates che abbiamo conosciuto ieri in palestra. Come pu immaginare, il fatto  piuttosto significativo. Ma forse lei ha qualcosa da dirci, in proposito.
Alex apprezz l'abilit del collega. Non aveva detto alcuna bugia, limitandosi a riferire ci che sapevano, per in maniera tale che suonasse: sappiamo tutto, quel fesso del tuo amante ha lasciato impronte ovunque quando, con la tua complicit, ha scassinato la cassaforte; ora che intendi fare, buttarlo a mare oppure raccontarci com' andata davvero? Aveva ragione Aragona: c'era un sacco da imparare a far coppia col Cinese.
Susy mantenne un'espressione indecifrabile, aiutata dalle lenti scure e dalla fissit conferita ai suoi tratti dalla chirurgia estetica. Poi si disfece. Il labbro inferiore cominci a tremare, e il tremito si trasmise al resto del viso a cerchi concentrici; pareva uno stagno nel quale fosse stato gettato un sasso. Tolse gli occhiali e li sbatt sul tavolino, spaccandoli.
- Coglione. Che coglione. Bisogna essere proprio sfortunate per passare da un maniaco a un coglione. E inutile, non sono capace di sceglierli, gli uomini.
Era rabbia la sua, non dolore. Pura rabbia. Di Nardo si gir verso Lojacono e lo trov nella posizione meditativa che assumeva quando era concentrato ad ascoltare e a riflettere: le mani lungo le cosce, ferme, il volto che non tradiva alcuna emozione, gli occhi stretti in due fessure. Immagin che
tale espressione determinasse nell'interlocutore una coazione a parlare, nel tentativo, se non altro, di spezzare quella fissit, di provocare un turbamento qualsiasi. Chiss se lo faceva apposta o gli veniva naturale.
Susy si rivolse a Lojacono:
- Voi non avete idea, ispetto', di che significa essere la moglie di quello. Mi ha pigliata a vent'anni; mio padre, pace all'anima sua, stava in mano a lui, che era poco pi di un ragazzo e gi faceva quello che fa. Venne da noi con un paio di personaggi che gli curavano le riscossioni, gente capace d'ammazzarti senza lasciarti un segno addosso. Mio padre aveva cercato di tenere aperto il negozio di vestiti, ma le cose andavano male; aveva dovuto licenziare due commesse e c'ero andata io ad aiutarlo. Me la ricordo ancora, quella mattina. Arrivarono e lui mi disse, con quella vocina di cazzo che tiene: guaglio', abbassa la saracinesca ch dobbiamo parlare con tuo padre. Io lo guardai in faccia, quella faccia da cane, lo sapete che lo chiamano Tore 'o Bulldog, no?, e gli dissi: abbassatela tu, la saracinesca, stronzo. Uno degli scagnozzi mi prese per il braccio ma lui lo ferm, mi fiss per un minuto e ordin: iammuncenne, guagliu'. Insomma, se ne andarono. Il giorno dopo torn lui solo, con un mazzo di fiori e tutte le cambiali di mio padre.
Il cameriere del bar si affacci nella sala, ma la Parascandolo lo allontan con un gesto secco della mano, sibilandogli di non far entrare nessuno. Sogghign amara:
- Questo, vedete,  uno dei vantaggi di essere la moglie di Tore 'o Bulldog. Quasi tutti gli devono dei soldi, e tutti ne hanno paura. Perch da quando ha cominciato, ogni giorno  diventato un po' pi ricco, un po' pi potente e un po' pi merda.
Alex si agit sulla sedia, in imbarazzo; Lojacono non mosse un muscolo.
La donna riprese:
- Me lo sposai, e che dovevo fare? Certo, potevo andarmene in un'altra citt, in un altro paese, ma mi avrebbe trovata; nessuno pu dire di no a Tore 'o Bulldog. Se la sarebbe presa con mio padre e col suo negozio. Me lo sposai. Ma l'ho sempre odiato, fin dall'inizio; e pure lui mi odia. Perch lo sa che io, solo io, non mi sono mai piegata del tutto a lui. E' una guerra che dura da pi di trent'anni -. Si soffi il naso e riprese: - Mi sono fatta vecchia vicino a lui. Almeno sono riuscita a non avere figli. In compenso gli ho succhiato il sangue, a 'sto tirchio: vestiti, gioielli... Mi sono concessa pure qualche ritocco estetico; lo so che non si vede, eppure  vero, glielo assicuro.
Ad Alex parve di cogliere un fremito nell'angolo sinistro della bocca di Lojacono.
- Poi mi sono fatta regalare la palestra. Io sono appassionata di ginnastica, aerobica, fitness, pilates, spinning, tutto insomma. A lui serviva un'attivit di copertura e ha rilevato questa sala cinematografica senza sborsare un centesimo: il proprietario gli doveva non so quanto. Sfruttando certe amicizie che ha su al Nord, gente che fa lo stesso mestiere suo, l'abbiamo attrezzata.
Lojacono chiese:
- Lo stesso mestiere suo, dite? Che mestiere? La donna lo fiss sorpresa:
- Ges, ispetto', davvero non lo sapete? Non ci credo, scusatemi, vi faccio troppo in gamba. Alex precis:
- Ce lo deve dire lei, signora. E necessario. Susy sembr riflettere:
- E s, immagino che a questo punto cos dev'essere. Mio marito fa lo strozzino:  un usuraio, e tiene per le palle mezza citt.
Lojacono intervenne:
- Nessuno  mai riuscito a provarlo, per.
La Parascandolo inghiott aria:
- Ascoltatemi, ispetto', noi dobbiamo concludere un patto. Voi state indagando su un semplice furto in casa, una stronzata. Siete d'accordo su questo?
Lojacono non mosse un muscolo.
Susy riprese:
- Solo che se questa storia venisse fuori, per Marvin finirebbe male. E neanche a me, stavolta, la perdonerebbe. Quindi, l'unico modo che ho di salvarmi  fare questo patto con voi. Ci state o no?
L'ispettore rimase pensieroso, poi disse:
- Io patti non ne posso fare. Ma continui. Parliamo per ipotesi.
- Mettiamo allora, per ipotesi, che io e Marvin abbiamo organizzato questo furto in corrispondenza di un certo grossissimo incasso in contanti che quello stronzo del Bulldog doveva realizzare mandando, come al solito, gli assegni degli strozzati suoi al Nord. Mettiamo che convinco 'o Bulldog a portarmi a Ischia per il fine-settimana, e che Marvin fa il lavoretto, anche se non si mette i guanti come gli avevo raccomandato.
Alex si compliment tra s e s con Lojacono, che aveva avuto l'intuizione di agganciare la donna prima che potesse confrontarsi col ragazzo e scoprire che i guanti se li era messi, e che le impronte non avevano niente a che fare con il furto, ma al massimo con la dubbia virt della stessa Susy.
- Mettiamo che purtroppo, stavolta, invece di pretendere i contanti, quella merda si sia fatto dare un malloppo di assegni a scadenza di un importo doppio, da incassare un po' alla volta, e che quindi noi, invece di avere i soldi per rifarci la vita che ci meritiamo sotto un'altra identit, ci ritroviamo con un mazzo di carta straccia. Ora, Susy e Marvin che se ne fanno di dieci milioni di euro in assegni a scadenza? Niente. Ma se, sempre per ipotesi, questi assegni vengono recuperati dalla polizia da qualche parte, che so, in un armadietto anonimo al deposito bagagli della stazione di cui io mi trovo qua putacaso la chiave, e questi assegni recano la girata del Bulldog, che maniaco com' della sicurezza la mette subito e non quando li versa, per paura che qualcuno lo freghi, in questo caso, per ipotesi, dicevamo, il povero Bulldog va al canile e ci rimane per tutta la vita, o mi sbaglio?
La donna si era preparata per bene.
Alex disse:
- E con il furto come la mettiamo?
- Quale furto? Non hanno preso niente, proprio niente. Sono ignoti. E ignoti devono rimanere. In compenso voi avete l'opportunit di mettere le mani su uno strozzino che brucia negozi e spezza gambe da quarant'anni, e di toglierlo dalla circolazione.
Ci fu una lunga pausa, durante la quale Susy fece cenno al cameriere che sorvegliava l'ingresso di portare un po' d'acqua. Quando ebbe bevuto e si fu asciugata le labbra, riprese:
- Ispetto', Marvin  un bravo ragazzo. E gentile, buono. Ha sbagliato, ma dove  nato lui ci stanno solo due categorie di persone: quelle che vengono prese e quelle che no. Eppure fanno tutti le stesse cose. E giovane, allegro e scopa come un dio greco. Io con lui mi diverto, e l'ho usato per fare questa cosa: me lo sarei pure portato con me, se nella cassaforte ci fossero stati i soldi invece degli assegni. Ma adesso l'unica possibilit che abbiamo di cavarcela ce la dovete dare voi. Perch se non dite di s e andate avanti col fatto del furto, allora noi spariremo in capo a due giorni. E ci butteranno al largo, in fondo al mare, con una bella colata di cemento ai piedi, e diranno che siamo scappati insieme.
Cos funziona. E pure voi rimarrete con un pugno di mosche in mano, perch a lui, al Bulldog, non lo acchiappate. Invece, se facciamo cos, io liquido tutto il patrimonio e me ne vado. All'estero, non si sa mai.
Alex era affascinata:
- E se, per ipotesi, dovessimo accettare, a Esposito che succederebbe?
- Marvin? Magari gli lascio la palestra, cos diventa un piccolo imprenditore e si toglie dai guai. Signori', per caso vi interessa l'articolo?

49.

Marinella risaliva la strada che dalla grande piazza portava verso la collina. In uno slargo dominato dalla facciata di una chiesa si ferm a guardare un cantiere brulicante di operai, destinato a diventare, chiss quando, una stazione della metropolitana.
Il fatto che la citt sembrasse sempre in costruzione era considerato da tutti un difetto, invece a lei piaceva. Le pareva un immenso animale pieno di vita che cambiava pelle in continuazione, rinnovandosi prima di diventare vecchio.
Rinnovarsi, cambiare, era importante, rifletteva. Lei, per esempio, poteva dire di aver gi cambiato casa due volte, da quand'era nata, cio in nemmeno sedici anni, giacch le era chiaro, ormai, che sarebbe venuta a vivere in quella strana, bellissima citt. E pure per molto tempo, sperava, perch poco prima, anticipando la solita uscita per fare un po' di spesa, aveva incontrato di nuovo il misterioso fischiettatore, che aveva smesso di essere misterioso.
Era successo per puro caso.
Lojacono era andato via un po' prima del solito, dopo essere stato silenzioso e distratto per tutto il tempo della colazione, come spesso negli ultimi giorni. Marinella conosceva bene quello stato d'animo del padre, lo coglieva quando stava per concludere un'indagine. Ragionamenti e teorie si allargavano allora dentro di lui, occupandogli mente e cuore, cancellando il mondo esterno. Stavolta, per, quella condizione di trance era capitata al momento giusto, cos non si era fatto domande sulla sua strana euforia, sulla gioia che le illuminava il volto senza un'apparente ragione.
Rimasta sola, Marinella si era vestita di corsa, prendendo dall'armadio un paio di jeans, una maglietta e un giubbotto, poi un rapido passaggio davanti allo specchio per sistemarsi i capelli e, senza truccarsi, si era precipitata fuori. La sua intenzione era di sbrigare qualche commissione e mettere a posto la casa in tempi record: aveva in programma una visita e non voleva avere fretta di rientrare.
Stava scendendo i gradini a due a due quando aveva incontrato il ragazzo che le piaceva tanto. Era dietro un pilastro ad allacciarsi una scarpa, e lei per poco non lo travolgeva.
- Ehi, attenta!
Era la prima volta che si rivolgevano la parola.
- E che , colpa mia? Sei tu che ti allacci la scarpa dove non ti si vede.
Lui si era sollevato. Dio, quanto era alto.
- Che bell'accento, che hai. Sei siciliana, vero? Mi piace molto l'accento siciliano.
Marinella aveva sentito montare dentro di s l'irritazione. Si era fatta prendere in contropiede da un incontro che non si aspettava, a quell'ora di mattina. Non era truccata n ben vestita, aveva un paio di scarpe di tela che la facevano sentire ancora pi piccola del solito, e adesso lui le sottolineava il suo accento.
Aveva risposto a muso duro:
- S, be'? Sono siciliana, qualcosa che non va?
Lui si era ritratto, come se avesse ricevuto uno spintone:
- Ma se ti ho appena detto che mi piace, l'accento siciliano. Soprattutto nelle ragazze. In ogni caso mi presento, anche se avrei dovuto farlo prima per dovere di buon vicinato: sono Massimiliano Rossini, abito...
-... al quinto piano, sull'altra verticale, lo so.
Il ragazzo era parso disorientato, ma anche divertito:
- E siccome tu sai tutto di me, io posso sapere almeno il tuo nome?
Marinella aveva preso un respiro profondo, per calmarsi:
- Scusa, hai ragione. Ho solo collegato il cognome alla targa del campanello; l'altroieri tua madre mi ha prestato dello zucchero che, anzi, devo ancora restituirle. Io sono...
- ... Marinella Lojacono, del quarto piano. Lo so da almeno dieci giorni, a essere sincero; l'ho chiesto al portinaio dopo che ti ho incontrata per le scale la prima volta. La soffiata mi  costata cinque euro di mancia. Vivi con tuo padre, vero?
Si era interessato a lei, aveva chiesto in giro chi fosse. Bene. Molto bene.
- S, be', sto da lui per un po', io abito a Palermo... Cio, ho abitato a Palermo fino a ora... Tecnicamente abito l, ma... Massimiliano era scoppiato a ridere:
- Poche idee ma confuse, eh? Rispondi solo a questo: sarai qui, diciamo... la prossima settimana? E in questo caso, posso offrirti un caff, un pomeriggio? E adesso?
- Non lo so... Magari ci sentiamo... Se sono qui, volentieri, ma non lo so.
- S, ma per sentirci avrei bisogno di un numero di telefono. E di sapere gli orari in cui non ti disturbo.
- Ok, va bene. Ma, senti... io non sono una che... insomma, il fatto che io ti dia il numero del cellulare non significa che sia una che d confidenza facilmente. Solo che non conosco nessuno, qui, e mi farebbe piacere avere qualche dritta su che cosa vedere: teatri, monumenti, cose cos.
Il ragazzo si era illuminato:
- Stavi per calpestare la persona giusta. Se vuoi ti d qualche informazione in pi su di me cos stai tranquilla che non sono un disgraziato: faccio l'universit, Lettere, e sono giornalista; ancora precario, per collaboro con un giornale importante. Tu in quale facolt sei, a Palermo?
Facolt? Ma se devo fare il quarto anno di liceo, e sono pure avanti!
- Io? E una lunga storia. Ma sto pensando di trasferirmi qui, da mio padre. Lui  solo, e ha bisogno di me. Ora scusami, devo proprio scappare. Dammi tu il numero del cellulare e io ti faccio uno squillo, cos mi memorizzi.

Quando una giornata comincia in questo modo, pens Marinella attaccando l'ultimo tratto di salita,  normale essere allegri. E normale che tutto sembri facile, risolvibile, organizzabile. E normale sentirsi ottimisti.
La trattoria di Letizia era ancora chiusa, ma Marinella sapeva che l'amica era all'interno, a preparare tutto per reggere l'assalto delle cavallette, come chiamava spiritosamente gli affezionati clienti.
Quello era il bello di Letizia. E allegra. Allegra sempre. E ride. E non perch sia stupida, anzi, perch  una che ha sofferto, ha lottato, ha pianto. Certi sorrisi sono come una laurea: prima di esibirli bisogna guadagnarseli. A Marinella sarebbe piaciuto vederli comparire di nuovo anche sul viso di suo padre.
La donna l'accolse con un abbraccio morbido; il grembiule immacolato e il cappellino da cuoca le stavano come un abito da sera.
Scambiarono quattro chiacchiere e la ragazza le domand scusa per l'improvvisa fuga di Lojacono il giorno prima:
- Se si tratta di lavoro, per lui tutto diventa urgentissimo, indifferibile. Non  maleducato,  proprio fatto cos.
- Lo so, lo so. E capitato anche quando tu non c'eri ancora. Se poi a chiamarlo  quella l, il magistrato sardo, risponde anche pi volentieri. La sera che sei arrivata erano qui a cena con tutta la squadra, e se ne sono andati insieme.
- Non mi piace. E' una donna dura, egoista e poco comunicativa.
- Ma piace a lui, fidati. E anche tanto. Lo sento, che gli piace. Io, invece... Mi vuole bene,  sempre caro, per in quel senso non gli dico niente. Ti confesso che ho provato a fargli capire quanto sarei contenta di... parlare con lui da uomo a donna, ma temo mi consideri un'amica. Nulla di pi.
Marinella era l proprio per quello. Infine Letizia si era aperta con lei, e questo l'autorizzava a dire la sua:
- No, invece. Secondo me lui non ha la minima idea che tu possa vederlo in questi termini. Gli uomini sono scemi, non si accorgono di certe cose fino a quando non ci sbattono il muso.
Letizia rise:
- E che ne sai, tu, degli uomini? Non sei ancora troppo giovane per certe cose?
- Forse, ma sono femmina, ricordatelo. E conosco mio padre meglio di chiunque; sono sua figlia e un po' gli somiglio. Posso garantirti che lui, da solo, non ci penser mai.
Letizia assunse un'aria preoccupata:
- Mica penserai di dirglielo, vero? Ti prego, non riuscirei pi a guardarlo in faccia.
Fu Marinella a ridere, adesso:
- Ma scherzi? Bisogna fare in modo che ci arrivi lui, altrimenti gli prender paura e scapper. E un po' come andare a pesca, no?
- Bella immagine. Ma scusa, perch vorresti aiutarmi?
- Be', siamo amiche, tu cucini cos bene... e te l'ho detto, quella Piras non mi piace. Bisogner che ci organizziamo, anche perch vorrei trasferirmi qui. Credo che mio padre abbia bisogno di me molto pi di quanto non ne abbia mia madre. E poi proprio stamattina ho conosciuto uno che...
Con un gesto deciso, la ristoratrice si slacci il grembiule:
- Ho capito, niente cucina oggi. Racconta tutto, e comincia dal principio.
E mentre fuori la citt si crogiolava nella pericolosa aria di maggio, Letizia e Marinella si persero nelle loro confidenze.

50.

Carmela Peluso si era ormai abituata alla regola che di giorno le finestre dovessero rimanere oscurate dalle tende pesanti, perch in casa ci fosse quasi lo stesso buio della notte. A forza di sbattere negli spigoli, il badante, la cameriera, lei stessa avevano acquisito una perfetta conoscenza della disposizione dei mobili, e si muovevano nell'oscurit fluidi come fantasmi. Ma lei amava la luce; ogni volta che poteva uscire era felice.
Ripensando alla propria vita, non sapeva individuare, nel passato, il bivio in cui aveva scelto la strada sbagliata, che l'aveva condotta a essere la donna che era, quella che vedeva nello specchio.
Una vecchia. Una povera vecchia dalla pelle avvizzita, una maschera di rughe, un colorito pallido e due occhi senza vita. Eppure c'era stato un tempo, ancora cos vivo e presente alla sua memoria da sembrarle solo il giorno prima, in cui era stata una ragazza allegra, piena di voglie e di desideri, aperta a un'esistenza che avrebbe voluto varia e gratificante.
Si era buttata nel lavoro presso l'impresa Borrelli con tutto il vigore dei vent'anni e le ambiziose fantasie di quell'et. Ed era stata brava, aveva scalato le gerarchie fino a diventare la segretaria del cavaliere. E la sua segretaria era rimasta, per sempre.
Talora le pareva che fosse tutto un incubo, uno di quei terribili sogni in cui non si ha l'energia per muovere un braccio, per allungare una mano, e si deve assistere in modo passivo a tutto quello che succede attorno, senza poter porre rimedio alle disgrazie.
Era stata anche l'amante, di Borrelli. Per anni, di tanto in tanto, lui l'aveva presa come se le stesse dettando una lettera o ordinando di eseguire un compito. E lei lo aveva assecondato con devozione canina e autolesionistica acquiescenza. Allora, come adesso, si era sempre tenuta nell'ombra. Nessuno immaginava che quella ragazzina insignificante, che si avviava a diventare una donna insignificante, fosse il giocattolo col quale il temutissimo imprenditore si trastullava nelle sere in cui si tratteneva all'ultimo piano del grattacielo dove aveva gli uffici.
Nessuno lo sapeva, tranne una persona.
Un giorno la moglie di Borrelli l'aveva chiamata al telefono e le aveva chiesto di incontrarla in un caff vicino al mare. Carmela ricordava benissimo il colloquio, un rapido scambio di battute tristi. La donna le diceva che era a conoscenza della relazione ma che non le portava rancore, anzi. La ringraziava di averle tolto di dosso un peso enorme: dover giacere con un uomo che non amava altri che s. Se aveva un rimpianto, era per lei, per Carmela, perch sapeva che lui non le avrebbe dato niente di pi e al tempo stesso non l'avrebbe mai lasciata libera. Edoardo si preoccupava solo di ci che faceva comodo a lui, non gli importava nulla del prossimo.
Carmela era tornata a casa in lacrime. Quel pomeriggio, per la prima volta, aveva intravisto la propria vita, e anche la propria morte.
La previsione si era rivelata corretta. La sua storia era stata cos simile a tante altre che non valeva nemmeno la pena raccontarla. Un'esistenza fatta di nottate a guardare il soffitto e di fugaci incontri di un'ora, privi di qualsiasi tenerezza.
Carmela era stata un semplice oggetto, un corpo su cui sfogare un altrettanto semplice bisogno fisiologico.
Questo finch l'et e la malattia di Borrelli non avevano preso il sopravvento, portandosi via una virilit che era stata quasi vissuta come un peso, un limite per la vera ambizione dell'uomo. Addirittura i soldi erano, per lui, solo un accessorio, un male necessario. Ci che il cavaliere Edoardo Borrelli voleva pi di ogni altra cosa era il potere.
E il potere si poteva esercitare anche da malati. Infatti, per molto tempo, mentre combatteva orgogliosamente girando ospedali e cliniche all'avanguardia, non aveva mollato la guida dell'impresa, affiancando anzi l'attivit finanziaria a quella edile.
A poco a poco, per, era stato costretto a delegare.
Quella che era stata la sua segretaria e la sua amante era diventata il corpo che non aveva pi. Era ormai lei che andava in giro, che trattava con banche, politici, imprenditori e perfino con i capi della malavita. Anonima, insignificante, grigia com'era, passava inosservata in qualsiasi contesto: un vantaggio, in certi frangenti.
Eppure l'atteggiamento di Borrelli nei suoi confronti era rimasto il medesimo del giorno in cui le aveva assegnato una scrivania nell'angolo di uno stanzone pieno di impiegati, quaranta e pi anni prima; il medesimo di quando, due anni dopo, le aveva ordinato di spogliarsi e di attenderlo sul divano dell'ufficio. Nessuna attenzione, nessuna delicatezza. Era poco pi di una cameriera, come aveva detto quello stronzo dell'ex marito di Eva davanti ai poliziotti. Aveva ragione. Era uno stronzo, ma aveva ragione.
Da qualche tempo, per, la cameriera aveva aperto gli occhi. Approfittando delle procure generali che il vecchio era stato obbligato a firmarle perch svolgesse il lavoro riservato al posto suo, aveva cominciato a stornare somme qua e l, e a girarle su conti intestati a s. Non lo faceva per i soldi, ormai non sperava pi di rifarsi una vita, alla sua et. Voleva punirlo. Per dimostrare a s stessa e a lui - che l'avrebbe saputo solo un attimo prima di morire - che la vecchia, triste Carmela, poco pi di una cameriera, era stata l'unica ad avere l'intelligenza, l'astuzia e la pazienza per fregarlo.
Mentre riordinava le carte sulla scrivania, pens a quando aveva chiesto al cavaliere perch voleva che la casa fosse cos buia. Gli specchi, aveva risposto, non voglio essere visto dagli specchi. Come se temesse che il riflesso della propria immagine decrepita, malevola, inchiodata su una sedia a rotelle, fosse un demonio pronto a inghiottirgli l'anima.
L'unico momento in cui gli vedeva le labbra incresparsi in un sorriso era quando veniva a trovarlo il nipote. Quel bambino era il solo affetto che il cavaliere avesse mai avuto. E pareva incredibile, ma a Dodo piaceva sedersi vicino al nonno ad ascoltare le sue storie, in quella casa buia, dove l'odore della morte pesava come quello di una cucina stantia, quasi fosse lo stesso Borrelli tornato bambino e impaziente di sapere ci che era stato di lui nella sua vita precedente.
Ora, per, la sorte gli aveva tolto anche quella consolazione, pens Carmela. Come per rimettere ordine in un'esistenza che non doveva prevedere alcun sentimento, alcuna dolcezza.
Ma perch quel bambino, il cui unico merito era stato di nascere e portare il suo stesso nome, avrebbe dovuto avere pi diritto di lei a una carezza? Perch avrebbero dovuto essere destinate a lui le emozioni di cui aveva sempre pensato che il vecchio fosse incapace?
Era questo che Carmela non perdonava a Dodo, ci per cui, in realt, lo aveva sempre odiato, ci che l'aveva tenuta lontana da lui fin da quando era piccolissimo, tanto che non lo aveva mai nemmeno preso in braccio: il nipote era stato il detonatore di un sentimento che in Borrelli non sarebbe dovuto proprio esistere. Senza muovere un dito, quel bambino le aveva dimostrato che Edoardo non era incapace di amare, ma che, semplicemente, non aveva mai amato lei.
Lei che non lo aveva mai lasciato solo. Che gli era stata devota come nessun sacerdote al suo dio. Che ancora adesso non immaginava di poter vivere lontano da lui, pur odiandolo con tutta l'anima.
Infinite volte si era figurata gli ultimi momenti del vecchio agonizzante, quando si sarebbe chinata su di lui e gli avrebbe sussurrato all'orecchio il suo rancore per la vita che le aveva sottratto in assoluta consapevolezza: un delitto premeditato che non contemplava assoluzione.
Fantasticava che possedesse ancora un barlume di coscienza. Sarebbe stato meraviglioso rinfacciargli tutto quello che lui le aveva fatto, e confessargli quello che lei aveva fatto a lui.
Soffri, maledetto. Soffri. Senti il tuo cuore squarciarsi dal dolore, prova l'impotenza, le mani legate, la rabbia senza sbocco. Soffri come ho sofferto io, che ho buttato la vita ai tuoi piedi perch tu la calpestassi.
Soffri.

51.

Romano rifece in auto il giro delle stazioni di appostamento, come in una Via Crucis, controllando che le macchine senza contrassegni piazzate in posizione strategica davanti a casa di Eva Borrelli, di suo padre e dell'ex marito fossero pronte a intercettare chiunque avesse tentato un contatto non telefonico con la famiglia di Dodo.
L'idea era stata elaborata con Palma e Aragona il pomeriggio precedente, dopo la chiamata che avvertiva il nonno del bambino di preparare la somma. Si aspettavano che i criminali facessero arrivare alla famiglia un foglio con delle istruzioni scritte, dove sarebbero stati indicati i tempi e le modalit dello scambio; ma Romano era scettico circa il successo di quelle misure di sorveglianza. Era certo che i rapitori fossero legati con qualcuno che conosceva alla perfezione i movimenti di tutti i membri della famiglia: non si sarebbero fatti beccare tanto facilmente.
Si chiese per la millesima volta chi potesse essere il basista, e se fosse la mente della banda o solo un complice. Forse avrebbero dovuto indagare pi a fondo nella vita e nelle amicizie della servit: la domestica di Eva, il badante e l'infermiera del cavaliere. Ma a quel punto rientravano in gioco tutti, forse perfino le suore della scuola: un territorio troppo vasto per esplorarlo in cos poco tempo.
Avrebbe chiesto a Pisanelli e a Ottavia di indagare a modo loro, l'uno sfruttando le fonti di informazione tradizionali, l'altra le nuove tecnologie. Doveva ammettere che quel folle di Aragona non aveva tutti i torti: i Bastardi di Pizzofalcone erano una di quelle squadre che nessuno d per favorite a inizio campionato, ma che se ci credi ti fanno vincere una scommessa assurda.
Dove sei, piccolo Dodo?, si domand. In quale angolo di mondo ti hanno portato, pur di far scucire al vecchio un po' dei milioni che ha stipato chiss dove? Chi, tra quelli che magari abbracci o baci, a cui di la mano quando devi attraversare la strada o che ti prepara da mangiare, ti ha tradito? Chi dovrai ringraziare quando, nella migliore delle ipotesi, fra vent'anni ti ritroverai in analisi sul lettino di uno psicologo? Ammesso che tu sopravviva. Ammesso che per ottenere il riscatto non ti restituiscano alla tua famiglia per posta, un pezzo alla volta.
Mentre guidava, lentamente, comprese con un brivido quanto desiderasse un figlio, un bambino di cui prendersi cura, da proteggere dal resto del mondo. Solo che lo avrebbe voluto da Giorgia; non ci si vedeva a fare un figlio con un'altra. Anzi, non ci si vedeva a fare niente, con un'altra. Lui era il marito di Giorgia, e Giorgia era sua moglie.
Un matrimonio, pens Romano,  qualcosa di pi che stare insieme. Un matrimonio  un impegno di fronte al mondo, un contratto scritto, letto, firmato e controfirmato. Un matrimonio non si rompe aprendo una porta e chiudendosela alle spalle, non si annulla scrivendo una cazzo di letterina: Caro Francesco, mi dispiace e bla bla bla, che peccato che bla bla bla, con tenerezza, bla bla bla.
Giorgia, disse bisbigliando alla fresca aria di primavera che entrava dal finestrino aperto. Giorgia. Ma che pensi di fare? Davvero credi che sia possibile troncare la nostra storia cos, in un colpo solo? Davvero pensi che possiamo scrollarci di dosso otto anni di matrimonio, e nemmeno ricordo
pi quanti di fidanzamento, come se fossero il sale dopo un bagno di mare?
E soprattutto, pensi che io me ne star qui con le mani in mano ad aspettare la lettera di un avvocato?
Io ho il diritto di parlare, e di essere ascoltato. Ne ho il sacrosanto diritto. Ho bisogno di dirti che l'ultima cosa che accade tra noi non pu essere uno schiaffo. D'accordo, ho perso le staffe. D'accordo, a volte mi succede, e forse negli ultimi tempi mi succede pi spesso. Ma non sono un criminale. Io li prendo, i criminali, e li sbatto dentro. E mi capita pure di avere a che fare con individui che maltrattano le donne, o gli anziani, e ne divento il peggior nemico, quindi non sono uno di loro, ti pare?
Per esempio, come vorrei essere il primo a mettere le mani su chi ha preso questo bambino. Che lo ha tolto al padre e alla madre, rendendoli folli dal dolore, che magari gli ha fatto o gli sta facendo del male. Ti assicuro che la vedresti, allora, la mia rabbia. Capiresti che cosa vuol dire diventare una vera furia.
Se potessi ascoltarmi, amore mio, anche solo per un minuto, te lo spiegherei che quel gesto non si ripeter mai pi. Ti dimostrerei che non sono un violento, ma che l'ultimo periodo  stato duro: essere cacciato come un criminale dal posto in cui lavoravo, essere spedito in un commissariato dove c'erano pi malviventi tra i poliziotti che per strada. Ma se tu torni vicino a me e mi aiuti, ritrover il mio equilibrio. Riproveremo ad avere un bambino, ora che lo voglio anch'io, ora che non  pi come prima.
Ora che niente  pi come prima.
Romano pensava alla moglie tanto intensamente che credette a 
un'allucinazione quando la vide venire gi sul marciapiede, in direzione opposta. Per la sorpresa non ebbe la presenza di spirito di chiamarla, di urlare il suo nome. Si limit a guardarla camminare, agile, sicura, bellissima, una gonna leggera che le sventolava attorno alle gambe lunghe, gli occhiali scuri e una cartella sotto il braccio.
Alle sue spalle un autobus diede un paio di colpi di clacson; si accorse di essersi fermato in mezzo alla strada. Acceler fino alla piazza e percorse la rotatoria, tornando indietro. Temeva che non l'avrebbe ritrovata, invece eccola. Dove stava andando? Perch aveva una cartella sotto il braccio?
Andava da un avvocato.
Stava andando da un avvocato per avviare le pratiche di separazione. Per quale altro motivo avrebbe dovuto essere in quella zona, dove c'erano solo uffici e studi di professionisti, se non per rendere concreta l'intenzione espressa nella lettera? Voleva separarsi senza nemmeno interpellarlo, senza nemmeno parlarne prima. Eppure lui aveva il diritto di esprimerle le proprie ragioni. Doveva ascoltarlo, cazzo.
Davanti agli occhi gli cal un velo rosso e sent una scarica di adrenalina scorrergli attraverso i muscoli delle braccia e arrivargli alle mani. Serr in modo convulso il volante, suon il clacson con rabbia. Una signora su un'utilitaria davanti a lui scart di lato rischiando di mettere sotto i pedoni che stavano attraversando.
Doveva raggiungerla. Doveva fermarla, costringerla ad ascoltarlo. Glielo dicesse guardandolo in faccia che era finita, che non voleva pi vederlo, che non lo amava pi.
Era a non pi di una ventina di metri quando la vide avvicinarsi a un uomo in giacca e cravatta che, seduto al tavolino di un bar, si godeva l'aria e un caff. Quello si alz e le strinse la mano. Lo si leggeva, sul viso del maledetto sciacallo, dell'avvoltoio infame, che era sorpreso di ritrovarsi di fronte a una donna tanto bella. Le fece cenno di sedersi, e lei ringrazi con un aggraziato movimento del capo. Gli sorrise.
Gli sorridi, addirittura. Gli sorridi, mentre mi uccidi. Mentre mi cancelli dalla tua vita con un colpo di spugna, come un insetto dal parabrezza.
Sali sul marciapiede con due ruote: una donna con un passeggino si fece da parte con un salto, rischiando di cadere; un uomo si strinse al cofano della propria macchina bestemmiando.
Romano scese dall'auto, abbassando con un gesto meccanico l'aletta parasole che nascondeva il contrassegno della polizia. Vedendo la sua espressione nessuno disse una parola; l'uomo che aveva bestemmiato alz perfino la mano in segno di scusa.
Fece di corsa i venti metri che lo separavano da Giorgia, il cuore che gli pulsava nelle orecchie, il volto contratto in una maschera di rabbia. La mente continuava a ripetere come un mantra: un colpo di spugna, un colpo di spugna.
Lo vide, Giorgia, e il sorriso le si spense in faccia come una lampadina che si fulmina. Lo vide, e riconobbe la febbre e la nebbia che gli oscuravano i pensieri. Lo vide e pens di fuggire, guardandosi attorno disperata.
Lui riconobbe il terrore nei suoi occhi, e questo gli diede ancora pi furia. Si avvicin al tavolino; lei era inchiodata alla sedia, le mani alzate a met, pronta a ripararsi.
La voce usc dalla bocca di Romano come il ruggito di una bestia:
- Un colpo di spugna, eh, Giorgia? Un cazzo di colpo di spugna e mi cancelli dalla tua vita. Coi documenti, addirittura. Li tenevi gi pronti, vero?
Abbranc il tavolo e lo fece ondeggiare, rovesciando la tazzina vuota e il bicchiere d'acqua consumato a met dall'uomo, che fu costretto a un mezzo balzo all'indietro per non bagnarsi i calzoni.
- Ehi, ma che...
Lui non si gir nemmeno:
- Stai zitto, pezzo di merda. Con te discutiamo dopo. Da sotto le lenti scure di Giorgia usc una lacrima. E qualcosa, dentro Romano, si incrin.
- Piangi, adesso? Piangi? Senza avermi neppure ascoltato, senza avermi permesso di...
Lei si rivolse all'uomo dell'appuntamento, che era arretrato di qualche passo. Attorno, tutti li guardavano, con curiosit e pena.
- Dottore, le chiedo scusa. Questo ... era mio marito -. Poi torn a guardare Francesco: - Il dottor Masullo ha uno studio di commercialista. E forse mi avrebbe preso a lavorare con lui, se tu non avessi trovato ancora una volta il modo di rovinare tutto.
Si alz e and via.
Lasciando dietro di s la figura in marmo di un poliziotto dal cuore spezzato.

52.

Chiedetelo a qualsiasi poliziotto.
Vi risponder che certe idee sono come una pietra aguzza sotto il telo da spiaggia, che non vi lascia dormire, e vi girate e rigirate, la cercate per gettarla via ma non la trovate.
Vi risponder che l'idea se ne sta l, appena sotto la coscienza, a farvi ciao con la manina e marameo davanti al naso, irritante e inafferrabile.
Vi risponder che  per colpa dell'idea se ha la fronte corrugata come se avesse mal di testa, se sembra distratto quando gli parlate.
Qualsiasi poliziotto vi dir che certe idee, finch non vengono a galla, sono come un mal di denti.

Ottavia sembrava che avesse mal di denti. Era svagata, assente; ogni tanto pareva le venisse in mente qualcosa, allora mollava una conversazione a met e andava alla tastiera del computer a digitare in fretta, per poi scuotere il capo e rialzarsi con rabbia.
Palma la osservava preoccupato.
In realt erano preoccupati tutti. Sentivano che per la storia del piccolo Dodo si era arrivati a un bivio: se i rapitori si facevano vivi, loro potevano studiare le mosse necessarie a incastrarli, altrimenti il caso sarebbe passato ai reparti speciali.
Il commissario aveva saputo che la questura stava pensando di rivolgersi ad alcuni ufficiali di stanza al Nord, che sarebbero venuti gi apposta per occuparsi della questione; elementi specializzati che intervenivano solo quando erano gi state fissate le modalit per il pagamento del riscatto e la liberazione dell'ostaggio. A nessuno piaceva l'idea che la competenza del caso fosse sottratta a Pizzofalcone, nessuno era disposto a rassegnarsi, e questo dava a Palma la misura di quanto i Bastardi stessero assumendo, ogni giorno di pi, una coscienza di s: una cosa non da poco per gente che fino a poco prima era ritenuta feccia. Pure per lui la sconfitta sarebbe stata dura da sopportare, non riusciva a togliersi dalla testa l'espressione rivolta dal bambino alla telecamera, mentre si avviava verso il destino mano nella mano con la rapitrice.
In sala agenti i discorsi procedevano a singhiozzo. Perfino Aragona era silenzioso. Guardava fuori della finestra, dove il sole spezzava i raggi in mille scintille sulle carrozzerie delle auto e sui tetti dei palazzi antichi che digradavano verso il mare; pareva assorto a decifrare un codice segreto. Alex e il Cinese erano fuori per il furto Parascandolo, Romano per controllare la sorveglianza alle case dei Borrelli e di Cerchia.
Pisanelli spulciava faldoni. Anche lui era nervoso e taciturno: nella notte era arrivata la notizia di un altro suicidio: un uomo anziano che aveva dichiarato pi volte ai vicini di casa di non farcela pi ad andare avanti, aveva lasciato una lettera di addio e ingerito un flacone intero di sonniferi. Palma si domandava perch il suo vice fosse tanto ossessionato da quelle morti; era chiaro che la causa andava ricercata nella crisi economica e nel diffondersi della solitudine, che ormai era una piaga sociale. Probabile che la fissazione dipendesse dalla sua storia personale, dal fatto che anche la moglie si era suicidata. Si ripromise che, risolto il caso del bambino, lo avrebbe invitato a pranzo e gli avrebbe parlato.
Stava riflettendo su questo, quando senti un grido provenire dalla scrivania di Ottavia:
- Ecco cos'era! Lo sapevo che mi sarebbe venuto in mente. Capo, so chi ha preso il bambino. Credimi, lo so.
Era la prima volta che Ottavia gli dava del tu, e Palma ne fu colpito, pi ancora della notizia. Pisanelli e Aragona si girarono verso la collega. Francesco Romano arriv in quell'istante e si un al gruppo; nessuno not la sua espressione sconvolta.
Ottavia riprese:
- Non riuscivo a smettere di domandarmi chi fosse la donna con cui  andato via Dodo. Insomma, mi chiedevo per quale motivo lui l'avesse seguita senza fare una parola. Lo so, ce lo siamo chiesto tutti, e abbiamo concluso che la conosceva. Ma come la conosceva? Romano e Aragona hanno chiesto a chiunque, e non  emerso nessuno che avesse tanta confidenza col bambino da portarselo via in quel modo e che al tempo stesso corrispondesse, anche solo un po', al profilo della donna del filmato.
Palma annu:
- Vai avanti.
- Il bambino, stando ai verbali che mi avete passato per la trascrizione, ha un carattere schivo, riservato, timido. Non fa amicizia facilmente, non andrebbe via con il primo che passa. Ne consegue che il profilo della rapitrice  questo: una persona che Dodo conosce, di cui si fida, ma che non frequenta pi.
- E allora? - disse Aragona. - E' un fantasma?
Ottavia lo guard di traverso:
- Ricordate la riunione con la dottoressa Piras? Quando abbiamo aggiornato i dati delle persone coinvolte? Giorgio aveva trovato un sacco di notizie su tutti, e io qualcosa in rete sulla Peluso, aprendo la sua pagina di facebook. Avevo sottolineato che non le piacciono i bambini, una conclusione a cui ero giunta scoprendo un piccolo incidente diplomatico 
causato da un commento ironico che la segretaria di Borrelli aveva postato su un'amica d'infanzia diventata nonna. Aragona comment:
- Sempre simpatica, la vecchia strega.
- C'era stata una replica piccata della neo-nonna, e la Peluso aveva risposto spiegando appunto di non sopportare i bambini, e di ricordare con fastidio il periodo in cui il piccolo Dodo passava pi tempo a casa del nonno che a casa sua. Tanto si era lamentata che il vecchio Borrelli aveva dovuto assumere un paio di governanti e baby-sitter.
Palma disse:
- E allora?
- Ma  chiaro, non capite? L'unica persona che poteva farsi seguire da Dodo senza che lui sospettasse qualcosa di male,  una delle sue baby-sitter. E siccome Eva non ne ha mai presa una, perch lasciava il bambino dal padre, pu essere soltanto una di quelle che sono state a servizio dal vecchio.
Romano chiese:
- S, ma quale? Ne hanno avuto tante.
- Ovvio che bisogner avere conferma, ma governanti e baby-sitter si cambiano fino a quando non si trova quella che va bene. Dunque, salvo dimissioni o fughe, quella che cerchiamo  l'ultima, che  anche la pi fresca alla memoria di Dodo: non dimentichiamoci che il bambino  stato dal nonno finch non  andato a scuola, e ora ha quasi dieci anni, perci parliamo del periodo in cui ne aveva cinque. L'ultima  di certo l'unica che ricorda meglio, quella di cui si fiderebbe.
Le parole di Ottavia fecero calare il silenzio. Poi Romano disse:
- Non so. Possibile che nessuno dei Borrelli ci abbia pensato? Sembra cos ovvio...
Lei replic:
- Sar pure ovvio, ma neanche noi ci abbiamo pensato.
E poi, che so, magari la donna si era trasferita altrove, o... Pisanelli intervenne:
- O ha cambiato il colore dei capelli. L'abbiamo sempre descritta come bionda sulla base della testimonianza dell'altro bambino, il compagno di classe, come si chiama... Romano disse subito:
- Datola, Christian Datola. Aveva in testa il cappuccio ma Christian ha visto uscire un ciuffo biondo. Ha detto che era bionda.
- Ecco, quindi come bionda l'abbiamo sempre immaginata, noi e i famigliari. Invece metti che la baby-sitter era bruna. Palma era  pensoso:
- Ci sta, ha un senso. France', chiama a casa del cavaliere e chiedi se ricordano come si chiamava, se hanno delle foto, dei documenti, qualsiasi cosa. Ottavia, tu scopri se in quel periodo in casa Borrelli ci sono state assunzioni o licenziamenti. Io avverto la questura della nuova pista. Diamoci da fare.

53.

- Non chiama pi.
- Non  ancora detto. Magari tra un minuto....
- Non chiama pi, cazzo! Non ti rendi conto di quello che sta succedendo? Non chiama pi, e noi stiamo perdendo attimi, ore preziose che alla fine ci fotteranno.
- Lena, stai calma. Se molliamo adesso, niente pi soldi, niente pi documenti, niente Sudamerica. Niente.
- Sei un maledetto pazzo, mi sono messa con un pazzo. Qui non  pi questione di soldi, qui  questione che ci sbattono in galera e non ne usciamo pi!
- Non urlare, ti prego. Non urlare, non riesco a pensare, se urli.
- Tanto non pensi lo stesso. E io non posso neanche mollarti qua, altrimenti ti farai prendere e poi prenderanno anche me.
- Non possiamo andarcene. Abbiamo il bambino. - Ecco, ci sei arrivato, alla fine. - Non capisco...
- Dobbiamo liberarcene.
- Cio? Lo lasciamo qui e ce ne andiamo?
- Lo vedi che sei un idiota? Ti ha visto in faccia, pu descriverti con precisione; e siccome sei pure alto e grosso, ti troverebbero subito. Di me addirittura sa come mi chiamo.
Ci mettono cinque minuti, a rintracciarci.
- Ma che possiamo fare? Non puoi cambiarla, questa cosa.
- Una soluzione c', e la conosci anche tu.
- Dobbiamo.
- Non dici sul serio. Sei pazza. Non puoi pensarlo davvero. - E dobbiamo anche farlo in fretta. - Magari chiama, ora.
- Non chiamer, lo sappiamo tutti e due. E stato un sogno, un bel sogno, ma a quelli come noi sognare costa troppo.
Ora dobbiamo difenderci, se vogliamo sopravvivere. Come abbiamo sempre fatto.
- Senti, scappiamo e basta, allora. Partiamo subito, adesso.
Prendiamo una nave, poi ne prendiamo un'altra, poi un'altra ancora, fino a quando avremo fatto perdere le nostre tracce. - Pu  succedere solo se non sapranno mai chi siamo. Non abbiamo scelta.
- Ti prego, non dirlo...
- Dobbiamo ammazzarlo.

54.

Chiedetelo a qualsiasi poliziotto.
Magari  un'associazione di idee, una mezza parola sentita fuori contesto, un'immagine.
Magari  come quando incroci una faccia che hai gi visto tante volte, ne sei sicuro, ma il fatto di incontrarla da un'altra parte non te la fa riconoscere.
O magari  come un rumore, uno di quei rumori casuali che insinuano nel cervello una canzone scema, che poi frulla in testa per tutta la giornata e non si riesce a buttarla fuori, e ti chiedi: ma come mi  venuta in mente, questa maledetta canzone?
Chiedetelo a qualsiasi poliziotto, e vi dir che funziona cos.

L'idea di Ottavia era stata una sferzata di elettricit. Tutti parlavano, telefonavano, correvano. Perfino Guida, che aveva percepito l'atmosfera, si affacciava di continuo alla porta della sala agenti: una volta con un vassoio di caff, un'altra offrendosi per qualche controllo in archivio. Voleva partecipare anche lui: il bambino nel video lo sentiva dentro di s, in ogni suo respiro di padre.
Il vecchio Borrelli non aveva mostrato alcuna esitazione nel rispondere alla domanda di Romano:
- E Lena. Non pu che essere lei. E stata con noi per pi di un anno: una bella ragazza coi capelli rossi,  per questo che non mi  venuta in mente. Teneva questa chioma enorme. Dodo le era affezionatissimo.
- Naturalmente non abbiamo nessun riscontro, cavaliere,  solo un'ipotesi, ma vale la pena di andare a fondo. Ha idea di dove abiti? O di dove lavori?
Borrelli ebbe un accesso di tosse; Romano attese che ritrovasse il fiato.
- No. Ma di sicuro Carmela ha conservato i documenti, lei non butta mai niente.
- Cavaliere, la pregherei... sa, magari  un buco nell'acqua, per dobbiamo fare presto.
- Entro cinque minuti avrete tutto via fax. Tenetemi informato.
Borrelli era stato pessimista; Guida entr sventolando un foglio meno di tre minuti dopo.
La fotocopia del passaporto non era chiarissima, ma si distingueva il volto di una ragazza con l'aria spaurita.
Palma lesse, ad alta voce:
- Miroslava Madlena. Nata il i2 giugno 1971 a Krivi Vir, in Serbia. Residente in corso Novara 13. Forza, ragazzi. Io mando una macchina all'indirizzo, voi dateci dentro con gli operatori telefonici, gli uffici di collocamento, tutti. Voglio sapere dove lavora, con chi vive. E se si  fatta i capelli biondi.

55.

- Tu sei malata, ti dico. Malata nella testa. Ma ti rendi conto di quello che dici? Lo sai cosa succede in carcere a chi ammazza un bambino? Se poi tu sei straniero e il bambino italiano... non voglio neanche immaginarlo.
- Se pensi a quello che ci succederebbe l dentro, allora sei fregato,  come se fossi gi in prigione. Non devono prenderci.
- Ma se ci...
- Non voglio sentirlo pi! Ripetilo ancora una volta e me ne vado, ti lascio qui nei casini.
- E... e se... Dio, non riesco nemmeno a dirlo.
- Ascoltami, Dragan. Ascoltami. Dobbiamo fare in modo che non lo trovino, mai pi. Perch fino a quando non trovano il corpo, non c' nemmeno l'omicidio, capisci? E la legge. L'ho visto in televisione. Non devono trovarlo mai pi.
- Ma come possiamo esserne sicuri? Noi...
- Lo faremo a pezzi. E lo seppelliremo lungo la strada, di notte, in tanti posti diversi.
- No. No, no, no. No! Lo porteremo con noi, invece. Lo porteremo via con noi. Se qualcuno ce lo chieder diremo che  nostro figlio.
- Tu scherzi. Ha dieci anni, non tre mesi. Parler, e noi saremo fregati.
- Ma come puoi dire cos? Tu gli hai voluto bene. Lo hai vestito, gli hai dato da mangiare, sei stata con lui per un anno intero. E lui vuole bene a te, lui...
- Questo  un vantaggio, di me si fida. Prima lo addormentiamo, non soffrir.
- Ma non ti rendi conto? E un bambino, ha tutta la vita davanti...
- Senti, stronzo: qui si tratta della sua vita o della nostra, lo capisci? Non abbiamo scelta. Di bambini, quando sono partita da casa, ne ho lasciati due, e non so pi niente di loro. Credi che non mi tornino mai in sogno? Credi che non ci pensi? Se ho lasciato loro, posso lasciare anche lui.
- Non  la stessa cosa, cazzo! Tu vuoi ammazzarlo! Una cosa  uno stupido rapimento andato male, una cosa  uccidere un bambino e farlo a pezzi!
- Non abbiamo alternative. Perdiamo solo tempo. Se stiamo ancora qui ci troveranno, e sar finita. Dobbiamo farlo e basta. Ora.
- No. Andremo via e lo porteremo con noi. Riusciremo a scappare, ho dei numeri di telefono, degli indirizzi. Resteremo in Italia, magari, finch non si calmeranno le acque. E lui, lui non parler, perch ha paura. Ci penser io a non farlo parlare. Ci penser io, a lui.
- Non sei in grado nemmeno di pensare a te stesso, sei solo un grosso bue. Se non sei abbastanza uomo da fare una cosa come questa, allora la far io. E poi ce ne andremo.
- No, non lo farai neanche tu. Lasceremo il telefono qui. E lui verr con noi. Vivo.
- Io non ti permetter di rovinare la mia vita. Non te lo permetter. Prima o poi ci tradiremmo, commetteremmo un errore. Oppure lui parler con qualcuno e ci troveranno. Non capisci? O noi, o lui. Dobbiamo ammazzarlo,
farlo a pezzi e nasconderci finch non troviamo il modo di lasciare il paese.
- Tu non lo toccherai. Dorme, adesso. Lo avvolger nella coperta, lo metter in macchina e ce ne andremo.
- Io lo ammazzer. Ammazzer anche te, se mi costringi. - No. Non lo farai.
- Prova a fermarmi.

56.

Chiedetelo a qualsiasi poliziotto.
Vi punge come una spina nel culo, come qualcosa di sbagliato che non riuscite a individuare in una foto.
E un compito dimenticato, qualcosa di urgente che avete rimandato e continuate a rimandare.
E la porta dell'armadio aperta di cui vi accorgete dal letto, quando siete gi sotto le coperte, e sapete che non dormirete fino a quando non vi sarete alzati per chiuderla. Chiedetelo pure, a qualsiasi poliziotto.

Le notizie cominciarono a piovere presto: prima sembravano tutte positive, poi tutte negative. Guida andava e veniva dal telefono e dal fax, una volta con un sorriso ampio sotto la pelata, l'altra col viso tristissimo.
S, Miroslava Madlena aveva abitato in corso Novara 13. No, non ci abitava pi, da cinque anni. S, la portinaia si ricordava di lei. No, non aveva lasciato detto dove si trasferiva. S, doveva essere ancora in citt, l'aveva incontrata per strada un annetto prima. No, non le aveva detto dove lavorava, anche perch lei, la portinaia, si faceva i fatti suoi. S, era stata iscritta alle liste del collocamento. No, non lo era pi. SI, aveva lasciato il suo indirizzo. No, era ancora quello del passaporto. S, aveva avuto un telefono intestato a lei. No, il numero non risultava pi attivo da mesi. S, era venuta in Italia dieci anni prima con il servizio di minibus clandestini, aveva detto alla volante l'informatore della polizia nell'ambiente degli immigrati. No, non risultava che fosse ripartita.
Non era insolito che una straniera sparisse nel nulla: un rapporto di lavoro non registrato implicava una certa abilit nel far perdere le proprie tracce, residenza inclusa. Insomma non si arrivava a niente.
Il telefono di Romano squill.
- Buongiorno, dottore. Sono Carmela Peluso, la segretaria del cavaliere Borrelli.
- Buongiorno, signora. Mi dica.
- Ho saputo dal cavaliere che state cercando Lena, la ragazza che cinque anni fa lavorava qui come bambinaia.
- S, anzi, grazie per averci inviato la copia del documento,  davvero una fortuna che l'abbia...
- Sei mesi fa abbiamo ricevuto una telefonata che la riguardava.
- Come? Cosa...
- Era una richiesta di referenze.
- Ah, capisco. E naturalmente non ricorda...
- Naturalmente ricordo benissimo. Ho qui sia il nome sia l'indirizzo della persona che ha chiamato. La ragazza aveva detto di aver lavorato da noi e la signora voleva averne conferma. Deve sapere che  mia abitudine annotare tutto. - Un'ottima  abitudine. Mi dica, per cortesia. Prendo nota. - Rossano Lucilla, via Giotto 22, al Vomero. Il numero  081 241272222.
- La ringrazio davvero molto, lei  stata...
- Ho solo pensato che, in fondo, il bambino non c'entra. - Come?
- Niente. Il cavaliere attende notizie. Buona giornata.

La signora Rossano Lucilla era in casa, rispose al terzo squillo.
Quando fu sicura che non si trattava di un'indagine fiscale, e dopo che le fu spiegato che poteva essere accusata di reticenza, non ebbe difficolt a confermare che la signorina Lena saltuariamente, saltuariamente ogni giorno, prestava servizio presso di lei, percependo, a titolo di mera liberalit beninteso, sei euro all'ora; che la signorina Lena teneva i due bambini della signora Rossano Lucilla, che doveva pur lavorare, perch quello stronzo dell'ex marito, che era ricchissimo ma evadeva le tasse e si dichiarava nullatenente, non le passava di alimenti un emerito cazzo, mi scusi, eh, ma quando ci vuole ci vuole; che da una settimana la signorina Lena non si presentava perch diceva che era malata, mentre la signora Rossano Lucilla, che stava facendo i salti mortali con i bambini, pensava che avesse trovato un posto pi remunerativo ma che, essendo in prova, non avesse ancora avuto il coraggio di dirglielo, e che lei non sapeva pi come fare, adesso, con quelle due pesti che lo stronzo le aveva lasciato, rovinandole la vita.
Alla fine, quando Romano la minacci di mandarle una volante a prenderla se avesse ancora divagato, la signora Rossano Lucilla gli replic, offesa, che a quanto le risultava la signorina Lena non abitava da sola, ma con un suo conterraneo, tale Petrovic Dragan, che sosteneva non essere il suo fidanzato, ma solo un coinquilino, in via Torino 15, senza telefono. Lei non sapeva altro, ma se l'avessero rintracciata, per favore, le dicessero di farsi viva per sabato, perch lei, la signora Rossano Lucilla, doveva incontrare un amico e c'era bisogno di qualcuno che tenesse le due pesti. Poteva farle questa cortesia? A proposito, signora, le chiese Romano: di che colore ha i capelli, questa signorina Lena? Ah, mi creda, gliel'ho detto anch'io. Stavi cos bene col tuo colore naturale, quel bel rosso scuro: era proprio il caso di tingerti biondo zoccola?

Il riscontro positivo all'indicazione della Peluso regal energia alle ricerche. Palma si attacc al telefono e chiese alla questura due nuove volanti da mandare una in via Torino 15 e l'altra presso il commissariato, per essere pronti all'eventualit di doversi muovere su pi fronti. Poi chiam la Piras e l'aggiorn.
Il magistrato non era di turno, ma la deviazione sul cellulare la trov vigile e attenta. Si inform su tutto, annot i nomi per attivare le necessarie ricerche sui database della procura e tent di fare mente locale. Disse:
- Palma, io non ci credo che questa Miroslava Madlena, dopo cinque anni, si sveglia, si tinge i capelli e decide di rapire un bambino di cui si  occupata. Pi ci penso, pi mi convinco che a organizzare la cosa sia stato qualcuno interno alla famiglia, la famiglia allargata, diciamo cos, e che questa persona sia anche il redattore dei biglietti. Dobbiamo capire chi . Ora devo andare, pi tardi passo da voi.
Quando il commissario rientr in sala agenti, Romano stava abbaiando l'indirizzo alla volante, gi in movimento, mentre Pisanelli provava, per quanto possibile, a tranquillizzare Eva; la donna, informata dal padre dell'ipotesi che riguardava Lena, aveva subito telefonato. Come abbiamo fatto a non pensarci?, continuava a ripetere. Il colore dei capelli,  bastato quello a fregarci.
Ottavia, intanto, cercava notizie su Dragan Petrovic, ma il computer le metteva davanti il peggiore degli ostacoli informatici: l'eccesso di risultati.
- Maledizione,  come cercare Mario Rossi. Ma si chiamano tutti cos in Serbia?
La volante chiam, confermando che un tale Petrovic Dragan risultava in effetti occupare un misero sottotetto, polveroso e pieno di spifferi, di via Torino 15, e che il suddetto Petrovic Dragan aveva una convivente, una certa Lena, in precedenza rossa e adesso bionda, oggetto delle frustrate attenzioni del bavoso portinaio, a quanto il poliziotto in divisa aveva potuto evincere dal tono sognante con cui costui l'aveva descritta. Purtroppo, per, n Petrovic n la donna erano in casa. Mancavano da una settimana, si erano allontanati con un borsone dicendo che andavano a fare una gita. A quanto risultava non possedevano un'automobile.
Romno chiese di verificare se il portinaio sapesse qualcosa di pi dell'uomo. Dove lavorava? Di che si occupava?
Attese qualche minuto, poi l'agente in divisa torn al microfono e gli disse:
- Era manovale assunto all'Intrasit, per questo era riuscito a fittare la casa: i proprietari accettano solo inquilini con il posto fisso. Poi l'anno scorso l'Intrasit  fallita e lui ha fatto diverse cose, l'ambulante, il muratore, ma in pratica, secondo il portinaio, lo mantiene la ragazza, che lavora a ore nei quartieri alti.
Romano pass l'informazione a Ottavia, che la inser nel motore di ricerca.
- Ecco qua. C' un Petrovic D. nella lista di mobilit dell'Intrasit. Potremmo cercare in tribunale, vedere se nei libri contabili in mano al curatore c' qualche notizia.
Palma era sconsolato:
- Dubito che da quella fonte troveremo altre notizie, al massimo la copia di un documento d'identit. Comunichiamolo alla Piras e facciamo partire la richiesta, ma temo che non concluderemo granch. Mi chiedo dove possono essere andati a nascondersi.
Pisanelli disse:
- Magari hanno noleggiato un'auto, o se ne sono fatta prestare una.
Aragona fece una smorfia:
- Di sicuro non hanno rapito il bambino in metropolitana. Fu allora che Romano soggiunse: - Due zingari. Due maledetti zingari di merda.

57.

Chiedetelo a qualsiasi poliziotto. Proprio a chi volete.
Vi risponder che quando l'associazione di idee emerge,  come un fuoco d'artificio a mezzanotte, d'estate.
Che  la perfezione assoluta, la quadratura del cerchio.
Che  spettacolare, perch ogni tassello va al suo posto, alle parole corrispondono le immagini e tutto si spiega; non c' pi disordine, non ci sono pi equivoci.
Vi risponder che  uguale a un puzzle che si ricompone. E quello che fino a un secondo prima non aveva alcun senso, ora ce l'ha.
Vi dir, qualsiasi poliziotto, che  per quei momenti che ha scelto il suo maledetto mestiere, fatto di chilometri, di polvere, di sangue e di umiliazioni, di pericoli scampati per un pelo, di porte sbattute in faccia e di figure di merda.
Vi dir che quella fantastica, meravigliosa sensazione  un raggio di luce che entra nella stanza e squarcia il buio.

L'agente scelto Marco Aragona apr la bocca, la richiuse e la riapr. Poi si lev gli occhiali, fermando un istante, a met, il gesto che era ormai diventato il suo marchio di fabbrica, e li appoggi con mano tremante sul ripiano della scrivania.
Nella sua mente stava succedendo qualcosa di unico, come in quelle scene dei film di fantascienza in cui, per magia tecnologica, un numero imprecisato di oggetti di per s innocui si assemblano diventando un'arma letale a disposizione dell'eroe.
Nessuno si accorse della sua espressione finch non emise un urlo strozzato in direzione di Romano, interrompendo le elucubrazioni di Palma sul possibile rifugio dei sequestratori.
- Che hai detto?
Tutti si voltarono verso di lui. Romano lo fiss sorpreso: - Non capisco a cosa...
Aragona era balzato in piedi.
- Quello che hai detto, ripetilo! - Aragona, che diavolo...
- Come li hai chiamati? Come hai chiamato quella Miro
qualcosa, come si dice, e il tizio che sta con lei, Dragovic? Meccanicamente, Ottavia lo corresse: - Miroslava Madlena e Petrovic Drag... - Cazzo, rispondimi!
- Li ho chiamati zingari... Senti, Aragona, che proprio tu venga a farmi la morale per una cosa del genere mi sembra...
Aragona non lo ascoltava pi. La sua mente vagava sul roof-garden dell'hotel Mediterraneo, dove un ragazzino pestifero aveva dato della zingara a un angelo del paradiso, gettando dentro di lui il seme di un'intuizione infine germogliata.
Ingoi rumorosamente una boccata d'aria: si era dimenticato di respirare. Poi sembr congelarsi in una espressione di terribile, infinito, dolore, e a voce bassissima disse:
- E' stato lui a organizzare tutto. Dio mio, non ci posso credere. E ce l'ha anche detto: ieri sera.
La metamorfosi dell'agente scelto Marco Aragona era stata tale che per un lungo momento nessuno ebbe il coraggio di chiedergli di chi diavolo stesse parlando.
Poi Romano balbett:
- No... non  vero, ti stai sbagliando... Non pu essere...
Palma stava per urlare a entrambi di spiegarsi, quando Lojacono e Di Nardo entrarono trafelati con in mano un mazzo di assegni bancari.
L'ispettore disse:
- Capo, c' una cosa che devi vedere. Dovete vederla tutti.

58.

Ci andarono in tre. Oltre a Romano e Aragona, volle esserci anche Palma.
Non capitava spesso, anzi, da quando era diventato dirigente si era dato la regola di non fare mai ombra con la propria presenza a chi aveva seguito l'indagine dall'inizio. Veniva dalla gavetta e sapeva quanto era faticoso quel mestiere fatto di pedinamenti, appostamenti, interrogatori, di domande senza risposta, di giri a vuoto, di emozioni contrastanti, di divergenze, di illusorie soluzioni che sfumavano nel nulla come una nuvola d'estate.
Per questo aveva sempre trovato ingiusto che i capinucleo rubassero la scena ai loro uomini per riscuotere l'ultimo applauso, lo scatto fotografico, l'intervista. Palma preferiva restare in disparte, consapevole che dietro ogni risultato c' sempre una squadra, e che, in fin dei conti, non  mai davvero un successo, una vittoria, portare alla luce il marcio che si annida nell'uomo.
Stavolta, per, aveva afferrato d'impulso la giacca ed era uscito con i due colleghi. Non voleva che rimanessero soli, voleva proteggerli dal dolore. Voleva essere con loro, quando si sarebbero trovati di fronte a quell'atroce, terribile momento.
L'atmosfera che aveva avvolto la sala agenti del commissariato di Pizzofalcone, dopo l'intuizione di Aragona e l'incredibile riscontro che era arrivato da Lojacono e Di Nardo, aveva qualcosa di irreale. Silenzio, orrore, poi una strana, sfiduciata malinconia, quasi il buio dell'abisso che ospita il male si fosse arricchito di un'altra dolorosa sfumatura.
Pisanelli ci aveva provato:
"Guardate che sono solo indizi, questi. Una frase, un commento sbagliato, magari detto a vanvera, non pu certo... Io non ci credo. Non ci credo. E anche 'sta roba, questi assegni... in s e per s non vogliono dire niente. A volte le banche chiudono i rubinetti e allora gli imprenditori ricorrono a queste forme di finanziamento alternative. Ne ho viste succedere, di cose cos. No, non ci credo. Certo,  un'ipotesi, ma di qui a pensare che... Vedrete, si riveler tutto falso".
Lojacono aveva annuito, spargendo gli assegni sul tavolo:
"Forse hai ragione. Insomma, sono tanti soldi, questi, proprio tanti, ma mi pare impossibile".
Ottavia continuava a guardare nel vuoto:
"No, no, vi dico. Ci dev'essere una spiegazione. Non ci credo ".
Aragona, che da quando aveva lanciato la bomba se n'era stato in silenzio, seduto a occhi sbarrati, mormorando parole incomprensibili come se stesse pregando, era balzato in piedi:
" Smettiamola di perdere tempo. Dobbiamo andare a prendere questo bastardo e farci dire dove cazzo tengono il bambino. Ma non vedete che quadra tutto? Devo farvi un disegnino? Maledetto me che sono un deficiente, dovevo capirlo subito".
Anche Palma aveva sentito montare la frenesia, e aveva detto:
"Andiamo. Dobbiamo verificare, quindi andiamo. La dottoressa Piras sta venendo qui: Lojacono, spiegale tutto tu e dille di aspettarci. Vi facciamo sapere".
Romano si stava gi precipitando per le scale; era ancora pallido come dopo l'incontro con Giorgia.

Durante il tragitto non avevano quasi parlato. Del resto che potevano dirsi: l'unica cosa da fare era andare a fondo della faccenda, chiedere spiegazione di quella serie di coincidenze.
L'auto senza contrassegni era ferma sull'altro lato della strada, con una perfetta visuale sull'ingresso dell'edificio: il panorama luminoso del golfo pareva ancora pi incantevole, in quella mattina di maggio.
Palma salut gli agenti di turno all'appostamento.
- E entrato o uscito qualcuno dall'ultimo rapporto?
- No, dottore. Nessun movimento. Non hanno nemmeno alzato le tapparelle, stamattina.
- Bene. Continuate a tenere gli occhi aperti.
Salirono in silenzio le due rampe di scale. La palazzina, lontana dal traffico e immersa nel verde, era silenziosa come fosse abbandonata. Da una delle porte, sul primo pianerottolo, arriv il breve pianto di un bambino molto piccolo; a Palma si strinse il cuore.
Suonarono il campanello, una, due volte. Si guardarono, preoccupati. Bussarono.
Mentre Romano stava chiedendo al commissario se non fosse il caso di buttare gi la porta, questa si apr.
E se avevano ancora qualche dubbio, il viso che si trovarono davanti lo dissip all'istante.
Nella penombra umida dell'appartamento, satura di odori stantii di cibo e alcol, una sagoma disordinata e barcollante li osserv a lungo, quasi non li riconoscesse.
Poi si gir senza una parola e torn all'interno.
La persona che i tre poliziotti stavano cercando era proprio lui, Alberto Cerchia, il padre di Dodo.

59.

Che schifo, eh? S. Un vero schifo.
Scusatemi se vi ricevo in mezzo alla merda. E d'altra parte mi pare giusto, perch in mezzo alla merda io mi ci trovo da un pezzo. Da tanto di quel tempo che non potete nemmeno immaginarlo.
Sono stanco. Sono proprio a pezzi. Vedete, bevo. Ho sempre bevuto nei momenti difficili: perdo i sensi, la mente si libera dalle catene e io comincio a volare da qualche altra parte, lontano dai problemi senza soluzione.
Vi aspettavo, s. Immagino che avrei dovuto venire io da voi. Ma finch c'era una speranza che ne saremmo usciti bene avevo il dovere di aspettare, non credete?
Non ho soltanto la responsabilit di me stesso, io. Ho un figlio. Ho un ometto che crescer e mi chieder ragione di quello che gli lascer. Non sono mica solo. Avete figli, voi? No, vero? Allora non potete capire.
Gli assegni. Dove li avete trovati? Incredibili, le vie del destino. Sono tre milioni e ottocentomila, quelli. E non sono tutti; ce ne sono ancora, in altri giri. La firma  sempre la stessa, quella che avete letto con sorpresa sulle traenze: Cerchia Spa, l'Amministratore. Con la maiuscola.
Parlate di crisi, vi riempite la bocca con questa parola, la crisi. Come se poteste capire che cos', la crisi, voi che prendete lo stesso il vostro stipendiuccio a fine mese, che al limite farete a meno della vacanza al mare o salterete una rata di mutuo. Non ci arrivereste in una vita a capire che significa davvero la crisi, per uno come me. Compresi i venditori, ho pi di cinquecento dipendenti qui, e altri trecento nello stabilimento all'estero. Ho la responsabilit di migliaia di persone, io. E sono tre anni che la notte non dormo, alla ricerca di soluzioni che non ho.
Perch inizia cos piano che non te ne accorgi. Chi deve pagarti allunga i tempi, chi deve essere pagato li accorcia; il prezzo del materiale aumenta, ma solo un po', e quello del prodotto che vendi, se vuoi venderne ancora, diminuisce, ma solo un po'. E ti ritrovi ad avere bisogno di liquidit. Solo un po'.
La situazione ti sfugge di mano, ma passano mesi prima che tu te ne renda conto. Mesi. E alla fine  troppo tardi. I funzionari delle banche, che prima facevano la fila al tuo ufficio, nemmeno pi rispondono al telefono. E dopo ricominciano a fare la fila, ma per un motivo diverso.
Quelli.
Quelli non fanno recupero crediti con la carta bollata e le raccomandate, sapete. Quelli ti fanno sparire dalla sera alla mattina, perch solo una cosa non possono permettersi: che si sparga la voce che uno non ha pagato e l'ha fatta franca.
Perseguitate loro, invece delle brave persone. Cancellateli dalla faccia della terra, liberandoci dalla tentazione di andarli a cercare. Perch quando ci sei andato non smetti pi. ,
E peggio della cocaina. Peggio dell'alcol. Peggio di tutto.
La speranza. Quello che ti fotte  la speranza. La maledetta speranza che ti fa pensare di poterne uscire presto, che ogni cosa si rimetter sui binari giusti, come prima.
Mio suocero ha fatto lo strozzino per tutta la vita. La chiamano finanza, in realt  usura. Quando mi  venuta quest'idea, mi sono convinto che, in un certo senso, era una maniera di fare giustizia, di costringerli a restituire il maltolto. Un cazzo di Robin Hood, ecco come mi sentivo. Ho pensato: ci metto non pi di un paio di giorni e aggiusto tutto. Non vedevo altre soluzioni. Credete che se avessi avuto un altro modo, anche un solo altro modo di uscirne, mi sarei imbarcato in una faccenda del genere? No, non l'avrei fatto. Non l'avrei mai fatto.
Mio suocero, vedete, mi ha rovinato la vita.
Forse dovrei dire che mia moglie me l'ha rovinata, anche se io sono convinto che sia stato lui. Perch lei  come lui, ha lo stesso carattere schifoso, gli stessi atteggiamenti da stronza, e in pi  superficiale e stupida. Moglie e buoi, si dice; avrei dovuto dare ascolto al proverbio.
Ma era bella, ed era la figlia di un famoso imprenditore. Mi pareva il passo giusto da compiere per scalare la montagna. Invece, per essere all'altezza, per mantenermi al suo livello, ho cercato di crescere, crescere, crescere, facendo investimenti, comprando terreni. Crescere, anche quando era il caso di fermarsi. Dovevo capirlo, ma lui era l, sempre pi grande di me, sempre pi forte, e noi avevamo perfino dato al bambino il suo nome.
Mio figlio.
Io lo amo, sapete? Lo amo pi di ogni altra cosa. Lo amo da morire.
E allora perch ho fatto questo? Lo so che ve lo chiedete, dal vostro meschino punto di vista di stipendiati  incomprensibile. L'ho fatto perch era l'unico modo. Credete che se fossi andato da lui e gli avessi detto vecchio, ascoltami, sono col culo per terra, vecchio, aiutami, credete che lo avrebbe fatto? Credete che quando quella troia della figlia si  presentata con un amante e mi ha sbattuto fuori di casa, lontano da mio figlio, lui abbia preso posizione in mio favore? No che non l'ha fatto.
Ha un solo punto debole, il vecchio. Il mio bambino.

E del resto anche io. Non  per lui che ho cercato di rimettermi in piedi? Non  lui, la sua sostanza, il suo futuro che volevo salvare? Io sono il suo eroe, sapete. Il suo grande eroe. Lo diciamo sempre che io sono il suo gigante, e lui il mio piccolo re.
Mi pareva giusto che contribuisse. Che facesse la sua parte. Sarebbe durato poco, un paio di giorni al massimo. Ho cercato la sua vecchia baby-sitter, una ragazza in gamba, una tosta. Le ho spiegato, le ho detto quello che mi serviva; c'era un tizio, uno del suo paese, che poteva aiutarla. Le ho promesso soldi, biglietti aerei, documenti, una vita nuova. Non la cerchiamo tutti, una vita nuova? Non vorremmo tutti ricominciare daccapo? Forse  questo che significa, la crisi. Un cambiamento. Il bisogno e la ricerca di un cambiamento.
L'ho detto, a Dodo. Gli ho detto che sarebbe passato a prenderlo Lena, e che lui avrebbe dovuto andare con lei. Non doveva rivelarlo a nessuno, n prima n dopo, altrimenti se la sarebbero presa con me, col suo pap. Il mio ometto sa mantenere un segreto, sapete. E in gamba. Poi gli ho promesso che dopo pochissimo sarei andato a prenderlo io. Era anche un modo per tenerlo sempre con me. Nessuno ci avrebbe pi separati.
Mi sono preparato. Ho studiato. Sapevo del blocco immediato dei beni: non sarebbe sembrato strano se non potevo pagare il riscatto. Sapevo anche che il blocco dei conti non prevede il controllo delle consistenze, perci nessuno avrebbe visto che sui conti intestati a me e alla societ non c'era nulla da bloccare.
Ho pensato che non sarebbe sembrato strano se il riscatto lo avessero chiesto al vecchio. E ancora famoso in questa citt di merda, lui che  un uomo di merda. Ho studiato. Mi sono preparato.
Ho dato a Lena un telefono e un foglio con su scritto quello che doveva essere detto nelle telefonate. Le ho raccomandato di non parlare lei, ch magari qualcuno la riconosceva; di fingere di essere stata rapita con Dodo, cos lui non avrebbe avuto paura. Ci penso, sapete, a mio figlio. Sono suo padre, ci devo pensare.
Abbiamo fissato degli orari, col tizio che sta con Lena. Un bestione grosso senza cervello. Dovevo chiamarlo a intervalli stabiliti per sapere se andava tutto bene.
Ho fatto una cazzata, per: il telefono che ho dato a Lena, quello sul quale li chiamavo,  intestato alla mia societ. Per questo quando avete detto delle intercettazioni ho perso le staffe.
Vedete, io non sono un fesso. So bene che non avete niente di certo in mano. Solo qualche assegno a scadenza, una serie di indizi che, se non troverete Lena, non avranno riscontro. Non avrebbe avuto senso che vi raccontassi tutto. Io non sono un fesso.
Solo che, vedete, ho un problema. Un problema che sono certo voi mi aiuterete a risolvere.
Non mi rispondono pi al telefono. Ho un giorno di ritardo rispetto al contatto previsto, e ho chiamato appena vi ho visti arrivare, da dietro la tapparella. Ho capito che non aveva pi senso difendermi dalle intercettazioni. Volevo dirgli di scappare e di lasciare Dodo li perch potessi andare a prenderlo: glielo avevo promesso che sarei andato.
Ma non rispondono pi, chiss perch.
E io ho bisogno di sapere dove cazzo lo tengono, Dodo. Perch per sicurezza non me lo sono fatto dire: non si sa mai, avrei potuto tradirmi.
Quindi, per piacere, potete aiutarmi?
Potete portarmi dal mio bambino?

60.

Veloci.
Dovevano essere veloci, e non sbagliare niente.
Che follia, pensava Palma, per giorni quella vicenda era stata solo un'attesa, la lunga attesa di una telefonata o di un messaggio, e adesso era diventata una frenetica corsa contro il tempo.
All'inizio i tre poliziotti erano rimasti zitti ad ascoltare la confessione di Cerchia, quasi ipnotizzati dal tono piatto e ubriaco dell'uomo, distrutto dal sonno, dall'alcol e dai sensi di colpa. Per una curiosa circostanza, aveva riflettuto il commissario, era toccato proprio a loro tre, che non avevano figli, essere spettatori di quell'abisso buio che era diventata l'anima di un padre.
Poi avevano reagito in modo diverso. Romano si era riscosso e, con un ruggito, gli si era scagliato contro, urlandogli la propria rabbia cieca e scuotendolo come un cencio senza che l'altro nemmeno cambiasse espressione; continuava a piangere e a ripetere di portarlo da suo figlio. Aragona e Palma avevano faticato a levarglielo dalle mani.
Palma si attacc al cellulare e si mise in contatto con Laura. Aveva bisogno del localizzatore dei telefoni, e con la massima urgenza. Non era una cosa semplice, si trattava di uno strumento costoso, spesso fuori uso e sempre in mano ai servizi.
La Piras, che era al commissariato in attesa di notizie, si attiv subito: in meno di un quarto d'ora un operatore e la macchina, una specie di computer portatile, arrivarono a bordo di un furgone azzurro.
Trascinandosi dietro un Alberto Cerchia che sembrava un sacco vuoto, Palma, Romano e Aragona vi salirono, ordinando all'autista la massima velocit possibile e facendosi precedere da una volante giunta in quel momento. L'operatore spieg brevemente che il localizzatore poteva individuare un telefono solo se era attivo, perci a intervalli di un minuto bisognava chiamare il numero ricercato e lasciarlo squillare.
Romano, a muso duro, augur a Cerchia che per il suo bene il cellulare dei rapitori non fosse scarico.
Aragona si incaric di premere il tasto di ripetizione del numero a beneficio del localizzatore. Palma aggiornava costantemente la Piras, la cui ansia si trasmetteva a tutta la sala agenti.
Attraversarono la citt a sirene spiegate, seguiti dagli sguardi malevoli dei passanti costretti a scansarsi. Il centro. La periferia. Un paese. Un altro ancora.
- Ma dove cazzo stanno? - diceva a denti stretti Romano.
Aragona esclam:
- Ma certo! L'Intrasit. Il deposito dismesso dell'Intrasit. Lavorava l quello stronzo, no?
Palma era sempre pi sorpreso dall'acume che il ragazzo stava dimostrando, e disse all'autista di accelerare ancora in direzione della zona industriale. L'operatore conferm che l'area corrispondeva.
In tempo, pregava Palma, rivolto a un dio che aveva dimenticato. menticato. Facci arrivare in tempo. E cos piccolo, ha solo dieci anni. Facci arrivare in tempo. Davanti ai suoi occhi rivedeva il viso di Dodo, in bianco e nero, rivolto verso la telecamera di sorveglianza. Facci arrivare in tempo, pregava Palma.

Aragona continuava a chiamare senza ricevere risposta. L'operatore al computer disse:
- Ci siamo,  qui. Nel giro di quattrocento metri. Davanti a loro c'era un'insegna, rotta da una furiosa sassaiola di operai licenziati un anno prima: "Intrasit".

61.

La Piras, al telefono, taceva.
Il volto bianco, la tensione immensa che ne induriva i bei lineamenti, le labbra tirate. A intervalli regolari ripeteva:
- Allora? Allora?
La sala agenti era immersa in un silenzio disperato. Di tanto in tanto dalla finestra semiaperta arrivavano, incoerenti, i rumori della citt. Un clacson, una sirena. Una canzone cantata ad alta voce da chiss chi.
Ottavia piangeva senza lacrime. Piangeva sull'amore perduto, sulle anime dannate, sui figli che non hanno colpe. Piangeva per Dodo, piangeva per s stessa.
Pisanelli si copriva la faccia con le mani, come se non volesse vedere. Alex era in piedi, le braccia conserte e gli occhi alla finestra; stava voltando le spalle a tutto, rinunciando a tutto.
Lojacono, il cuore in gola, non staccava gli occhi dal viso della Piras, sperando si spianasse in un sorriso. Non ricordava di averlo mai desiderato tanto, un sorriso.
Dietro di lui, appena fuori della porta, Guida era immobile; le palpebre rifiutavano di sbattere, le labbra continuavano a mormorare una preghiera antica.
Fa' che si salvi. Aiutalo tu.

Irruppero pistole in pugno nella vecchia fabbrica saccheggiata dai ladri, gli sguardi che dardeggiavano negli angoli.
Silenzio. Un paio di gatti si diedero alla fuga, abbandonando i resti di un sacchetto rotto con degli avanzi di cibo.
Romano teneva Cerchia per un braccio. Aragona premette un'ultima volta il tasto di ripetizione della chiamata e da un punto non ben definito di un basso fabbricato rispose uno squillo.
Si lanciarono all'interno dell'edificio abbandonando ogni cautela. Palma aveva il cuore in gola, l'ansia che gli cresceva in petto a ogni passo. Lui e Aragona si ritrovarono in una stanza che un tempo era stato un ufficio.
Un tavolo, due sedie. Una stufa elettrica, un fornello a gas. Una coperta, due piatti sporchi, posate. Al centro del tavolo vibrava e squillava un telefono cellulare.
Rimasero fermi, le pistole in mano, le braccia lungo i fianchi.
Dal lato opposto a quello da cui erano entrati giunse un urlo. Palma avrebbe ricordato a lungo, nelle notti insonni, lo strazio irrevocabile che gli provoc. Non ci sarebbe stata pi vita, dopo quell'urlo. Nessuna speranza.
Al di l di una porta si apriva un ampio magazzino con una parete di lamiera, immerso nel buio. Un buio profondo, un buio senza misura. Il buio.
Raggomitolato a terra c'era Cerchia; a un metro da lui, terreo, Romano.
Il padre di Dodo stringeva una coperta, singhiozzando: aveva qualcosa in mano.
Avvicinandosi di un passo, uno solo, perch sapeva di non potersi addentrare oltre nell'abisso, Palma lasci che gli occhi si abituassero alla mancanza di luce e vide cos'era.
Un pupazzo.
Un supereroe sporco, col mantello strappato. Solo un pupazzo di plastica.
Batman. Batman.
Mi dispiace tanto, Batman. Ti avevo promesso che non ti avrei mai lasciato.
Che non ci saremmo mai separati.
Ma devo farlo, perch il mio pap, vedendoti, capir. Capir che io lo aspetto, e lui verr a cercarmi e mi trover. Glielo dirai tu, Batman, glielo spiegherai tu.
Salutamelo tanto, digli che gli voglio tutto il bene del mondo, che mi fido di lui. Che so che verr a prendermi, e che poi staremo insieme, per sempre. Perch solo lui  il mio gigante. E io sono il suo piccolo re.
...
.
...
FINE.